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La «Vita» di Domenico Savio scritta da don Bosco: la narrazione di una relazione educativa «eccellente»

L'intervento legge la prima biografia di Domenico Savio, scritta da don Bosco, come una forma narrativa di pedagogia dell’eccellenza. Negli ambienti salesiani la sua vicenda umana è stata periodicamente ripresa e approfondita, sia dal punto di vista dell’educazione che dal punto di vista della spiritualità giovanile...

Domenico Savio (Riva di Chieri, 2 aprile 1842 – Mondonio d’Asti, 9 marzo 1857), l’adolescente allievo più noto di don Bosco, è stato — come si dice — elevato agli onori degli altari nel 1954 come modello di santità giovanile: quasi un moderno e più popolare san Luigi Gonzaga, maggiormente adeguato alla società industriale e di massa e alla gioventù moderna, soprattutto studentesca. Ma nella tradizione salesiana era già proposto come modello di educazione riuscita. Negli ambienti salesiani la sua vicenda umana è stata periodicamente ripresa e approfondita, sia dal punto di vista dell’educazione che dal punto di vista della spiritualità giovanile. Nel cinquantesimo della sua santificazione si sono avute diverse iniziative in questo senso. In questo contesto, l’intervento legge la prima biografia di Domenico Savio, scritta da don Bosco, come una forma narrativa di pedagogia dell’eccellenza.

 

 

1. La «Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales».

 

La vicenda umana di Domenico Savio fu narrata da don Bosco stesso in un volumetto intitolato Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales.1 Lo fece sotto forma di fascicolo delle Letture cattoliche (una sorta di «Readers’ Digest» in anteprima), che prese a pubblicare periodicamente dal 1853 per l’«edificazione» del popolo e, in particolare, per i giovani.

All’educazione dei giovani don Bosco dedicò tutta la sua vita. La sua passione educativa trovò un modo di educare anche nella «buona stampa».

Nel decennio tra il 1840 e il 1850, mentre fondava l’oratorio di Valdocco (allora all’estrema periferia di Torino), dove radunava i «giovani poveri e abbandonati» della Torino al suo decollo industriale e finanziario, oltre che politico, scrisse per loro Il giovane provveduto (1847) — un libro di meditazioni, di preghiere e di canti, una sorta di ripensamento giovanile delle Massime Eterne di sant’Alfonso Maria de’ Liguori —, la Storia ecclesiastica ad uso delle scuole (1845) e la Storia sacra per uso delle scuole (1847), completata nel 1855 con la Storia d’Italia raccontata alla gioventù (che meritò la considerazione di Benedetto Croce, benché il critico la definisse una forma divulgativa di storiografia «clericale»).

Forse già dal 1846 (la seconda edizione è del 1849, la prima è irreperibile) preparava i giovani all’uso del sistema metrico decimale (che veniva allora introdotto nel Regno del Piemonte e altrove) con Il sistema metrico decimale ridotto a semplicità.2

Negli anni seguenti, tra il 1850 e il 1860, quando l’oratorio di Valdocco — che per i Salesiani diverrà l’Oratorio per eccellenza — prese ad ampliarsi con un collegio per giovani studenti e artigiani, oltre alle citate Letture cattoliche don Bosco scrisse varie biografie di santi e di giovani che potessero essere modello di vita santa e giovanile. Inoltre, dal 1866 in poi, con la collaborazione dei suoi pur giovani collaboratori, portò avanti — sempre a beneficio dei giovani studenti — la Biblioteca degli Scrittori Latini ad uso delle scuole e dal 1869 la Bilioteca della Gioventù Italiana, una collana di testi antichi e moderni che potevano essere «utili alla gioventù colta» (l’ultimo volume, il numero 204, apparve nel 1885, tre anni prima della sua morte).3

 

1.1. L’ideazione della «Vita»

Anche la Vita del giovanetto Savio Domenico è dedicata ai giovani. Ma quest’opera è qualcosa di più di una biografia agiografica e pedagogica: l’autore voleva che fosse anzitutto una risposta alla richiesta dei giovani che gli avevano domandato di scrivere qualcosa sul loro compagno Domenico Savio, per appagare il loro pio desiderio.

Infatti, quando don Bosco seppe che Domenico Savio, tornato in famiglia a Mondonio per rimettersi in salute, era morto, decise subito di scriverne la vita; il libro fu steso nel 1858 e pubblicato nei primi mesi del 1859, a neanche due anni dalla morte del ragazzo.

Egli si mise in contatto con i tre sacerdoti che l’avevano conosciuto nella fanciullezza per avere notizie, e domandò a tutti gli amici di Domenico di scrivere i ricordi che avevano di lui. Don Giovani Zucca, cappellano di Morialdo, dove Domenico aveva vissuto con la sua famiglia dieci anni, don Alessandro Allora, che era stato suo insegnante per alcuni mesi a Castelnuovo, e don Giuseppe Cugliero, insegnante di Mondonio, dove Domenico aveva finito le elementari, mandarono a don Bosco lunghe lettere. I ragazzi di Valdocco, compagni di Domenico, scrissero i loro ricordi su fogli di quaderno. Don Bosco ne raccolse una quindicina.

Servendosi di queste testimonianze e dei suoi ricordi personali, don Bosco scrisse la Vita.4 Le testimonianze sono ancora conservate nellArchivio Salesiano Centrale, presso la Casa Generalizia (Roma, via della Pisana, 1111).

 

1.2. La storicità della «Vita»

Don Bosco ristampò la Vita più volte, ogni volta con delle aggiunte e delle correzioni. Pare che l’ultima edizione da lui curata — dicono che ogni volta che rileggeva quelle pagine non riuscisse a trattenere le lacrime — sia stata la sesta edizione, pubblicata nel 1880: da essa saranno prese le citazioni anche per questo intervento.5

L’effettività del racconto e la sua storicità sostanziale sono quanto meno pretese. La biografia di Domenico Savio intende essere una vita descritta con «brevità e semplicità» e con lo «studio di narrare unicamente le cose da voi [= i giovani cui si rivolge] o da me vedute, e che quasi tutte conservo scritte o segnate di vostra mano medesima» (Vita, Pref., p. 3). Nel corso della Vita, più volte don Bosco ci tiene a precisare che si attiene a relazioni (ad esempio all’inizio del capitolo II) o a lettere a lui inviate. Così pure dichiara di tenersi «al dover dello storico, che è di scrivere la verità dei fatti, senza badare alle persone» (Vita, Pref., p. 4), anche se, come pare, più volte aggiusta espressioni riprese da lettere e testimonianze, seleziona o rilegge il vissuto, eventi e accadimenti (Stella, 2004, in corso di stampa). Soprattutto dopo il capitolo VII — significativamente intitolato Prima conoscenza fatta di lui… (Vita, 7, p. 27) —, l’autore attesta di descrivere fatti vissuti in prima persona e condivisi con molti dei suoi lettori.

