Il «prezzo elevato» della grazia e dell’obbedienza - Introduzione

da L'autore

del 01 gennaio 2002

Premessa all’edizione italiana

Il «prezzo elevato» della grazia e dell’obbedienza

Finalmente, anche per noi qui in Italia, si aprono le lucide e dense pagine di una delle più significative opere dì Dietrich Bonhoeffer. Sequela (Nachfolge) è opera essenziale per la comprensione di Bonhoeffer e per il necessario ridimensionamento tra quello che è stato il suo messaggio e le successive interpretazioni bonhoefferiane. Nell’ottica di un ridimensionamento che abbia la finalità di porre in luce l’esatta collocazione del messaggio di Bonhoeffer, e quindi di valorizzarlo rettamente, è forse necessario tenere presente che Bonhoeffer è stato in parte un grande ‘maestro’, e in parte un grande ‘suggeritore’. Al di là della interpretazione storiografica dell’opera bonhoefferiana, se sia essa un unico e globale svolgimento lineare oppure comporti improvvise fratture e balzi tematici, rimane il fatto che opere come Resistenza e resa (l’ultima di sua mano, le lettere e i pensieri dal carcere) e Sanctorum Communio (del 1930) hanno tra di loro non solo l’arco di tempo di tutta la maturazione della personalità dell’autore ma anche un evolversi di problemi, di interessi, di domande gravi e impegnative. Potremmo dire che soprattutto l’ultimo Bonhoeffer è il grande ‘suggeritore’, acuto e problematico quanto alla precisa interpretazione, mentre i primi due periodi sono quelli più direttamente collegati alla sua funzione di ‘maestro’. Ma anche qui è necessario precisarne il senso, affinché Sequela riceva la sua esatta collocazione. Notiamo che qui intendiamo soltanto sottolineare la collocazione dell’opera: troppo lungo, e affascinante, sarebbe volerne segnalare approfonditamente il vi” gore costruttivo, la dinamica lucida del pensiero, lo svolgersi scattante della lingua, l’originalità dell’esegesi, le risonanze per noi estremamente contemporanee e attuali; ci limitiamo dunque a collocare l’opera nell’assieme della vita e dell’opera di Bonhoeffer per iniziare ad una lettura più feconda possibile di essa.

