Il naufragio della speranza.

 

del 23 maggio 2013


 

 

 

È difficile commentare il gesto di Dominique Venner, scrittore e storico francese suicidatosi in Notre Dame per protesta all’infame legge che ammette i cosiddetti “matrimoni” gay. Difficile perché dietro un gesto simile, così estremo e disperato, comunque non giustificabile, c’è molto, molto di pubblico e molto di esistenziale. Qualcuno lo ha paragonato a Jan Palach, lo studente ceco datosi fuoco per protestare contro l’invasione sovietica del suo paese. In una certa misura è un paragone calzante: entrambi sono stati mossi dalla disperata volontà di fare qualcosa per il proprio paese stretto nella morsa di una soffocante ideologia.

Provo ad avanzare giusto qualche spunto. Per capire qualcosa occorre innanzitutto leggere l’ultimo intervento dello storico francese sul suo blog (che riporto in calce tradotto dal francese). Una cosa occorre chiarire innanzitutto: questo suicidio non è stato il gesto di un folle. Venner, le cui considerazioni, le cui prese di posizione, i cui gesti sono criticabili e opinabili quanto si vuole, tutto era fuorché un mitomane. Il suo gesto, come si legge da ciò che scrive, è un gesto freddamente calcolato e ponderato, dopo un’analisi attenta e lucida, per quanto evidentemente parziale, dell’attuale situazione storica. Il suo gesto ha una finalità precisa, quella cioè di scuotere e di svegliare le coscienze degli europei in generale e dei francesi in particolare. Che un gesto simile non sia giustificabile, che un gesto simile fosse non necessario, quand’anche non fosse controproducente per la stessa causa che vorrebbe sostenere, questo è evidente a tutte le persone di buonsenso. Tuttavia, l’analisi da cui il gesto scaturisce fornisce ampi lampi di verità.

Per dirla brevemente, Venner vede l’attuale momento storico della nostra civiltà come lo vedeva la Fallaci. La Fallaci non avrebbe mai fatto un gesto come quello di Venner; ella scriveva: “L’amo con passione la vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la vita sia bella anche quando è brutta […] Anche se si tratta d’un regalo molto complicato, molto faticoso, a volte doloroso.” Venner, come la Fallaci, vede che la nostra civiltà sta morendo. La civiltà europea sta morendo, da una parte inghiottita dalla marea islamica montante; dall’altra dallo sgretolamento di tutto ciò che rende una civiltà tale: la famiglia stabile, il matrimonio, la difesa della vita di malati, vecchi e bambini, la condivisione di un’identità culturale, il reciproco sostegno contro la malattia e la morte, l’orrore per l’incesto, il rispetto per le fondamenta, per i padri, per i morti. Tutti concetti che stanno alla base di qualunque civiltà (non necessariamente cristiana), dai babilonesi a oggi, e che oggi, nell’Europa del XXI secolo, vengono dileggiati e disattesi dall’opinione pubblica e demoliti da sconsiderate leggi (“matrimoni” gay, aborto ed eutanasia neonatale, eutanasia degli anziani, rifiuto della nostra identità, istigazione al suicidio, depenalizzazione dell’incesto, spettacolarizzazione e banalizzazione della morte e dei morti, ecc.) tanto più spacciate per “conquiste di civiltà” quanto più vanno in direzione opposta allo stesso concetto di civiltà! Civiltà intesa come allontanamento dalla barbarie, dall’arbitrio, dalla reciproca sopraffazione, dalla legge del più forte.

Ahimè, su tutto questo ha ragione Venner, ha ragione la Fallaci. La Fallaci amava innanzitutto la vita; poi amava il proprio mondo, la propria civiltà, che è oggi in profonda decadenza, e per questo si è battuta strenuamente, coi mezzi di cui disponeva, per difenderla. La vita innanzitutto, poi il proprio mondo. Venner amava innanzitutto il proprio mondo, la civiltà di cui era figlio, e poi la vita. Pur di salvare quella civiltà, si è detto, sono disposto a tutto, anche ad abbandonare la vita. 

 

Allora che cosa è mancato a entrambi? È mancata la speranza. La speranza che può nascere solo da due fonti: o dalla superficialità, o dalla fede. La speranza che viene dalla superficialità nasce dall’ignoranza, dal chiudere gli occhi su ciò che non va, dal valutare bene ciò che è male. La speranza che viene dalla fede nasce invece dalla consapevolezza e dalla maturità. Dal giudicare, anche dolorosamente, con la dovuta profondità ciò che avviene. Dal capire quanto profondamente il male e la menzogna si insinuino nel mondo, nella storia, nel particolare momento storico in cui viviamo. E in questo male avere la salda e matura fiducia che il bene e la verità, al di là di tutto, emergono, ostinatamente, anche là dove tutto sembra disperato. E il male e la menzogna, la distruzione e demolizione di ciò che c’è di buono, sistematicamente praticati, mostrano a ogni passo tutte le loro contraddizioni, tutta la loro disumanità. Ostinatamente il bene e il vero si insinuano ovunque, anche nel nostro momento storico, anche adesso che il nostro mondo sta crollando, in maniera così tenace da far capire che non è un caso. Da far capire che un qualche disegno di questo bene c’è necessariamente. C’è un Disegno, cioè c’è un Destino, e un Destino buono. Ed è proprio l’enorme potenza del male e della menzogna che, paradossalmente, ne dà testimonianza, perché il miracolo che il buono di questo mondo esiste e sopravvive, e spesso fa capolino anche là dove sembrerebbe più assurdo e inaspettato trovarlo.