La Vita non fu esente da critiche. Un beffardo commento uscì nel 1860 sul periodico liberale «Il Cittadino» di Asti, che in tre articoli commentò in chiave canzonatoria la seconda edizione della Vita del 1860 (Motto, 1989). Anche ai tempi del processo di canonizzazione, obiezioni contro la storicità della Vita (globalmente giudicata una biografia «idealizzata») furono sollevate nel 1932 dallo storico medioevalista benedettino H. Quentin, incaricato dal Papa Pio XI di vagliarla. Gli storici salesiani A. Caviglia e A. Amadei cercarono di rispondere alle contestazioni.6

 

1.3. Caratteristiche della «Vita»

Traspaiono, anche letterariamente, il sapore del vissuto, ancora vicino e presente, e le forme del coinvolgimento dell’autore in ciò che racconta, evidenti nei frequenti passaggi dall’impersonale («il Direttore») al personale («io»), o anche al «noi dell’Oratorio».

In ciò la Vita si diversificherebbe dalle due biografie successive di Domenico Savio redatte da altri due allievi dell’ Oratorio di Valdocco, Michele Magone (1861) e Francesco Besucco (1864), «dove la narrazione è […] idealizzata […] con l’intenzione di trarne un modello di vita adeguato alla media dei giovani dalle diverse origini e dai differenti livelli spirituali» (Braido, 2003, p. 323).

Indubbiamente abbiamo a che fare con una rievocazione edificante; ma prima ancora — come vorrei suggerire — essa è la storia di un’adolescenza santa e più esattamente il racconto di una relazione educativa eccezionale, che ha al centro la storia dell’incontro tra un santo educatore e un giovane che, grazie al suo attivo coinvolgimento educativo, è riuscito a portare la santità «nativa» alle forme di una vita santa «voluta» e «pienamente realizzata» (Stella, 19812, pp. 206-211).

 

 

2. Una vita santa che viene fuori grazie a dinamiche educative profonde e grandi

 

Tra le tante letture possibili, mi sembra legittimo e rilevante leggere la Vita in chiave pedagogica, sia come testimonianza di educazione riuscita, sia come contributo pedagogico di «buona pratica educativa», che compone la relazione educativa nel più vasto orizzonte di una proposta educativa significativa, realizzata in una comunità vivace, in cui i giovani si sentono a casa propria e sono protagonisti del proprio vissuto e della propria educazione, crescendo e autorealizzandosi insieme.

Infatti, la Vita mostra in chiave narrativa non solo la rilevanza dell’azione educativa nella crescita personale, ma disegna in modo fine e raro le caratteristiche e le movenze di una relazione educativa profonda, che arriva a livelli eccezionali grazie all’alta qualità umana personale dei partner (tali caratteristiche, peraltro, dovrebbero caratterizzare almeno un po’ogni relazione educativa degna di questo nome).

 

2.1. Una «stoffa» eccellente

Nel capitolo settimo, che narra il primo incontro tra don Bosco e Domenico Savio, al Direttore, che esprimeva la convinzione che in lui «ci fosse una buona stoffa», l’adolescente risponde con prontezza e decisione: «io sono la buona stoffa e lei sia il sarto. Dunque mi prenda con lei e farà un bell’abito per il Signore» (Vita, 7, p. 28).

Domenico Savio non era un «discolo». Le testimonianze raccolte da don Bosco attestano che fin dall’età infantile egli appariva differente, andava oltre i parametri comuni. Cresciuto in una famiglia che, per quanto umile, era ricca di umanità e di fede, aveva due genitori di notevole spessore educativo e religioso, e si nutrì dei benefici apporti della vita parrocchiale. Pur gracile, cagionevole e piccolo di statura, destava stupore nei suoi educatori. Il cappellano di Murialdo, don Giovanni Zucca, dichiara di essere «maravigliato» di «quel fanciullo, che era divenuto l’oggetto della mia ammirazione» (Vita, 2, p. 12). Don Alessandro Allora, maestro del ragazzo a Castelnuovo d’Asti, dice che «in breve tempo seppe acquistarsi tutta la mia benevolenza, sicché io l’ho amato colla tenerezza di padre». E aggiunge che relazionarsi con Domenico Savio «lasciava la più bella e gioconda impressione: la qualcosa per un maestro si può chiamare uno de’ cari compensi delle dure fatiche che spesso gli tocca di sostenere» (Vita, 5, p. 22). Don Giuseppe Cugliero, suo maestro a Mondonio, dice che Savio «era giovane di età, ma assennato al pari di un uomo perfetto. La sua diligenza, assiduità allo studio e l’affabilità si cattivavano l’affetto del maestro e lo rendevano la delizia dei compagni». E vedendolo in chiesa, aggiunge: «più volte ho detto tra me stesso: ecco un’anima innocente, cui si aprono le delizie del paradiso» (Vita, 6, p. 25). Lo stesso don Bosco dichiara che «quando poi si metteva a pregare in comune, pareva veramente un angioletto […] L’avresti detto un altro S. Luigi. Bastava vederlo per esserne edificati». A ciò aggiunge la testimonianza del conte Cays, un nobile che si fece suo discepolo, il quale vedendo il ragazzo in preghiera «ne fu pieno di stupore» (Vita, 13, p. 54). Il padre, annunciando per lettera la morte del figlio a don Bosco, presenta il discepolo al maestro «qual candido giglio, qual Luigi Gonzaga» (Vita, 26, p. 116). E il professore di umanità, don Matteo Picco, «profondamente addolorato» per la notizia di questa morte, nel discorso che tenne ai suoi allievi — condiscepoli di Savio — lo dice «uno tra i più virtuosi vostri compagni»; confessa candidamente che «scorgendo in lui una fisionomia sì dolce […], mai nol vedeva che non mi sentissi tratto ad amarlo e ad ammirarlo», specie per come «quella giovanile sua mente si mostrasse unita con Dio» (Vita, 26, pp. 116-124).