Sequela è del 1937, e corrisponde al «secondo periodo» dell’opera e dell’impegno di Bonhoeffer; diciamo «secondo periodo» almeno per quanto riguarda il metodo, la struttura, lo stile, la tematica, la finalità dei suoi scritti, senza pregiudicare alcun intervento circa quanto abbiamo accennato della linearità o delle classi del suo pensiero. Avevano preceduto le grandi opere a livello accademico Sanctorum Communio (1930) e Atto ed essere (1931) e poi la piccola opera così esemplare per il livello di serietà scientifica e allo stesso tempo di traduzione vitale per la vita cristiana Creazione e caduta (1933). E nel frattempo si era già aperta la grande decisione e la grande lotta di Bonhoeffer: la scelta per la Chiesa confessante nell’opposizione al nazismo, all’anticristo; Bonhoeffer era già direttore (1935) del Seminario per pastori della Chiesa confessante a Finkenwalde. E fu la vita di Bonhoeffer, fu il senso profondo della sua decisione che determina la collocazione del «secondo periodo» che, dal punto di vista degli scritti, si apre con Sequela. Non si tratta più, di opere accademiche che trattano attraverso gli strumenti della filosofia e della sociologia, del senso essenziale della Chiesa, del suo essere proprio, della sua funzione rivelatrice; ora il grave problema è quello di annunciare fortemente alla Chiesa il senso concreto, immediato, dell’obbedienza della Chiesa nella confessione di fede nel momento in .cui ad essa viene proposto un altro Dio che è soltanto un idolo innanzi al quale essa rischia di cadere inconsapevolmente in adorazione. La radice profonda del discorso di Bonhoeffer è tutta teologica, è un risalire al messaggio vivente della Scrittura, ma il metodo e lo stile è quello della predicazione intesa nel suo senso più pregnante: un riproporre il kerygma nella sua costrittività e nella sua inalienabile immediatezza che esige l’immediatezza della obbedienza confessante. Ora è venuto il momento in cui non è in primo piano il conoscere il messaggio, ma è il viverlo. Non più la grazia «a poco prezzo», ma la «grazia a caro prezzo», quella che costa la decisione della vita, la ‘sequela’ immediata di Cristo nella realtà della vita, nell’obbedienza ‘ontologica’ alla realtà voluta e proposta da Dio, in una esigenza di «salto radicale» dell’individuo che compie la propria scelta personale al di là di tutte le formulazioni e persino di quelle ecclesiali. Sequela diventa in tal modo un attacco fortissimo ad una Chiesa di moltitudine, ad una cristianità visibile, ad una situazione disimpegnata: è un richiamo alla decisione suprema ed estrema che chiama il discepolo, cioè ogni credente, come dice Paolo, ad essere il ‘mimo’ di Cristo. E tuttavia, per noi cattolici, abituati al grande tema della Imitatio Christi è necessario tenere ben presente che la lettura e la meditazione di Sequela può lasciarci sfuggire la sua vera dimensione interiore. Per noi la «Imitatio Christi» ha piuttosto un significato di tipo ascetico, etico, una valenza di tipo simbolico; in Sequela il concetto di «sequela Christi» è come il retroterra ontologico, nella sua esigenza inalienabile di obbedienza e di grazia, della nostra «imitatio Christi». La fede non può essere una scusa religiosa per non obbedire immediatamente, ma è risposta effettiva, concreta, immediata, tradotta in scelte radicali e definitive nel tessuto stesso della realtà: il discorso profondamente teologico di Bonhoeffer conduce, anche se non è detto esplicitamente (ma è ben leggibile tra le righe) alla ,sua scelta ben conscia; il nostro angoscioso problema di una dimensione ‘politica’ della fede, di una scelta di fede che coinvolga decisamente la vita in strutture che per sé non sono di fede ma nelle quali è vissuta la fede, è già qui delineato nella sua fondazione del discorso sulla grazia-obbedienza: la grazia «a caro prezzo» e l’obbedienza «senza mediazioni». Anche il nostro angoscioso cercare che si muove tra Chiesa visibile, istituzionale, la Chiesa «di tutti», e la Chiesa delle decisioni radicali, il disequilibrio di fatto tra Chiesa «di tutti» e Chiesa «di discepoli» obbedienti è già presente, e non sempre risolto, tanto è vero che a Sequela seguirà poi nel 1938 La vita comune dove lo stesso Bonhoeffer correggerà in una visione più pacata il tono perfezionistico dell’opera precedente, pur senza rinnegarne il contenuto. E forse questi due ultimi rapidi richiami potranno servire al lettore per collocare Sequela non più nel tempo e nell’esperienza di Bonhoeffer, ma per ricollocarlo attivamente nel nostro tempo, perché sia opera viva di costruzione, di sollecitazione, persino di crisi, come lo fu allora nel 1937, quando credere poteva significare accettare di morire.

