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Capitolo 21

Estremi bagliori crepuscolari.

Siamo agli ultimi quattro mesi della tormentata esistenza di Don Bosco. L'ottobre, il novembre e due terzi del dicembre li passò fuori di letto. Ci voleva però tutta la sua forza d'animo per reggersi così e occuparsi. Continuò a celebrare ogni giorno, finchè potè, la santa Messa nella sua cappelletta privata, assistito sempre da qualche sacerdote. Durante la giornata dava udienze, non levandosi mai da sedere; e alla sera confessava due volte per settimana i giovani delle classi superiori e quotidianamente i confratelli della casa che andassero da lui per questo scopo. Una volta, discorrendo con Don Berto di cose che riguardavano il bene dei giovani dell'Oratorio, gli disse: - Fino a tanto che mi rimarrà un filo di vita, tutta la consacrerò al loro belle e vantaggio spirituale e temporale. - Il medesimo Don Berto, solito a confessarsi da lui, quando lo vide più abbattuto e col respiro molto difficile, gli manifestò l'intenzione di non andarci più per non cagionargli troppa fatica, lieto di prolungargli così anche di un solo istante la vita. Don Bosco gli rispose: - No, no, vieni pure; ho bisogno di parlarti. L'ultima parola che potrò dire, la dirò per te.

  Stentava sempre più a parlare e a respirare; tuttavia riceveva ogni qualità di persone con la sua calma e serenità abituale. Certe volte, non sentendosi in grado di secondare la conversazione, distraeva i visitatori con scherzevoli interrogazioni. - Saprebbe indicarmi, diceva, una fabbrica di mantici? - Quelli maravigliati chiedevano se avesse da far riparare qualche organo o armonio. - Sì, rispondeva, ho l'organo qui del petto che non vuol più funzionare; avrei bisogno di cambiarvi i mantici. Voglia scusarmi se non posso parlare così forte e liberamente come dovrei. - In questo modo senza dir parole di lamento lasciava comprendere il suo stato e il perchè del suo misurato parlare.

  Di tratto in tratto venivano Francesi a visitarlo. L'11 ottobre gli fu presentato un signore di quella nazione soggetto ad alienazioni mentali, che per altro gli lasciavano intervalli di tranquilla lucidità, nei quali aveva piena coscienza del proprio stato. Il Santo consigliò di farlo tornare per assistere alla sua Messa, nella quale egli avrebbe pregato per lui. Tornò, udì la Messa e potè anche fare la comunione. Uscendo colui disse che gli pareva di essere completamente guarito; anche Don Bosco alla signora sua parente che glie l'aveva condotto, assicurò che la grazia era fatta.

  Il giorno 13 comparve monsignor Grolleau, vescovo di Evreux, venuto espressamente all'Oratorio per ottenere da Don Bosco l'apertura di una casa salesiana nella sua diocesi. Se ne trattava già fin dal 1882. Monsignore avrebbe voluto cedergli un collegio con scuole secondarie, costruito e amministrato da due fratelli preti a Neabourg, cambiandogli però destinazione col sostituirvi scuole professionali ed agricole. Il conte Carlo De Maistre, suo diocesano, l'amicissimo di Don Bosco, aveva fatto da intermediario. La mancanza di personale non permise di accogliere la domanda; ma il Vescovo, tocco della cortesia con cui si era risposto al Conte, volle ringraziare direttamente Don Bosco, pregandolo che non perdesse di vista la cosa. “ Da molto tempo, gli scriveva , io conosco il suo venerato nome e le grandi opere che Dio le ha concesso di compiere, e godo di potere al presente attestarle la mia rispettosa simpatia ”. Un anno dopo tornò a scrivergli per mezzo del Conte. Egli aveva parlato col Santo a Parigi, rimanendo d'accordo che si sarebbe aspettata l'ora della Provvidenza. L'ora dunque gli sembrava scoccata. Il collegio non poteva più tirare avanti; il Governo si mostrava disposto a farne acquisto per istabilirvi una sua scuola professionale e agricola. Con lo Spirito che predominava si prevedeva che tale istituto sarebbe diventato focolare d'irreligione nel cuore della diocesi. Don Bosco scrisse sulla lettera semplicemente: “ Don Durando conservi ”. Il che dimostra com'egli non vedesse ancora la possibilità di accettare; infatti dalle parole del Vescovo si argomenta che la situazione finanziaria dell'ente era imbrogliata . Nè Monsignore stesso dovette, essere di contrario avviso, poichè la corrispondenza si arrestò fino all'ottobre del 1887 dopo la visita fatta a Don Bosco nell'Oratorio. Rientrato in sede, il buon Prelato mandava un'offerta di cinquecento franchi nella sua nuova qualità di cooperatore salesiano e per ringraziamento dell'ospitalità ricevuta. Diceva: “ Godo d'averla veduta, godo d'aver veduto le sue opere, godo della sua benedizione. Che cosa sarà dei nostri disegni, io non so ma certamente, se si manifesterà il divino volere, io con l'aiuto della sua grazia e delle di Lei preghiere farò quanto dipenderà da me per attuarli ”. Le lettere del Vescovo rivelano un cuor d'oro e uno zelo veramente pastorale; ma egli dovette convenire che nelle condizioni prospettate l'opera non offriva probabilità di riuscita.