 

2.2. In un ambiente educativo stimolante

Anche a don Bosco, come ai suoi maestri, Domenico Savio apparve ricco di doni di natura e di grazia, puro e disciplinato, laborioso e amorevole, cordiale e amichevole, corretto e amabile, intelligente e attivo, innamorato di Dio e della preghiera. Già al primo incontro confessa: «Conobbi in quel giovinetto un animo tutto secondo lo spirito del Signore e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la grazia divina aveva già operato in così tenera età» (Vita, 7, p. 28).

La condivisione della vita dell’Oratorio di Valdocco, ambiente educativo a livello ancora «allo stato nascente» — e perciò carico di schietta umanità e di intensa spiritualità, dove don Bosco era, per così dire, tutto — permise all’adolescenza in sboccio di Domenico Savio di arrivare alle vette di una vita pura e santa, conferendole solidità interiore e forme espressive chiare e incisive, pur nella malferma salute (che ben presto si aggravò molto seriamente). Don Bosco ci tiene a precisare che la naturalezza dei suoi bei modi di fare erano frutto di natura, ma anche di un impegno personale supportato dalla grazia di Dio (Vita, 16, p. 66). Egli comprese subito di essere di fronte a una persona eccezionale, franca e vivace, aperta e intelligente, dotata di indubbie potenzialità di leader. Don Bosco educò questi «talenti» dell’adolescente Domenico Savio e la sua stessa «deliberazione di farsi santo».

 

2.3. Nella dinamica di una relazione educativa calda e profondamente coinvolgente

Forse don Bosco fu tanto preso, anche emotivamente, da Domenico Savio, perché vide in lui la concretizzazione dell’ideale di giovane che aveva sognato e per cui si era fatto prete educatore, iniziando la sua avventura a Valdocco. E forse scorse nel giovane anche l’ideale di quei suoi figli educatori, che saranno presto detti «salesiani».7 Certo ne fu affascinato.

 

2.3.1. L’amore educativo

Don Bosco instaurò con Domenico Savio una relazione calda e profonda, segnata ed espressa in forte amore educativo.

Nella prefazione del libro, giustificandosi per qualche eventuale «compiacenza» nello scrivere, la attribuisce al grande affetto che portava al suo allievo scomparso.

Fin dal primo incontro, don Bosco scrive: «Messici a ragionare dello studio fatto, del tenor di vita fino allora praticato, siamo tosto entrati in piena confidenza egli con me, io con lui» (Vita, 7, p. 28). E quando deve rimandarlo a casa per il grave deterioramento delle sue condizioni di salute, di fronte al rincrescimento di Domenico candidamente afferma: «Io debbo dirlo; il rincrescimento era reciproco: io l’avrei tenuto in questa casa a qualunque costo, il mio affetto per lui era quello di un padre verso un figliolo il più degno di affezione». E nel narrare l’addio di Domenico Savio all’Oratorio, arriva a scrivere che Domenico Savio «mi teneva tuttora stretta la mano» e che si rivolse a lui con: «Sì, mio figlio»; e confessa che «sebbene quegli insoliti saluti ci avessero posti in afflizione, avevamo però la speranza di rivederlo presto a ritornare fra noi» (Vita, 23, pp. 105-107).

Questi accenni mi sembrano particolarmente interessanti perché evidenziano la centralità che don Bosco, almeno stando alla Vita, assegnava alla relazione educativa in vista dell’educazione dei giovani: di tutti, ma specie di coloro che mostravano di essere a livelli di dotazioni eccellenti.

 

2.3.2. L’atteggiamento di base dell’educatore e il dialogo con l’educando

Lo scritto di don Bosco evidenzia anche un suo modo particolare di porsi come educatore, che mi sembra particolarmente significativo.

In prima battuta, infatti, egli misura il rapporto educativo interpersonale non sulle proprie posizioni, ma sul giovane che si trova di fronte. È, del resto, già il fascino dell’incontrarsi con i giovani che nel Giovane provveduto fa dire a don Bosco «basta che siate giovani perché vi ami assai»; o gli fa dire, di fronte allo spettacolo dei giovani del carcere minorile: «se avessero un amico fuori!»; o lo fa arrivare a credere che «anche nel ragazzo anche il più disgraziato c’è un punto accessibile al bene».8 Il naturale «eros educativo», la naturale attrazione si combina con l’affetto, l’intenzione di bene, l’agape religiosa e cristiana. L’eccellenza di Domenico Savio porta al più alto livello questo tratto di fondo del rapporto educativo di don Bosco con tutti i giovani.

La stessa dimensione emotiva, peraltro, viene pedagogicamente intenzionata e attivata come via per «guadagnarsi il cuore» del ragazzo,9 ed è preceduta dalla pratica dell’avvicinamento e del dialogo. Il racconto del primo incontro tra don Bosco e Domenico Savio è pieno di domande e di franche e amorevoli risposte, che portano alla reciproca confidenza, e permettono di arrivare ben presto a un livello di relazione interpersonale profonda, ma anche al livello della richiesta e della proposta, stimolando il giovane a manifestarsi e a sentirsi parte attiva nell’attuazione dell’intenzionalità educativa ricercata: «Dopo un ragionamento alquanto prolungato, prima che io chiamassi il padre, mi disse queste precise parole: ebbene che gliele pare? Mi condurrà a Torino per istudiare?» E al timore che don Bosco gli manifesta, cioè che la sua «gracilità non regga per lo studio», il ragazzo controbatte coraggiosamente: «Non tema questo; quel Signore che mi ha dato finora sanità e grazia, mi aiuterà anche per l’avvenire» (Vita, 7, p. 28).

Il dialogo permetteva a don Bosco educatore di capire il giovane, di conoscere preventivamente i suoi reali bisogni educativi (non sempre intuibili o comprensibili anticipatamente), e in tal modo di calibrare l’intervento educativo e la sua stessa autorevolezza. Si legga il capitolo decimo, quando Domenico Savio ha ormai preso la decisione di farsi santo ed entra in momentanea crisi. Don Bosco attesta candidamente di non aver compreso il momento che il suo giovane allievo stava attraversando: «Giudicando che ciò provenisse da novello incomodo di sanità, gli chiesi se pativa qualche male. Anzi, mi rispose, patisco qualche bene» (Vita, 10, p. 41).