Fernando Vittorino Joannes

PREFAZIONE

In periodi di rinnovamento della Chiesa accade spontaneamente che la Sacra Scrittura acquisti maggiore importanza per noi. Dietro le necessarie «parole d’ordine e di sfida» delle discussioni ecclesiastiche si fa viva una ricerca più intensa di Colui che solo ha importanza: la ricerca di Gesù Cristo stesso. Che cosa ci ha voluto dire Gesù? Che cosa s’aspetta da noi, oggi? Come ci aiuta ad essere cristiani fedeli, oggi? Per noi, in ultima analisi, non conta ciò che richiede questo o quell’uomo di chiesa; vogliamo sapere che cosa vuole da noi Gesù. Vogliamo sentire la sua Parola quando andiamo a sentire un sermone. Questo ci sta a cuore non solo per noi stessi, ma anche per tutti coloro che, in gran numero, si sono straniati dalla Chiesa e dal suo messaggio. Certo, crediamo anche noi che tutt’altra gente ascolterebbe la Parola e ben altri si allontanerebbero da essa, se Gesù stesso, se nel sermone, Gesù solo fosse in mezzo a noi con la sua Parola. Non che la predicazione della nostra chiesa non sia più Parola di Dio; ma quale tono impuro, quante dure leggi umane, quante false speranze e consolazioni offuscano la chiarezza della Parola di Gesù e rendono difficile una scelta genuina! Non è certo solo colpa degli altri se la nostra predicazione, che senz’altro vuol essere solo annunzio di Cristo, appare loro dura e difficile, perché è farcita di formule e concetti a loro estranei. Non è certo vero che ogni parola che oggi vien detta contro la nostra predicazione è già un rifiuto di Cristo, un’opposizione al cristianesimo. Vogliamo veramente rinnegare la comunione con coloro che vengono ad ascoltare la nostra predicazione - e sono numerosi e che ciononostante sempre di nuovo devono ammettere, addolorati, che rendiamo loro troppo difficile l’accesso a Cristo? Sono convinti di non volersi sottrarre alla Parola di Gesù, ma che troppe sovrastrutture umane di istituzioni, di dottrina si frappongono tra loro e Gesù. Chi di noi non avrebbe subito pronte numerose risposte, con le quali ci possiamo facilmente sottrarre alla nostra responsabilità di fronte a loro? Ma non sarebbe pure una risposta il chiederci se non siamo spesso noi stessi a precludere la strada alla Parola di Gesù, restando forse troppo strettamente legati a determinate formule, ad un tipo di predicazione adatto a un determinato tempo e luogo e ad una determinata struttura sociale? essendo forse veramente troppo ‘dogmatici’ e troppo poco «aderenti alla vita»? ripetendo volentieri certi pensieri della Scrittura e trascurandone altri non meno importanti? annunziando sempre ancora troppo opinioni e convinzioni personali e troppo poco semplicemente Gesù Cristo? Nulla, certo, vi sarebbe di più contrario alla nostra vera intenzione ed allo stesso tesso tempo nulla di più pernicioso per il nostro annunzio che il caricare afflitti ed oppressi, che Gesù chiama a sé, di pesanti regole umane, allontanandoli così da lui. In questo modo scherniremmo l’amore di Gesù Cristo di fronte a cristiani e a pagani! Ma dato che interrogativi generali e autoaccuse non ci sono di nessun aiuto, vogliamo lasciarci ricondurre alla Sacra Scrittura, alla Parola ed al richiamo di Gesù Cristo stesso. In questa, chiusi come siamo nella povertà e angustia delle nostre proprie convinzioni e dei nostri problemi, cerchiamo l’ampiezza e ricchezza che ci vengono donate in Gesù.

Vogliamo parlare della nostra vocazione a seguire Gesù. E casi imponiamo agli uomini un nuovo pesante giogo? A tutte le regole umane, che opprimono anima e corpo, verrebbero ad aggiungersi regole ancora più dure ed ineluttabili? Richiamando alla necessità di seguire Gesù intendiamo inculcare nelle coscienze già casi preoccupate e ferite una spina ancora più acuta? Si vogliono imporre, per l’ennesima volta nella storia della Chiesa, pretese impossibili, tormentose, eccentriche, alle quali possono, si, dar seguito alcuni pochi, come a un pio lusso, che però l’uomo che lavora e che deve preoccuparsi del suo pane, della sua professione, della sua famiglia non può che rifiutare come la più empia tentazione di Dio? La Chiesa intende forse erigere una tirannia spirituale sugli uomini decidendo ed ordinando, autoritariamente e sotto minaccia di pene temporali ed eterne, quanto un uomo debba credere e fare per essere salvato? La parola della Chiesa dovrebbe imporre alle anime una nuova tirannia ed oppressione? Potrebbe anche darsi che qualcuno desideri un tale asservimento. Ma la Chiesa potrebbe mai dar seguito ad una simile richiesta?

