C'è il dovere di sperare. Per tutti

da Attualità

del 23 novembre 2012

Siamo in giorni in cui si schiudono non impossibili scenari drammatici per l’economia occidentale. Ascoltiamo i tg, leggiamo i titoli e ci si para di fronte non un fantasma, ma un’ansia razionale e collettiva circa il nostro futuro. A un medico dell’anima come Eugenio Borgna, psichiatra e scrittore, chiediamo come si fa a stare di fronte a queste paure senza esserne vinti e continuando, comunque, a sperare.

​«Il piano della crisi economica oggettiva e quello della interiorità e delle sue sofferenze sono ovviamente distinti – risponde Borgna –. Una crisi economica, per quanto grave, non ha mai nella coscienza individuale una risonanza tanto abissale quanto la desolata mancanza di qualsiasi senso, propria della depressione. Per contro, una persona con un saldo equilibrio psichico può trovare in situazioni di crisi uno stimolo per riscoprire in sé risorse finora ignorate. Le due autonome forme di crisi possono però sovrapporsi e intrecciarsi in un tempo come il nostro, già in precedenza segnato da una diffusa sofferenza psicologica».

Lei riscontra un aumento di disagi interiori, parallelo all’ampliarsi della crisi che contagia l’Italia? 

Certamente. Quando viene messa in gioco la possibilità stessa di dare sostentamento e speranza ai propri figli, viene intaccata quell’area interiore di cui parlavo. Se la disoccupazione si fa di massa, si accresce drammaticamente quell’altra crisi impalpabile, che si fa cruda entrando nei gorghi della depressione. È singolare però come in genere si parli solo di fallimenti economici e finanziari, trascurando le risonanze interiori negli uomini che ne sono toccati, e che possono essere ben più drammatiche. Perché se i default economici possono essere arginati con manovre pubbliche o interventi di sostegno, se per il bisogno più urgente c’è solidarietà, c’è la Caritas, molto più difficile è cercare rimedio al senso di sconfitta di chi si vede irrimediabilmente fallito in ciò che aveva perseguito per la sua vita.

Ma questa crisi non cade in un tempo già avaro di speranza? Chi, come molti oggi, attribuisce il suo valore semplicemente a ciò che fa, produce e guadagna, non si ritrova disarmato e vuoto nel momento in cui non guadagna più niente?

Ci sono ideali forti come baluardi, e altri che si oscurano lasciandosi dietro un contraccolpo insostenibile. Senza voler creare gerarchie sul valore umano di ciò in cui si crede io devo riconoscere, sulla base della mia esperienza, che niente dà a un uomo la stessa forza di resistenza alle avversità e al dolore di una speranza cristiana, pascaliana. La sola in grado di trasfigurare la sofferenza, anche la più straziante, in un senso, misterioso e tuttavia certo.

Si assiste, parallelamente all’avanzare della crisi economica, a un aumento vistoso di puntate a lotterie o giochi d’azzardo on line, a un florido commercio di oroscopi... 

Questa non è speranza, è illusione. È drammatico il tentare di sfuggire alla caduta di certezze economiche e sociali, fuggendo in cerca di un surrogato di speranza – che può anche diventare disperazione, e quasi forma di droga. In realtà, quando le certezze vengono meno, ci si può salvare solo su quella zattera in cui la solidarietà con l’altro dà senso al sacrificio nostro; in cui anche il nostro perdere acquista valore, se pensiamo che è per un di più che lasceremo ai figli. 

Ma non siamo noi, e più ancora i nostri figli, generazioni poco educate a coltivare la speranza? Come si coltiva questa speranza?

Prima di tutto, credo, educandoci a sentire le sofferenze degli altri come nostre, a guardare il prossimo negli occhi, e a saper riconoscere in quello sguardo la solitudine o il deserto. Ma solo una educazione interiore ci consente di guardare alla realtà distinguendo ciò che veramente conta. Prendiamo l’esame di coscienza, espressione cristiana apparentemente così dinosaurica, così desueta. In realtà, questo esame educava a guardare dentro di noi ogni sera, a vedere cosa si era sbagliato, e quindi i propri limiti, e quindi a domandare aiuto per cambiare: il che già implicava una nuova speranza sul giorno che sarebbe venuto. E le campane dell’Angelus, non erano un quotidiano momento di sostegno alla speranza? Lo stesso gesto di pregare ogni mattina introduce a una giornata più aperta allo sperare; che non è mai solo per noi stessi, ma anche per gli altri, e perfino per quelli che non conosciamo – anche per i bambini che in quello medesimo istante frugano nelle discariche del Terzo mondo.

L’essere ciascuno non solo per sé, ma per l’altro, è un tema costante del suo lavoro. Come se rompere gli angusti confini dell’Io fosse già di per sé terapeutico.

Non siamo monadi, ma originariamente destinati al colloquio con l’altro. Lo siamo così profondamente che anche un filosofo come Walter Benjamin, ebreo di origine ma laico, scrisse di «un dovere della speranza» nei confronti di chi l’ha perduta. Del dovere di mantenere viva questa luce, se gli altri attorno l’hanno smarrita; perché se disperiamo anche noi, quella luce andrà persa per tutti.

In una recente udienza Benedetto XVI ha parlato di una «memoria che si fa speranza»; dell’utilità di ricordare, come gli ebrei liberati dall’Egitto, il bene ricevuto nella nostra vita, per aiutarci a sperare.  

È un’eco agostiniana questa del Papa, già Agostino scrisse che la nostra speranza dipende dalle esperienze del passato. Gabriel Marcel ha detto che «la speranza è la memoria del futuro»: nella nostra memoria ci sono già, in nuce, i modi della speranza che nutriamo. E tutto questo rientra nella attenzione a una soggettività interiore che viene spesso ignorata, censurata; al profondo bisogno di tornare a capire chi siamo, e cosa abbiamo dentro.

Di fronte alla crisi, al lavoro per i giovani che manca, mi viene da pensare a quante donne, spaventate, rinunceranno a un figlio che desiderano, o che magari già aspettano. A quanti figli non nasceranno. Ma cosa direbbe lei, professore, a una di queste donne? 

Credo che direi di non cedere a quella fredda razionalità dei numeri, delle statistiche, che afferma che non c’è niente da fare, e che bisogna arrendersi. Occorre oggi, come disse Kierkegaard, quel salto dalla fredda ragione calcolante a una speranza che non è illusione, ma apertura alla consapevolezza che possono accadere cose non materialisticamente prevedibili. I medici sanno che comunicare a un malato grave le sole fredde percentuali della sua possibilità di sopravvivere è in fondo un mentire, che rende la malattia più grave: perché l’uomo ha risorse sconosciute, e la stessa vita è nella sua imprevedibilità assai più grande di tutte le nostre statistiche. Questa in fondo è la razionalità più grande: sapere che la vita è ben di più di tutti i nostri conti, di ogni nostra ragionevole previsione.

Marina Corradi

http://www.avvenire.it

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