 

2.4. Con un’autorevolezza educativa che arriva ad assumere le forme di direzione spirituale

A sua volta, il dialogo aperto e amorevole non solo modula gli interventi

educativi normali, ma in qualche modo arriva anche ai livelli di guida e di direzione spirituale.

Sempre nel capitolo decimo, a Domenico Savio che domanda: «mi dica dun-que come debbo regolarmi per cominciare l’impresa», don Bosco replica lodando il proposito, esortandolo a non inquietarsi, richiedendogli per prima cosa una costante e moderata allegria, consigliandolo di essere perseverante nell’adempimento dei doveri di pietà e studio, non mancando di prendere sempre parte alla ricreazione coi suoi compagni (Vita, 10, p. 41).

E nel corso dell’evoluzione spirituale del suo straordinario allievo, interviene più direttivamente, per portare pace e serenità o evitare esagerazioni, stranezze e storture. Nella linea dei santi a lui più cari, quali san Filippo Neri e san Francesco di Sales, don Bosco mostra di non volere l’esasperazione spirituale del suo fervente discepolo (e di ogni altro suo discepolo). Si pensi all’intervento contro la sua «smania di volersi far santo», di «voler fare rigide penitenze» o di «passar di lunghe ore in preghiera, le quali cose erangli dal Direttore proibite, perché non compatibili colla sua età e sanità e colle sue occupazioni» (Vita, 10, p. 42), precisando che «la penitenza, che il Signore vuole da te […] è l’obbedienza. Ubbidisci, e a te basta» (Vita, 15, p. 65). La spinta impulsiva spirituale viene indirizzata verso l’adoperarsi per «guadagnar anime a Dio», «cooperare al bene delle anime, per la cui salvezza Gesù Cristo sparse fin l’ultima goccia del prezioso suo sangue» (Vita, 11, p. 43).

Tuttavia, bisogna dire che don Bosco, di fronte alle «grazie speciali e ai fatti particolari» di cui Domenico Savio mostra di essere oggetto e attore, comprende che non gli resta che prenderne atto e di non poter fare altro che proteggerlo: come quando Domenico Savio «mancò dalla colazione, dalla scuola, e dal medesimo pranzo», e a lui «nacque il sospetto […] che fosse in chiesa, siccome già altre volte era accaduto». Trovatolo in estasi, «il Direttore lo mandò a pranzo, dicendogli: se taluno ti dirà: onde vieni? Risponderai, che vieni dall’eseguire un mio comando. Fu detto questo per evitare le domande inopportune, che forse i compagni avrebbero fatto» (Vita, 20, pp. 93-94).

 

2.5. Nella reciprocità relazionale e nella promozione dell’autonomia

Dalla Vita e dalle testimonianze su Domenico Savio, appare che la relazione educativa tra don Bosco e i suoi allievi migliori arrivava a vere forme di reciprocità e di stimolazione all’autonomia e alla libera iniziativa. Penso all’episodio del protestante moribondo, riportato nella Vita al cap. 20, p. 95: «Un giorno entrò nella mia camera dicendo: Presto, venga con me, c’è una bell’opera da fare. Dove vuoi condurmi? Gli chiesi. Faccia presto, soggiunse, faccia presto. Io esitava tuttora, ma istando egli, ed avendo già provato altre volte l’importanza di questi inviti, accondiscesi». Nel processo di canonizzazione è raccolta la testimonianza della sorella, che conobbe e parlò molte volte con don Bosco, secondo cui

Don Bosco faceva gran conto dell’assennatezza e criterio di mio fratello; tanto è vero che, come don Bosco stesso mi narrava, in qualche speciale e importante circostanza si rivolgeva a lui, sebbene ancora così giovanetto, per averne il parere. E quando don Bosco mi diceva questo, soggiungeva: Non ti spiego le cose intorno alle quali io l’interrogava, perché tanto tu non le potresti comprendere. E tutte le volte — conchiudeva — non si era mai sbagliato nel seguire i suoi suggerimenti. (Summarium, 1926, p. 246)

A sua volta, don Giovanni Battista Francesia, uno dei primi chierici che seguì don Bosco e che fu insegnante e «assistente» (vale a dire una sorta di figura educativa che viveva a contatto diretto con i giovani nel tempo extra-scolastico del collegio), testimoniò a proposito di Domenico Savio:

Un giorno mi trovai per caso vicino a don Bosco che parlava con il giovanetto Domenico Savio. Io mi stupii nel vedere lui, che pensavo fosse timido, parlare mettendo le mani ai fianchi, e dire a don Bosco con aria tutta seria: Queste cose non si devono

tollerare all’Oratorio. Don Bosco disse: Guarda, faremo, abbi pazienza. E Domenico, insistendo, replicava: È uno scandalo, e non si può tollerare. Era la prima volta che io sentivo quel giovanetto parlare quasi con autorità con don Bosco. (Ibidem, p. 158)

 

2.6. Nell’orizzonte della corresponsabilità educativa per il bene

Don Bosco, peraltro, non limita la relazione interpersonale e la direzione spirituale. La relazione educativa non si riduce al calore e alla conoscenza reciproca, e neppure a un suo positivo e sano sviluppo, in funzione della crescita e della piena realizzazione umana degli allievi. Essa è vissuta, aperta e proiettata nell’orizzonte intenzionale valoriale, «oggettivo» e finalistico, che regge tutta la sua azione educativa: il da mihi animas, la salvezza delle anime. La relazione educativa diventa per lui coinvolgimento dei giovani, chiamata di responsabilità nella compartecipazione alla «causa educativa» dell’Oratorio.

La Vita mostra che Domenico Savio e i suoi amici — con alcuni dei quali fondò la Compagnia dell’Immacolata — si sentono corresponsabili del buon andamento dell’Oratorio, aiutando il direttore e i suoi collaboratori (il gruppo dei giovani chierici che dopo il 1854 si associarono a don Bosco nell’opera dell’Oratorio, primo nucleo di quello che nel 1859 segnerà l’inizio della congregazione salesiana). Egli non solo andò ad assistere gli appestati, ma nella quotidianità trovò mille modi di porre in atto «la solita industriosa sua carità» (Vita, 17, p. 72).