La Sacra Scrittura, quando invita a seguire Cristo, annunzia la liberazione dell’uomo da ogni precetto fatto da uomini, da tutto ciò che pesa, che opprime, che preoccupa, da tutto ciò che tormenta la coscienza. Seguendo Cristo gli uomini si liberano dal pesante giogo delle loro proprie leggi e si pongono sotto il dolce giogo di Gesù Cristo. Forse che in questo modo la serietà dei comandamenti di Gesù è diminuita? Tutt’altro! Proprio Il dove viene mantenuto tutto il comandamento di Gesù, l’invito a seguirlo incondizionatamente, si rende possibile la totale liberazione dell’uomo e la sua piena comunione con Gesù. Chi obbedisce senza riserve al comandamento di Gesù, chi accetta il suo giogo senza alcuna opposizione, proverà quant’è dolce il peso che deve portare, riceverà nella leggera pressione di questo giogo, la forza di camminare per la via diritta senza stancarsi. Il comandamento di Gesù è duro, inumano per chi gli oppone resistenza. Il comandamento di Gesù è leggero e dolce per colui che lo accetta con prontezza. «l suoi comandamenti non sono gravosi» (1 Gv. 5,3). Il comandamento di Gesù non ha nulla a che vedere con energiche «cure dell’animo». Gesù non ci chiede nulla senza darci anche le forze per attuarlo. Il comandamento di Gesù non vuole mai distruggere la vita, ma sempre mantenerla, fortificarla, guarirla.

Ma resta ancora la domanda, che senso possa avere, oggi, l’invito a seguire Gesù per l’operaio, per l’uomo d’affari, per l’agricoltore, per il soldato; la domanda, se in questo modo nell’esistenza dell’uomo e del cristiano che lavora nel mondo non venga suscitato un insopportabile dissidio. Il cristianesimo di chi segue Gesù non sarebbe accettabile solo da una minima parte di uomini? Non si rischierebbe di respingere la massa del popolo? di disprezzare i deboli e poveri? Non si rinnegherebbe proprio così la grande misericordia di Gesù Cristo, che è venuto dai peccatori e pubblicani, dai poveri e deboli, da chi erra e dispera? Che dire? Sono pochi o sono molti coloro che appartengono a Cristo? Gesù è morto sulla croce, solo, abbandonato dai suoi discepoli. Accanto a lui erano crocefissi non due dei suoi fedeli, ma due malfattori. Ma sotto la croce c’erano tutti: nemici e credenti, dubbiosi e paurosi, schernitori e vinti, e Gesù pregò per tutti e per tutti implorò il perdono. L’amore misericordioso di Dio vive in mezzo ai suoi nemici. È lo stesso Gesù Cristo la cui grazia invita noi a seguirlo e la cui grazia salva il malfattore crocefisso nella sua ultima ora.

L’invito a seguirlo dove condurrà coloro che lo seguono? Quali scelte e quali divisioni porterà con sé? Questa domanda dobbiamo rivolgerla a Colui che solo sa darci una risposta. Gesù Cristo, che ci comanda di seguirlo, è il solo a sapere dove ci condurrà questa via. Ma noi sappiamo che sarà senz’altro una via indicibilmente misericordiosa. Seguire Gesù è letizia.

Oggi pare così difficile percorrere con decisione la stretta via della scelta della Chiesa ed allo stesso tempo rimanere nell’ampiezza e profondità dell’amore di Cristo per tutti gli uomini, della pazienza, della misericordia, della ‘filantropia’ di Dio (Tt.3,4) accanto ai deboli ed agli atei; eppure le due cose devono restare insieme, altrimenti percorriamo vie umane. Il Signore ci doni, in tutta la serietà con cui desideriamo seguirlo, la gioia; in tutto il nostro rifiuto del peccato l’accettazione del peccatore; in tutta la nostra lotta contro i nemici la Parola dell’Evangelo che sa vincere e conquistare.

« Venite a me, voi tutti che siete stanchi e affaticati, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete riposo alle vostre anime, perché il mio giogo è soave e il mio peso leggero (Mt. 11,28)».

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