Buoni amici formano i santi

del 08 febbraio 2017

L'esperienza di don Bosco ci fa capire come le amicizie facciano veramente la differenza...

 

Belle e profonde amicizie legarono don Bosco, negli anni di studio, a Paolo Braje di Chieri, a Guglielmo Garigliano di Poirino, a Luigi Comollo di Cinzano. Soprattutto questo ultimo inciderà molto nella formazione di Giovanni.

Sappiamo quale importanza abbiano gli amici nei comportamenti e nelle scelte di vita degli adolescenti. Spesso contano più dei genitori nel bene e purtroppo spesso nel male. Dalle sue Memorie, che stiamo leggendo in questi mesi, abbiamo sentito confidare il pericolo che corre a motivo dei compagni non buoni. Ritiene per sé e poi come indicazione per i suoi giovani questi criteri nel trattare con i compagni.

 

«Io avevo fatto tre categorie: buoni, indifferenti, cattivi. Questi ultimi evitarli assolutamente e sempre; cogli indifferenti trattenermi per cortesia e per bisogno; con i buoni contrarre famigliarità, quando se ne incontrassero veramente tali».

Questi sono quelli di cui si circondò negli anni difficili della sua adolescenza, e con loro fondò un gruppo che chiamò: la Società dell’Allegria. Un semplice regolamento li teneva uniti: l’esatto adempimento dei doveri scolastici e religiosi.

Questo è ciò che dobbiamo offrire anche oggi ai nostri adolescenti, quando sono inseriti in gruppi formativi o almeno hanno degli amici buoni.

Spesso sentiamo dire dai nostri adolescenti e giovani che non vanno più a Messa perché non vanno più i loro coetanei, ma se frequentano un gruppo di impegno cristiano o trovano una brava ragazza o un giovane buono che conquista il loro cuore, allora ritrovano la via di una fede rinnovata, riscoprono la preghiera, la vita sacramentale e la vocazione cristiana.

Ecco in quale modo i giovani possono diventare missionari in mezzo ai loro coetanei, essere testimoni coraggiosi nelle iniziative di bene che procurano poi a loro la vera gioia.

 

Gli amici migliori modelli di fede e di pietà

Belle e profonde amicizie, dunque, legarono Giovanni, negli anni di studio, a Paolo Braje di Chieri, a Guglielmo Garigliano di Poirino, a Luigi Comollo di Cinzano. Soprattutto questo ultimo inciderà molto nella formazione di Giovanni. Ecco come avviene il loro incontro.

Durante una ricreazione, nella quale Luigi viene schiaffeggiato da un compagno più piccolo di lui, che voleva costringerlo a giocare a un gioco piuttosto grossolano, Giovanni vede come questo giovane reagisce a quella violenza: «A quella vista io mi sentii bollire il sangue nelle vene e attendevo che l’offeso ne facesse la dovuta vendetta; tanto più che l’oltraggiato era di molto superiore all’altro in forze ed età. Ma quale non fu la meraviglia, quando il buon giovanetto colla sua faccia rossa e quasi livida, dando un compassionevole sguardo al compagno cattivo gli disse soltanto: “Se questo basta per soddisfarti, vattene in pace, io ti ho già perdonato”».

Scriverà: «Quell’atto eroico ha destato in me il desiderio di saperne il nome che era appunto Luigi Comollo, nipote del prevosto di Cinzano, di cui si erano uditi tanti elogi. Da quel tempo l’ebbi sempre per intimo amico e posso dire che da lui ho cominciato ad imparare a vivere da cristiano. Ho messa piena confidenza in lui, egli in me; l’uno aveva bisogno dell’altro. Io di aiuto spirituale, l’altro di aiuto corporale. Perché il Comollo per la sua grande umiltà non osava nemmeno tentare la difesa contro agli insulti dei cattivi, mentre io da tutti i compagni, anche maggiori di età e di statura, era temuto per il mio coraggio e per la mia forza gagliarda».