La vita e la relazione educativa di Domenico Savio con don Bosco si trovano immerse e si alimentano nell’esistenza di tanti altri giovani e nella vita dell’Oratorio nel suo insieme. I giovani, oltre a esserne i destinatari, sono anche personaggi nel racconto della Vita, talora protagonisti, non hanno solo una funzione «di spalla» nello scenario in cui Domenico viene fatto muovere e viene rievocato.

Domenico Savio, prima e dopo il suo ingresso all’Oratorio, è circondato da ragazzi bravi e da discoli, nei confronti dei quali si esplica la sua piacevolezza relazionale e gran parte del suo «zelo per la salute delle anime», poiché talvolta diventano «clienti» del suo servizio caritativo (Vita, 11-12, pp. 43-54), oppure collaborano alla sua azione apostolica ed evangelizzatrice, che lo porta a sognare di diventare missionario in Inghilterra (Vita, 11, p. 45).10

I ragazzi sono quelli con cui Domenico Savio intrattiene una profonda amicizia, in particolare Camillo Gavio e Giovanni Massaglia (Vita, 18-19, pp. 79-93); ragazzi, infine, sono gli amici con cui fonda la Compagnia dell’Immacolata (Vita, 12, pp. 72-78), un’associazione formativo-religiosa interna che doveva essere «cosa dei giovani» e che, fino a epoca conciliare, nelle case-collegio e negli oratori salesiani svolgerà una funzione analoga all’Azione Cattolica. Nella fondazione e nella codificazione del regolamento della Compagnia si nota una feconda relazione tra i giovani e il Direttore don Bosco, che legge e approva (Vita, 18, p. 78).

Domenico Savio anima la vita dell’Oratorio con i suoi amici e collabora con i suoi educatori in una grande consonanza ideale e operativa.

 

2.7. Relazione educativa e autorealizzazione

La Vita mostra come l’intreccio relazionale educativo, per quanto asimmetrico, realizzi e faccia crescere l’identità (e l’essere) e la missione (e il senso dell’agire) dell’educando, ma anche dell’educatore. Domenico Savio si riconosce nel suo Direttore e lo imita nelle parole e nella pratica, quasi si sostituisce a lui. In tal modo la sua personalità matura ed egli realizza sempre più la tendenzialità nativa, il dono di grazia e le intenzionalità volute e decise nel dialogo con don Bosco: si fa santo in pienezza.

Ma altrettanto avviene, a suo modo, per don Bosco: volendo bene, ascoltando, rispondendo e co-implicandosi con Domenico Savio, risveglia la sua responsabilità educativa e la focalizza, comprende e realizza meglio la sua carità educativopastorale, e potrà, così, essere per tutti — come dice il testo di una canzone che circola negli ambienti educativi salesiani — «padre, maestro e amico».

Da questa relazione educativa deriva gioia e felicità per entrambi. Contentezza per Domenico, del quale don Bosco afferma più volte nella Vita che era felice (e non era per lui solo una frase fatta dire a Camillo Gavio: «Noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri») e che gli dispiaceva andar via dall’Oratorio, e di cui poi ricorda la serenità, anche quando nella crescente coscienza di essere vicino a morire sentiva la pesantezza della malattia che riduceva il suo corpicciolo a «carcassa».11 Ma questo rapporto è fonte di gioia anche per don Bosco, che ancora da anziano parlerà dei «giorni felici dell’antico Oratorio», come scrive ai giovani nella Lettera da Roma del 1884, confidando loro: «Ho bisogno che mi consoliate».12

Identità e autorealizzazione di educandi e educatori appaiono coniugate con il senso del bene, del valore e della verità, dell’impegno educativo per la propria e altrui crescita.

 

2.8. L’eccezionalità dell’esito educativo

Il don Bosco che dopo la morte del giovane Domenico Savio scrive la Vita e l’amplia negli anni appare convinto di trovarsi di fronte a una vita arrivata al culmine dell’«eroicità delle virtù cristiane», come tradizionalmente si dice per indicare dei vissuti che possono essere assunti a modelli di santità e venerati dal popolo cristiano.

Descrivendo l’eco della notizia della morte, vengono riportate le diverse reazioni dei compagni:

Tale notizia pose in costernazione i suoi compagni. Chi piangeva in lui la perdita di un amico, di un consigliere fedele; chi sospirava di aver perduto un modello di vera pietà. Alcuni si radunarono a pregare pel riposo dell’anima di lui. Ma il maggior numero andava dicendo: Egli era santo, ora è già in paradiso. Altri cominciarono a raccomandarsi a lui come a un protettore presso Dio. Tutti poi andarono a gara per avere qualche oggetto che avesse appartenuto a lui. (Vita, 26, pp. 116-117)

Del resto, l’ultimo capitolo della Vita ricorda che […] mentre egli ancor viveva, molti si davano sollecitudine di seguirne i consigli, gli esempi ed imitarne le virtù; molti anche mossi dalla specchiata condotta, dalla santità della vita, dall’innocenza de’ suoi costumi, si raccomandavano alle sue preghiere. E si raccontano non poche grazie ottenute per le preghiere fatte a Dio dal giovane Savio mentre egli era ancora nella vita mortale. Ma dopo la morte crebbe assai verso di lui la confidenza e la venerazione. Appena giunse tra noi la notizia di sua morte, parecchi suoi compagni lo andavano proclamando per santo. (Vita, 27, p. 124)

E più oltre si dice che «diversi amici e compagni […] cominciavano a raccomandarsi a lui come a celeste protettore. Quasi ogni giorno si raccontavano grazie ricevute» (Vita, 27, p. 125). Nel seguito don Bosco racconta in prima persona («io ho veduto…», «ho sott’occhio molte relazioni…») di guarigioni e «celesti favori da Dio ottenuti per intercessione del Savio» (Vita, 27, pp. 125-126). Lettere e relazioni di grazie vengono periodicamente aggiunte da don Bosco nell’Appendice sopra alcune grazie ottenute da Dio ad intercessione di Savio Domenico a partire dalla terza edizione del 1861 (Vita, pp. 130-153).