Allora val la pena sì di lottare, ma non per affermare che la vita è bella nonostante tutto, come diceva la Fallaci. Non perché la nostra permanenza in questo mondo è la sola occasione che abbiamo per affermare la verità di noi stessi, come ha scritto Venner. Val la pena di lottare per collaborare a questo tenace Disegno di bene che sottende tutte le cose, tutte le epoche, tutti gli uomini, anche dentro i peggiori rivolgimenti.

 

Questo è ciò che fecero i cristiani dei primi secoli quando videro lo sgretolamento di ciò che era “la” civiltà per antonomasia. In mille tragedie, mille sviamenti, mille errori e contraddizioni essi rimasero fedeli e fiduciosi in quel Disegno di buono, mentre tutto intorno a loro crollava. Essi salvarono la civiltà; essi ricostruirono la civiltà; essi costruirono una nuova civiltà, forti della loro Speranza.

Questo è ciò che è chiesto a noi di fare. Nella certezza della nostra Speranza.

* * * * *

 

TRADUZIONE dal francese da

 

http://www.dominiquevenner.fr/2013/05/la-manif-du-26-mai-et-heidegger/

 

 

“La manifestazione del 26 maggio e Heidegger” di Dominique Venner

I manifestanti del 26 maggio avranno ragione a gridare la propria impazienza e la propria collera. Una legge infame, una volta votata, può sempre essere abrogata.

Ho appena ascoltato un blogger algerino “Ad ogni modo – diceva- entro quindici anni gli islamisti saranno al potere in Francia e sopprimeranno questa legge”. Non per farci piacere, se qualcuno avesse dei dubbi, ma perché essa è contraria alla Sharia (la legge islamica).

Questo è il solo punto in comune, superficialmente, tra la tradizione europea (che rispetta la donna) e l’islam (che non la rispetta affatto). Ma l’affermazione perentoria di questo algerino fa accapponare la pelle. Le sue conseguenze saranno altrettanto gigantesche e catastrofiche quanto l’odiosa legge Taubira.

Occorre riconoscere che fa parte degli scenari probabili una Francia caduta in mano al potere islamista. Da 40 anni politici e governi di tutti i partiti (salvo il Front National), così come i poteri economici e la Chiesa, vi si sono dedicati attivamente, accelerando con tutti i mezzi l’immigrazione afro-maghrebina.

Da molto tempo grandi scrittori hanno dato l’allarme, a cominciare da Jean Raspail nel suo profetico Camp des Saints (Robert Laffont), la cui nuova edizione ha raggiunto una tiratura record.

I manifestanti del 26 maggio non possono ignorare questa realtà. La loro lotta non si può limitare al rifiuto del matrimonio gay. La “grande sostituzione” di popolazione della Francia e dell’Europa, denunciato dallo scrittore Ranaud Camus, è un pericolo altrettanto catastrofico per l’avvenire.

Non sarà sufficiente organizzare delle cortesi manifestazioni di piazza per impedirlo. Innanzitutto occorrerebbe procedere a una vera e propria “riforma intellettuale e morale”, come diceva Renan. Essa dovrebbe permettere una riconquista della memoria identitaria francese ed europea, il cui bisogno non è ancora nettamente percepito.

Saranno necessari certamente gesti nuovi, spettacolari e simbolici per risvegliare dalla sonnolenza, scuotere le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini. Noi entriamo in un tempo dove le parole devono essere rese autentiche attraverso degli atti.

Sarà altresì necessario rammentare, secondo la geniale formulazione di Heidegger (Essere e Tempo), che l’essenza dell’uomo sta nella sua esistenza e non in un “altro mondo”. È qui e ora che si gioca il nostro destino fino all’ultimo istante. E ha tanto importanza questo ultimo istante quanto il resto della vita. Per questo occorre essere se stessi fino all’ultimo momento. È decidendo per sé, desiderando veramente il proprio destino, che si vince il nulla. E non ci sono scappatoie a questa esigenza, poiché noi non abbiamo che questa vita, in cui ci è dato di essere interamente noi stessi o di non essere nulla.

 

 

Don Gabriele Mangiarotti

 

http://www.culturacattolica.it

 

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