Giovanni dimostra questa forza quando un giorno alcuni compagni vogliono umiliare Luigi e Antonio, i giovani più timidi della classe. È in quella circostanza che lui prende un suo compagno e lo usa come bastone per atterrare gli altri che rimangono impressionati e spaventati dalla sua forza. In quella occasione sono memorabili le parole di Luigi a Giovanni: «Mio caro, mi disse appena potemmo parlare tra noi, la tua forza mi spaventa, ma credimi, Dio non te la diede per massacrare i compagni. Egli vuole che ci amiamo, ci perdoniamo e che facciamo del bene a quelli che ci fanno del male… Io ammirai la carità del compagno… D’accordo coll’amico Garigliano andavamo insieme a confessarci, comunicarci, fare la meditazione, la lettura spirituale, la visita al SS. Sacramento, a servire la Santa Messa».

 

I veri amici sanno correggersi

Ricorda ancora Giovanni: «Questo meraviglioso compagno fu la mia fortuna. A suo tempo sapeva avvisarmi, correggermi, consolarmi, ma con un così bel garbo e con tanta carità che in certo modo era contento di dargliene motivo per gustare il piacere di esserne corretto. Trattavo famigliarmente con lui, mi sentivo naturalmente portato ad imitarlo… se non sono stato rovinato dai dissipati e se potei progredire nella mia vocazione ne sono veramente a lui debitore».

Luigi interviene nel discernimento vocazionale di Giovanni, che gli manifesta l’incertezza di entrare in un Ordine religioso o in Seminario. Gli propone una novena e gli consiglia di scrivere una lettera a suo zio, Don Comollo. L’ultimo giorno lo invita alla confessione, alla comunione servendo la Messa all’altare della Madonna delle Grazie, nel Duomo di Chieri e in quel contesto arriva il consiglio dello zio a entrare in seminario, e Giovanni andrà avanti più sicuro nella sua vocazione.

Confida ancora don Bosco nelle sue Memorie: «Finché Dio conservò in vita questo incomparabile compagno, ci fu sempre una intima relazione. Nelle vacanze più volte io andavo da lui, più volte egli veniva da me. Frequenti erano le lettere che ci indirizzavamo. Io vedevo in lui un santo giovanetto; lo amavo per le sue rare virtù; egli amava me perché l’aiutavo negli studi scolastici, e poi quando era con lui mi sforzavo di imitarlo in qualche cosa».

 

Le confidenze più profonde riguardano il cielo

Piacevoli sono i racconti delle giornate di vacanze passate insieme. In una di quelle, Luigi confida a Giovanni un presentimento: pensa che la sua vita stia per concludersi, ma questo pensiero non gli impedisce di perdere la sua abituale allegria.

Quando arriverà effettivamente il male che lo condurrà ad anticipare la conclusione della sua esistenza terrena, i due amici faranno un patto: «Quello che di noi sarà il primo a morire, se Dio lo permetterà, recherà notizia della sua salvezza al compagno superstite…».

Morto Luigi il 2 aprile 1839, e sepolto il giorno seguente nella stessa chiesa di San Filippo, Giovanni spera in una visione dell’amico a conforto del suo dolore.

Infatti in quella stessa notte, Giovanni, essendo già a letto in un dormitorio di circa 20 seminaristi, tra un grande frastuono, udì la voce di Luigi che diceva: «“Bosco, io sono salvo”. Tutti udirono il rumore, parecchi intesero la voce senza capirne il senso; alcuni però la intesero al pari di me. Fu la prima volta che a mia memoria io abbia avuto paura».

L’amicizia tra Giovanni Bosco e Luigi Comollo sembra ricalcare quella di due giovani santi dell’antichità, divenuti poi vescovi: San Basilio Magno e San Gregorio Nazianzeno, entrambi presi da un mutuo affetto che così lo descrivevano:«Sembrava che avessimo un’unica anima, in due corpi. L’amore alla sapienza divina era ciò che entrambi cercavamo. Aspiravamo a un medesimo bene e coltivavamo il nostro ideale comune… vivere tesi alle speranze future. E non ci si addebiti a presunzione se dico che eravamo l’uno all’altro norma e regola per distinguere il bene dal male».

Ecco come gli amici possono diventare ottime guide sulla via della santità, ma il presupposto fondamentale è quello di vincere ogni rispetto umano nel condividere le cose di Dio, nell’animarsi ai veri valori della vita.

 

 

Don Giovanni D'Asti

 

 

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