Concludendo lo scritto, egli riassume così la vita di Domenico Savio: «Nella povera sua condizione egli visse una vita la più lieta, virtuosa ed innocente, che fu coronata da una santa morte» (Vita, 27, p. 128). Ma già nella prefazione egli giustifica la scrittura della Vita, perché rispetto ad «altri giovani che vissero tra noi con fama di specchiata virtù», che «la Divina Provvidenza si degnò di mandarci, [...] il tenor di vita [di Domenico Savio] fu notoriamente maraviglioso» (Vita, Pref., p. 4).

Del resto, una cronaca del 1862, di mano del già citato don Giovanni Bonetti, riporta l’opinione di don Bosco secondo cui «se Savio Domenico continua così a fare miracoli, io non dubito, se sarò ancora in vita e posso spingere la causa, che la santa Chiesa ne permetterà il culto almeno per l’Oratorio».13

Don Bosco — che pure era sempre attento all’eco e alla risonanza ecclesiale e civile di quanto faceva o scriveva — qui non si fa remora di dare tali esplicite valutazioni, piuttosto ostiche sia in sede civile che ecclesiale, probabilmente perché percepisce di essere «effettivamente» arrivato a toccar con mano questi livelli di crescita personale; e magari — come si è accennato — arriva alla conferma che il suo modo di educare può arrivare a risultati tanto positivi se trova «la stoffa» adatta.

 

 

3. La specificità pedagogica della «Vita»

 

Ma la Vita non si limita alla narrazione di un’esperienza, per quanto eccellente e straordinaria essa sia stata. Don Bosco vi ha subito collegato un’intenzionalità educativa più grande, l’ha caricata di un’esemplarità e trasferibilità educativa e fors’anche pedagogica, sicché, a volere rileggere l’opera pedagogicamente, si può dire che essa getta nuova luce sullo stesso sistema preventivo di don Bosco, almeno rispetto a come questo è sentito comunemente.

Don Bosco fu uomo d’azione, educatore grande e totale, ma non senza interessi teorico-pedagogici. Ai testi già citati, converrà aggiungere almeno le due versioni del sistema preventivo (Il Sistema preventivo nella educazione della gioventù del 1877 e Il sistema preventivo applicato tra i giovani pericolanti del 1878, indirizzato al ministro dell’Interno Francesco Crispi), e le famose due Lettere da Roma del 1884 (una indirizzata ai giovani e una ai salesiani dell’Oratorio di Valdocco). Ma saranno anche da considerare altri documenti di «pedagogia narrativa»: il Cenno storico dell’Oratorio di S. Francesco di Sales (1854), ripreso nei Cenni storici intorno all’Oratorio di S. Francesco di Sales (1864), entrambi confluiti e ripensati nelle Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855, composte tra il 1873 e il 1879.14

Indubbiamente, dal punto di vista pedagogico, leggendo la Vita si ritrovano molte consonanze con altre fonti della pedagogia salesiana. Essa manifesta chiaramente la «buona qualità» del sistema preventivo salesiano, quando questo sia realizzato con intelligenza e tatto pedagogico. Il famoso trinomio metodologico del sistema preventivo, costituito da ragione, religione e amorevolezza, sembra trovare qui tutta la sua validità di tenuta e la sua efficacia.

La stessa vicenda di Domenico Savio all’Oratorio mostra le molte forme di integrazione che il sistema preventivo salesiano intende perseguire, sia in senso contenutistico — come integrazione di «sanità, studio, pietà», della «fisica, civile e cristiana educazione» — sia in senso metodologico — come integrazione di tatto pedagogico, di quadro valoriale di riferimento motivazionale e di buona qualità dell’interazione relazionale —, sia infine in senso gestionale, come integrazione e corresponsabilità di educandi e educatori, di comunanza familiare di vita, di globalità educativa delle istituzioni (per cui l’Oratorio, come dicono le recenti Costituzioni della Congregazione Salesiana, fu casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che istruisce, laboratorio che forma, cortile dove ci si incontra e ci si conosce nella gioia e nell’allegria).

Ma la relazione educativa narrata dalla Vita sembra contenere qualcosa di

specifico. Essa sembra contenere un appello a portare il sistema preventivo alla sua pienezza, al suo senso completo, sia per i giovani, sia per gli educatori.

 

3.1. L’appello a una vita in pienezza

Indubbiamente, il sistema preventivo per don Bosco prevede sempre l’inte

grazione tra «onesto cittadino» e «buon cristiano», anche se — come accade nella

versione a Crispi del 1878 — talvolta ne accentua la dimensione civile.

Nell’introduzione a Il Giovane provveduto del 1847, egli invita a realizzare questa integrazione vitale fin dalla giovinezza, e considera una tentazione diabolica, quasi un inganno del diavolo, pensare che «servire al Signore consista in una vita malinconica e lontana da ogni divertimento e piacere»; enfaticamente, come è spesso nel suo stile, prosegue dicendo: «non è così, cari giovani. Io voglio insegnarvi un metodo di vita cristiana, che sia al tempo stesso allegro e contento», potendo «servire al Signore e stare sempre allegri».15

A prima vista, verrebbe da dire che quello che è presentato in maniera strumental-metodica ne Il Giovane provveduto viene offerto in maniera narrativo-esistenziale nella Vita. Identica è l’intenzione pedagogica: proporre ai giovani — a cui ci si rivolge direttamente e in maniera amichevole — un metodo che possa essere via alla vera felicità nella «triplice città civile, ecclesiale e celeste» (Braido, 2003, p. 327). Nel primo scritto don Bosco fa questa proposta offrendo strumenti, nel secondo narrando una vita.

Forse però, nella Vita del 1859, dopo l’esperienza con Domenico Savio e altri giovani molto simili a lui, c’è di più: questo «metodo di vita cristiana» viene elevato di tono e di qualità, anzi, viene per così dire «personalizzato».

Da questo punto di vista, sono molto significative le frasi che si susseguono nel corso dell’ultima parte della prefazione: «intanto cominciate a trar profitto da quanto andrò descrivendo, e dite in cuor vostro quanto diceva s. Agostino: Si ille, cur non ego?»; «la religione vera non consiste in sole parole; bisogna venire alle opere»; «non contentatevi di dire questo è bello, questo mi piace. Dite piuttosto: voglio adoperarmi per fare quelle cose che lette di altri, mi eccitano maraviglia»; «Dio doni a voi e a tutti i lettori di questo libretto sanità e grazia per trar profitto di quanto ivi leggeranno» (Vita, Pref., p. 5).

