Bocciare costa, vietarlo è inganno

del 16 febbraio 2017

Un 'referendum' di sì o no sul problema della bocciatura proibita per legge sarebbe solo un segno di crisi del pensiero

 

Perché non mi convince lo stop nel primo ciclo di studi. Un 'referendum' di sì o no sul problema della bocciatura proibita per legge sarebbe solo un segno di crisi del pensiero. Il problema stesso, infatti, sarebbe mal impostato, quindi irrisolvibile. «Bocciare». Già il vocabolo è sgradevole. Anche etimologicamente. E non ha proprio nessuna allure educativa. A maggior ragione con ciò che si porta dietro. Tutte le ricerche disponibili negli ultimi 60 anni dicono che solo per il 2% dei ripetenti la «bocciatura» si è rivelata in qualche modo utile. Per tutti gli altri, è stata l’anticamera del fallimento introiettato, della condizione di drop-out/pushout, di disaffiliated (ossia di 'non affiliati', ragazzi che non vedono l’ora di abbandonare la scuola e di andare a lavorare convinti, per tutta la vita, che chi studia non lavora e chi lavora non può studiare). Basterebbe solo questo per concludere che la «bocciatura» è un lusso che non ci possiamo più permettere. E non per ragioni etiche e pedagogiche fin troppo evidenti da Rousseau (1762) in avanti. Ma per volgari e attuali motivi contabili. Ogni «bocciato», infatti, costa allo Stato più di 8.000 euro all’anno. Ma questo è niente. In trent’anni, i giovani si sono più che dimezzati. Adesso sono quasi una specie in via di estinzione. Non bisognerebbe 'perderne' nemmeno uno. Diventa socialmente autolesionistico non essere in grado di valorizzare le eccellenze di ciascuno. E soprattutto persuadere oltre la metà di una generazione che non avrebbe niente di davvero eccellente da dare a sé e agli altri. 

Ma poi perché bisognerebbe discutere di «bocciare o non bocciare» solo per la scuola primaria? Smettiamola, anzitutto, di chiamarla «elementare». La scuola elementare era la scuola storicamente delle briciole che il ricco Epulone (il 2% della classe colta e dirigente) generosamente concedeva al popolo (98%). La scuola primaria invece non solo è, sul piano pedagogico, un diritto sociale e civile come le scuole di ogni ordine e grado fino all’istruzione e formazione superiore, ma risulta, dal 2003 anche per legge, la scuola chiamata a creare le condizioni cognitive, strumentali e di personalità perché questo fondamentale diritto pedagogico di tutti sia reso davvero possibile a ciascuno. Non è primaria, in questo senso, una scuola che non garantisce le competenze di base indispensabili per arrivare bene fino all’istruzione e formazione superiore. E siccome sappiamo che oggi non è così e che la scuola media peggiora la situazione e la secondaria non fa meglio, anzi!, proibire di «bocciare» solo nella scuola primaria significa inaugurare un consolante autoinganno collettivo. Ovvero lasciare le scuole così come le conosciamo, con gli insegnanti reclutati come sono, con gli orari, l’organizzazione, i metodi che ci sono. No, è indispensabile cambiare la scuola che c’è, dalla primaria all’università, per pensare di rendere normale il «promuovere». «Promuovere» sul serio, nella sostanza, non sulla carta della burocrazia amministrativo-sindacale e dei titoli formali di studio. Tutto il nostro sistema scolastico è stato pensato per uniformare, dare a tutti le stesse cose nello stesso tempo, allo stesso modo. Sembrava arrivato il momento, tra 2001-2003, in cui si era affacciato lo scenario di un sistema di istruzione e formazione che dovesse dare a ciascuno gli spazi personalizzati per usare l’eccellenza di cui ogni persona è dotata come mezzo cognitivo e motivazionale per migliorare l’intero di se stessi in rapporto agli altri e a tutte le esigenze sociali. Non l’ha voluto nessuno. Tutti tesi a difendere il proprio orticello. E ad illudersi, come Candide, che fosse il migliore dei mondi possibili. Non è mai troppo tardi, a dire il vero, per cambiare. Basta volerlo. E nutrirsi di un minimo di coerenza nella riforma degli ordinamenti, nella formazione e nel reclutamento dei docenti, nell’autonomia reale e non simulata delle istituzioni scolastiche, nella sistematicità quotidiana del rapporto tra genitori e docenti, tra scuola e società, nella predisposizione di un sistema di valutazione non dimezzato.

 

Giuseppe Bertagna

https://www.avvenire.it

 

 

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