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In cattedra, poggiando su un pieno

da Quaderni Cannibali

del 05 settembre 2012  (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk'));  

 

           Un nuovo anno è alle porte, la scuola è sempre più alla deriva, le promesse di razionalizzazione si stanno lentamente rivelando quali erano, il goffo tentativo di chiudere gli occhi di fronte ai problemi, augurandosi che si risolvano da soli. È una scuola che procede come un moloch senza scrupoli: l’importante è che il meccanismo funzioni, non importa chi ne fa parte, chi lo manovra.

          Questa è la scuola oggi, un tapis roulant su cui camminare seguendo un ritmo meccanico, prestabilito, una scuola in cui l’umano non c’entra, non deve c’entrare. Torno in una scuola così, una scuola dove tutto è contro di me, e sottile è la pressione affinché mi rassegni a stare ai suoi meccanismi, a obbedire alle sue regole, a infilarmi nei suoi progetti. In una scuola così io ci torno con una passione nuova, porto con me qualcosa di più e più forte del potere che fa di tutto per impedire che l’educazione sia un cammino.

          È l’esperienza questo qualcosa di più, i legami di questi anni di insegnamento in cui al centro c’è sempre stata la vita e il suo senso, ancor di più è il cuore, la tensione al bello e al vero che oggi percepisco presente a me, la consapevolezza che un’ora di lezione c’entri con il mio destino. Ricomincio la scuola con una marcia in più, so da dove partire e dove andare, questo è il vantaggio che ho e che devo decidere io se utilizzare o no. Questo vantaggio è la memoria di una domanda che c’è all’inizio del mio insegnamento, e che sempre lo ha segnato. È la domanda che mi ha scosso nel lontano 1977: da giovane insegnante, ho avvertito uno choc quando don Luigi Giussani, dopo tanti nostri interventi confusi e incerti, ci provocò dicendo che la prima domanda con cui uno entra in classe non è “che fare?” ma “io chi sono?”. È la domanda che oggi torna, la sfida da cui inizio l’avventura di quest’anno, certo che il mio io viene prima dei problemi che sono chiamato ad affrontare, il mio io è pieno dello sguardo con cui il Mistero oggi mi costituisce e apre il mio cuore alla realtà, ai miei colleghi, ai miei studenti.

          La scuola traballa, ma io poggio su un pieno. Non viene dalla scuola, è il mio cuore pieno di ciò che vi corrisponde e questo mi fa guardare al nuovo anno con una positività altrimenti impossibile. È la positività di chi sa che insegnare è mettere a tema la vita e il suo destino, che entrare in classe è portare lo sguardo di simpatia che si è incontrato per sé e che sa rivolgersi alla libertà di ognuno degli studenti che si ha di fronte.

          È questo il nuovo inizio, un io pieno di certezza, pronto a sfidare ogni situazione, e con questo è il fascino di un’avventura che domina la ripresa della scuola, non il peso dei pur tanti problemi che ci sono. Così ricominciare ha dentro una promessa, che l’umano plasmi i tanti tentativi di cui ogni giornata di scuola è piena, tentativi “ironici” tesi a snidare l’umano. La scuola solo così può diventare viva e occasione per la conoscenza.

Gianni Mereghetti

http://www.tracce.it

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