Nelle due pagine conclusive della Vita, don Bosco arriva addirittura a includere se stesso nel numero di coloro che dovrebbero imitare Domenico Savio: Ora, o amico lettore, giacché fosti benevolo di leggere quanto fu scritto di questo virtuoso giovanetto, vorrei venissi meco ad una conclusione che possa apportar vera utilità a me, a te e a tutti quelli cui accadrà di leggere questo libretto; vorrei cioè che ci adoperassimo con animo risoluto ad imitare il giovane Savio in quelle virtù che sono compatibili col nostro stato […]. Imitiamolo nel modo di vivere ed avremo una doppia caparra di essergli simili nella preziosa morte. (Vita, 27, pp. 128-129)

Si può discutere, dal punto di vista letterario, sul «didatticismo» e «moralismo» del suo scritto, ma dal punto di vista pedagogico è indubbio che don Bosco dimostra di credere molto alla forza esemplare della testimonianza di vita. In tal senso, si è detto che la Vita nella sua globalità è sorretta e intenzionata da una «pedagogia dell’esempio trascinante», che si dice importante soprattutto nell’educazione morale, in quanto riuscirebbe per empatia a far connettere ragione e volontà, conoscenza e azione, provocando l’ammirazione, favorendo la condivisione valoriale, suscitando l’identificazione empatica e l’impulso a fare altrettanto (Desramaut, 1996, pp. 534-536).

 

3.2. L’appello a una visione e a un’attuazione in pienezza del sistema preventivo

Nonostante sia direttamente e propriamente rivolta ai giovani, a una rilettura pedagogica la Vita spinge anche educatori e pedagogisti a ripensare e ad agire educativamente, prendendo coscienza delle diverse facce del sistema preventivo, che don Bosco non riuscì a svolgere in forma completa e sistematica, malgrado se lo ripromettesse.

Sarà impegno di educatori e pedagogisti cercare di averne presente i molti aspetti e livelli, considerando magari le varie fonti e provando non solo a integrarle teoricamente, ma a realizzarle differentemente. Così agiva don Bosco, che pensò e realizzò la sua azione educativa (e anche i suoi scritti!) calibrandola per un verso su chi (individuo, gruppo, comunità, massa) con lui entrava concretamente in relazione educativa, e per altro verso sui fini educativi specifici che voleva perseguire (Nanni, 2003, p. 10 e segg.). L’occasionalità degli scritti spinge a un loro uso contestuale e referenziale, ma invita contemporaneamente ad aprirsi al sistema in tutta la sua potenziale ricchezza.

Questa realizzazione «sistemica» e «personalizzata» della preventività salesiana sta sullo sfondo e viene fatta immaginare da don Bosco al lettore della Vita, che dal canto suo ne rappresenta una specifica modulazione.

Infatti, si potrebbe dire che il fine dell’«onesto cittadino e buon cristiano» — indicato dallo stesso don Bosco e dalla tradizione educativa salesiana come «profilo» del giovane educato secondo il sistema preventivo — appare qui abbondantemente superato o, meglio, portato alle sue estreme potenzialità positive dell’essere cittadini e cristiani santi fin dalla giovinezza.

Anche rispetto a Il Giovane provveduto, dove a tutti si prospetta un «servire al Signore in santa allegria», desiderando per ognuno la «vera felicità» e il giungere «al salvamento dell’anima [...], e così accrescere la gloria di Dio»,16 nella Vita si predica a tutti i giovani dell’Oratorio che «è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi, è assai facile di riuscirvi; è un gran premio preparato in cielo a chi si fa santo» (Vita, 10, pp. 40-41). Quello che ne Il Giovane provveduto del 1847 era prospettato per tutti, nella Vita del 1859 è portato alla sua forma «eccellente» e alla misura di chi ne ha le forze e il dono di Dio (o, come si dice cristianamente, ne ha avuto i «talenti» e intende farli fruttificare): Domenico Savio costituisce l’incarnazione effettiva di questa possibilità nel suo grado più alto.

A sua volta, la stessa azione educativa, come è stato osservato, assume qui anche le forme della direzione spirituale e deve misurarsi con vissuti che hanno a che fare con una dimensione pubblicamente indicibile e mistica. Nei confronti del mistico l’educatore deve riconoscere più che intervenire, deve accompagnare più che imporre, sostenere più che richiedere, lasciare spazio allo spirito (e cristianamente allo Spirito-Maestro interiore) più che pretendere di essere seguito nei suoi consigli o prescrizioni educative.

 

 

4. Conclusione

 

È stato scritto che la Vita mostra una «pedagogia della santità» (Caviglia, 1943, p. XL). Ma certamente — anche in rapporto alle altre fonti del sistema preventivo salesiano — si offre pure, in ogni caso e per tutti, come una significativa testimonianza storica di pedagogia dell’eccellenza e della differenza personale. Forse più semplicemente, essa può costituire un’interessante suggestione pedagogica per ogni intenzione e impegno educativi, che dovrebbero avere quale fine supremo, sempre e con tutti, pur nelle differenze personali e storico-culturali, aiutare a portare al meglio i talenti di ognuno per il bene di tutti.

 

 

 

Bibliografia

-          Bosco G.S. (1880), Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di S. Franc. di Sales con appendice sulle grazie ricevute per sua intercessione. Sesta edizione accresciuta, Torino, Tipografia e Libreria Salesiana.

-          Braido P. (2003), Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà, vol. I, Roma, LAS.

-          Braido P. (a cura di) (19922), Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze, Roma, LAS.

-          Caviglia A. (1943), La Vita di Savio Domenico scritta da don Bosco. Introduzione alla lettura. In Opere e scritti editi e inediti di Don Bosco nuovamente pubblicati e riveduti secondo edizioni originali e manoscritti superstiti a cura della Pia Società Salesiana. Vol. IV: La Vita di Savio Domenico e Savio Domenico e don Bosco. Studio di Don Alberto Caviglia, Torino, SEI.

-          Desramaut F. (1996), Don Bosco en son temps (1815-1888), Torino, SEI.

-          Giraudo A. (2004), Domenico Savio raccontato da don Bosco. Riflessioni sulla «Vita».Atti del Simposio (Università Pontificia Salesiana, Roma, 8 maggio 2004), Roma, LAS (in corso di stampa).

