Il cento e il cinque

 

del 16 aprile 2013

 

 Le crisi, soprattutto quelle profonde e gravi, sono un se­gnale che una comunità civile o economica sta e­saurendo la sua capacità generativa, e non è più capace di creare vero va­lore economico, civile, politico, cultura­le, scientifico, perché ha smarrito i suoi valori, non sa più ciò che vale. C’è una regola generale al cuore della legge di e­voluzione delle civiltà e della loro eco­nomia: la forza generativa dell’uso civile delle ricchezze si spegne quando rag­giunge il suo culmine, perché i successi e i frutti finiscono col tempo per spe­gnere quella fame di vita e quella spe­ranza che li aveva generati. Ciò non è so­lo evidente dall’analisi storica: è suffi­ciente recarsi ogni tanto in Cina – dove mi trovo ora –, nelle Filippine, o in Brasi­le per vedere che la radice del loro (at­tuale) sviluppo economico e civile pren­de linfa vitale dall’entusiasmo civile e dalla volontà di riscatto individuale e so­ciale, che si esprimono anche in quella gioia di vivere che si respira nelle strade, soprattutto tra i poveri e i bambini.

 Queste risorse morali e spirituali si con­sumano, ma non si rigenerano da sole, e così dopo periodi più o meno lunghi finiscono. È una legge spietata ma anche provviden­ziale, perché è an­che un grande mec­canismo che fa sì che non siano sem­pre gli stessi a salire sulla giostra del be­nessere e della pro­sperità. Sul piano economico-civile tut­to ciò fa sì che nelle fasi civilmente posi­tive ed espansive i capitali (stock) siano al servizio dei redditi (flussi): sono i ter­reni, le case, gli immobili, i risparmi, i ti­toli azionari a essere in funzione dei red­diti da lavoro (salari) e d’impresa (profit­ti). In queste fasi felici i capitali esistono e sono importanti, ma questi capitali so­no messi a reddito, sono fatti girare e fruttare per lo sviluppo e per il bene co­mune.

La virtù dominante in questi periodi ci­vilmente fecondi è la speranza, che por­ta a guardare i capitali (reali e finanziari) come strumenti da mettere in gioco, co­me talenti da trafficare perché portino frutto. Si guardano gli stock in vista dei flussi. Si vedono i 'cento' del valore del capitale di oggi, ma si vedono di più i 'cinque' che quei cento ben investiti potranno produrre, perché quel reddi­to/ flusso è un segnale della capacità ge­nerativa della mia azienda, della mia vi­ta. Il primo senso del buon grano non è mai l’accumulazione nei granai. È anche questa la differenza tra contadino e mer­cenario, tra investimento e pura accu­mulazione, e tra l’imprenditore, il prota­gonista delle fasi espansive, e lo specula­tore, protagonista di ogni declino.

La ricchezza generativa di redditi rende felici e fecondi, mentre la ricchezza ac­cumulata per se stessa rende miseri e sterili. Quando la cultura latina voleva rappresentare la felicitas i suoi simboli e le sue immagini erano i raccolti fecondi (Campania felix), gli strumenti del lavo­ro, e i bambini, che ieri come oggi sono il primo segno della fecondità felice di famiglie e popoli. Tutto questo lo sa be­ne anche la grande cultura dei popoli con la sua arte: essi quando hanno volu­to rappresentare l’icona dell’infelicità l’hanno individuata più nell’avaro che nel povero, perché l’avaro è un ricco mi­sero che non conosce – lui con i suoi a­veri – la fioritura e la fecondità, come i capitali (de)portati oggi nei paradisi fi­scali.

 Un’impresa, un sistema economico, una civiltà iniziano allora la loro decadenza quando il nesso tra capitali e frutti si in­verte, e lo scopo dei capitali diventano i capitali. Alla speranza subentra la paura, il senso del grano diventa il granaio e ci si dimentica di chi di quel grano ha biso­gno per vivere, e per lavorare. Nel lin­guaggio dell’economia la grande crisi i­nizia quando i redditi (flussi) sono visti in funzione dei capitali (stock), i profitti e i salari in funzione delle rendite. Così gli imprenditori si trasformano in spe­culatori, le élite che avevano determina­to la fase virtuosa del ciclo economico­civile diventano caste, che destinano le loro energie a conservare i privilegi ac­quisiti nei tempi passati. Nei periodi fe­lici prevalgono la fiducia e la coopera­zione, e si guarda agli altri come poten­ziali partner per nuove comuni intrapre­se. Nelle fasi di declino ci si guarda at­torno con sospetto, e il vicino diventa un rivale, un nemico che può sottrarci u­na fetta di quelle rendite. I rapporti sociali si incattivi­scono, gli altri (non noi) sono tutti eva­sori e disonesti, e il loro benessere di­venta una minaccia per il nostro.

E inve­ce, nei periodi mi­gliori, proprio «il mercato ci insegna a vedere con benevolenza la ricchezza e il benessere degli altri» ( John Stuart Mill, 1848), perché contano le nuove torte, e non la dimensione delle fette di quelle che abbiamo creato in passato. In Italia oggi riusciamo a fare perfino di peggio: «Riusciamo a litigare per spartirci future torte che non creeremo mai», mi confi­dava un imprenditore siciliano.

La nostra crisi dice allora che stiamo di­lapidando i capitali di valori civili e reli­giosi che avevano operato i miracoli e­conomici e sociali dei decenni passati.

Serve un nuovo miracolo economico, ci­vile, morale. Dopo la seconda guerra mondiale i nostri genitori e nonni prese­ro le macerie prodotte da umanesimi fratricidi e, con i loro valori, le fecero di­ventare mattoni, pietre angolari delle lo­ro nuove case e della casa europea. Se oggi vogliamo vedere un presente e un futuro possibili, e magari migliori, dob­biamo trovare le risorse per trasformare le nostre macerie in una nuova casa e in una nuova eco-nomia. Le nostre macerie non sono fatte di cemento e calce, ma anche questa crisi sta, a modo suo, di­struggendo case, fabbriche, chiese, sta mietendo le sue vittime, ha i suoi eroi e la sua Resistenza.

Dobbiamo trovare le risorse per raccogliere le macerie e tra­sformarle in nuovi mattoni. E dobbiamo scavare molto, perché le pietre migliori non sono in superficie: sono ancora in parte sepolte, o ignorate, perché – come la nostra vocazione comunitaria – consi­derate pietre d’inciampo, e scartate. Oc­corre salvarle, facendone le pietre ango­lari della nuova casa, della nuova econo­mia, del nuovo lavoro.

 

 

Luigino Bruni

 

 

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