Dare un nome alla paura

 

del 06 aprile 2013

 

 

          Nel vivere la malattia, non tutto dipende dalla medicina. C'è una dimensione della cura che dipende prevalentemente da noi.

          Quando la malattia irrompe nella vita di una persona, ha sempre un doppio effetto. Il più evidente sono i sintomi fisici, con tutte le loro conseguenze. L'altro, più sottile e pervasivo, tocca la sfera psicologica: un senso di angoscia che può diventare onnipresente e paralizzante. Per qualcuno, quest'ultimo può diventare addirittura più pesante del male stesso, tanto che alcuni ne sono preda anche quando non soffrono di patologie veramente gravi. È una sofferenza dell'anima che getta la sua ombra su tutto, spegnendo la serenità e la gioia.

Vincere la malattia, prendersi cura di sé, significa confrontarsi innanzitutto con questo stato d'animo.

          Non è causale che, nei racconti evangelici, Gesù attribuisca le guarigioni dei malati alla loro fede, più che a un proprio potere. C'è una guarigione interiore che precede quella del corpo. Nelle patologie tumorali è considerata sempre più importante la psico-oncologia, perché il ruolo della mente è decisivo nel processo di cura. A parità di condizioni cliniche, un atteggiamento positivo aumenta l'efficacia delle terapie, la qualità della vita, persino le probabilità di sopravvivenza.

          L'antropologia biblica, con la sua sapienza, individua la sede dei sentimenti nelle viscere. Non è forse lì che si addensano le nostre sensazioni più forti? Il male oscuro dell'interiorità è un peso che grava sullo stomaco e non ci abbandona mai. Ci si sente trascinati a terra, letteralmente spinti verso il basso.

Come liberarsi da questo stato d'animo opprimente? Come ritrovare un po' di leggerezza?

          «Dare un nome alle cose è la grande e seria consolazione concessa agli umani», ha scritto Elias Canetti. Dobbiamo essere consapevoli del potere dei nomi. Dare un nome è segno di riconoscimento, di familiarità, e infatti la prima cosa che i nazisti toglievano agli ebrei prigionieri dei campi di sterminio, per disumanizzarli, era il nome, sostituito da un numero.

          Nella Genesi, la facoltà umana di esercitare un dominio sugli altri esseri viventi è associata all'attribuire loro un nome (cfr. 2,19-20). Dio, secondo la visione del Terzo Isaia, promette ai suoi servi un nome nuovo (cfr. 65,15), segno della realtà ancora incompiuta che sta dentro di noi e che solo lui conosce. Il suo svelamento, in Apocalisse 2,17, è rappresentato dal dono di una pietra bianca,«sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all'infuori di chi lo riceve».

          Quando si intraprende un percorso di guarigione della psiche, è indispensabile dare un nome alle cose negate, rimosse, inconfessate. Serve per cominciare a riconciliarci con ciò che rifiutiamo, perché sembra troppo banale per essere vero.

          Il vero nome dell'angoscia portata dalla malattia è la paura della morte, dell'annientamento della nostra relazione con le persone amate e con questo mondo. Morte che la nostra società cerca sempre più di rimuovere, magari spettacolarizzandola, è che paradossalmente è sempre più presente nella nostra coscienza come timore che ci artiglia.

          Dare un nome a questa paura, riconoscerla, ammetterla, dichiararla ad alta voce è il primo gesto alla nostra portata per non esserne dominati. Quando sono riuscito a farlo, ho potuto iniziare a prenderne un po' le distanze. La parola esorcizza la paura, allenta la sua presa. Lo si può fare parlandone con gli altri, con coloro che amiamo, e il credente può farlo anche nella preghiera. Mi viene in mente come si rivolgeva a Dio Giovanni Moioli, prete ed eminente teologo milanese morto a 53 anni nel 1984: «Signore, basti tu, basta la tua Parola. Signore, dammi la pazienza di stare nel senso della tua Parola, di appoggiarmi ad essa, di dire: mi fido, vado avanti. Signore, sei tu che devi dare forma a me e mi devi condurre nella direzione della preghiera. Insegnami a diventare credente anche attraverso queste difficoltà, queste oscurità».

          Finché cerchiamo di sfuggirle, la paura ci raggiunge sempre. Se impegniamo tutte le forze per allontanarla, la rendiamo sempre presente. Come quando ci si sforza di non pensare a una cosa, ottenendo l'effetto contrario di pensarci in continuazione. Al contrario, riconoscerla come una parte di noi con cui convivere e rappacificarsi aiuta a vedere oltre. I momenti angosciosi non spariscono, ma si possono affrontare.

Diceva Martin Luther King: «Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio si alzò, andò ad aprire e vide che non c'era nessuno».

 

 

Christian Albini

 

http://www.vinonuovo.it

 

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