-          Lemoyne G.B., Amadei A. e Ceria E. (1898-1939), Memorie biografiche di don Giovanni Bosco, 19 voll. + un vol. di Indici, S. Benigno Canavese – Torino, Scuola Tipografica Salesiana – Sei. Motto F. (1989), «Vita del giovanetto Savio Domenico». Un beffardo commento de «Il Cittadino» di Asti del 1860, «Ricerche Storiche Salesiane», n. 8, pp. 369-377. Nanni C. (2003), Il sistema preventivo di Don Bosco. Prove di rilettura per l’oggi, Leumann, LDC. Prellezo J.M. (2004a), El sistema preventivo en la educación. Memorias y ensayos, Madrid, Biblioteca Nueva.

-          Prellezo J.M. (2004b), La «Vita» di Domenico Savio scritta da don Bosco nella storiografia salesiana (1859-1954). In A. Giraudo, Domenico Savio raccontato da don Bosco. Riflessioni sulla «Vita». Atti del Simposio – Università Pontificia Salesiana, Roma, 8 maggio 2004, Roma, LAS (in corso di stampa).

-          Stella P. (19792), Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. I, Vita e opere, Roma, LAS. Stella P. (19812), Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. II: Mentalità religiosa e spiritualità, Roma, LAS. Stella P. (1988), Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. III: La canonizzazione (1888-1934), Roma, LAS. Stella P. (2001), Don Bosco, Bologna, Il Mulino. Stella P. (2004), Il modo di lavorare di don Bosco. In A. Giraudo, Domenico Savio raccontato da don Bosco. Riflessioni sulla «Vita». Atti del Simposio – Università Pontificia Salesiana, Roma, 8 maggio 2004, Roma, LAS (in corso di stampa).

-          Summarium: Sacra Rituum Congregatio (1926), Beatificationis et Canonizationis servi Dei Dominici Savio adolescentis laici alumni Oratorii Salesiani. Positio super virtutibus... Summarium, Romae, Tip. Guerra.

 

 

 

 

Note

1D’ora in poi indicherò quest’opera semplicemente come la Vita, magari seguita dal numero del capitolo e delle pagine che man mano vengono citate.

2Per notizie su questi scritti vedi P. Braido (a cura di), Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze, Roma, LAS, 19922, mentre sugli scritti di don Bosco in genere, vedi P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. I, Vita e opere, Roma, LAS, 19792, pp. 229-248.

3Vedi J.M. Prellezo, El sistema preventivo en la educación. Memorias y ensayos, Madrid, Biblioteca Nueva 2004a, pp. 25-26.

4 A questo proposito, vedi le opere di P. Stella, Don Bosco, Bologna, Il Mulino, 2001, pp. 82-84, e

più diffusamente Il modo di lavorare di don Bosco. In A. Giraudo, Domenico Savio raccontato da

don Bosco. Riflessioni sulla «Vita». Atti del Simposio – Università Pontificia Salesiana, Roma, 8

maggio 2004, Roma, Las (in corso di stampa).

5 Per la storia delle edizioni, anche successive, si veda l’intero saggio di J.M. Prellezo, La «Vita» di Domenico Savio scritta da don Bosco nella storiografia salesiana (1859-1954). In A. Giraudo, op.

cit. (in corso di stampa).

6 A. Caviglia, La Vita di Savio Domenico scritta da don Bosco. Introduzione alla lettura. In Opere e scritti editi e inediti di Don Bosco nuovamente pubblicati e riveduti secondo edizioni originali e manoscritti superstiti a cura della Pia Società Salesiana.Vol. IV: La Vita di Savio Domenico e Savio Domenico e don Bosco, Torino, SEI, 1943, pp. XXXI-XXIV. Vedi anche P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. III: La canonizzazione (1888-1934), Roma, LAS, 1988, pp. 211-224.

7 Il termine deriva dal mite e amorevole, ma al contempo forte e coraggioso, san Francesco di Sales, uno dei rappresentanti di quell’«umanesimo devoto» che segnò gli ambienti francesi tra la fine del secolo XVI e la prima metà del XVII, il quale fu da don Bosco indicato come modello educativo ai suoi discepoli.

8 Queste affermazioni sono citate dalle Memorie biografiche — una biografia in venti volumi in

edizione extra-commerciale che narra e raccoglie documenti della vita e delle opere di don Bosco

a cura di G.B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria (1898-1939) — al vol. 5, p. 367.

9Don Bosco lascerà scritta quest’affermazione nei Ricordi confidenziali ai Direttori del 1865: vedi il testo in P. Braido (a cura di), Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze, op.cit., pp. 159-166; il richiamo al guadagnarsi il cuore è a p. 163.

10 Questa destinazione gli derivava probabilmente dai racconti di don Lorenzo Gastaldi, il futuro Arcivescovo di Torino che in seguito intervenne duramente contro don Bosco per la sua «troppo personale» gestione dell’Oratorio e della nascente Congregazione salesiana, ma che al tempo di Domenico Savio era ancora un sacerdote diocesano che dava una mano all’Oratorio di Valdocco, dopo essere stato per alcuni anni missionario a Cardiff in Inghilterra.

11 Come scrive nella lettera all’amico Giovanni Massaggia, vedi Vita, 18, p. 83.

12 L’intera pagina da cui sono tratte le due citazioni si può leggere in P. Braido (a cura di), Don Boscoeducatore. Scritti e testimonianze, op. cit., p. 369.

13 Si può leggere la notizia in P. Braido, Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà, vol. I, Roma, LAS, 2003, p. 324.

14 Queste Memorie furono pubblicate postume per volontà di don Bosco solo nel 1946, anche se vennero utilizzate, lui vivente, dal suo discepolo don Giovanni Bonetti per articoli sul Bollettino Salesiano, la nota rivista, edita ancora oggi, cui don Bosco diede vita nell’agosto del 1877 per far conoscere la sua opera e diffondere il sistema preventivo. A questo proposito, vedi P. Braido (a cura di), Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze, op. cit.

15 Il testo per intero si ritrova in P. Braido (a cura di), Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze, op. cit., pp. 36-37.

16 Vedi il testo completo in P. Braido (a cura di), Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze, op. cit., p. 37. 

(Spiritualità Salesiana) Domenico Savio - autore: Carlo Nanni