  In quel medesimo giorno Torino vide giungere dal Nord della Francia un pellegrinaggio di Associazioni Operaie Cattoliche, guidato dal celebre Leone Harmel e diretto a Roma per il giubileo sacerdotale di Leone XIII. Si componeva di 953 persone, fra cui una cinquantina di preti. La divota falange viaggiava su due treni. Il primo entrò nella stazione di Porta Nuova alle ore diciassette e mezzo, nè tardò molto a seguirlo il secondo. Don Bosco mandò alcuni Salesiani francesi a salutare il capo della spedizione e a dirgli quanto gli rincrescesse di non poter dare ai suoi pellegrini un'ospitalità che sarebbe stata per lui un onore e una consolazione; ma essi erano tanti e l'Oratorio non aveva locali sufficienti. Desiderando tuttavia mostrare quanto gli fossero cari, si sarebbe recato da loro per congratularsi con essi della pietà filiale che li conduceva ai piedi del Romano Pontefice e per augurare buon viaggio. L'Harmel gradì la proposta e indicò l'ora più conveniente.

  I pellegrini si radunarono tutti per il pranzo nel ristorante Sogno, che sorgeva nel magnifico parco del Valentino. Verso le 19 giunse ivi Don Bosco, accompagnato da Don Rua. I Francesi lo circondarono subito con un interessamento che lo commosse. Leone Harmel e l'assistente ecclesiastico della Società di S. Vincenzo gli si posero ai fianchi, aiutandolo a camminare. Egli si fermò dinanzi alla porta dell'albergo e si sedette. Quando tutti gli operai, dentro e fuori, si trovarono riuniti intorno a lui, li benedisse. Avrebbe voluto anche dire qualche cosa; ma non aveva voce per farsi udire nemmeno dai più vicini. Invitò quindi Don Rua a parlare in suo nome, Don Rua fu molto felice nel suo breve discorso . Terminata l'allocuzione, ogni pellegrino, passando davanti a Don Bosco e baciandogli la mano, ne riceveva in ginocchio una medaglia di Maria Ausiliatrice e talora anche una parolina. Ai laici ripeteva di quando in quando: - Maria Ausiliatrice vi protegga e vi guidi fino al Paradiso. -   Ai sacerdoti, di mano in mano che i loro piccoli gruppi si rinnovavano, diceva: - Il Signore vi faccia la grazia   di dargli molte anime. - Un prete di Chartres gli disse che conosceva Don Bellamy. Egli, trattenendolo un    istante, gli rispose: - Ma allora, se Don Bellamy è vostro amico, voi siete amico mio, perchè Don Bellamy è mio grande amico. - I più gli deponevano nella mano monete d'argento, ch'ei consegnava a Don Rua. Tanta venerazione per Don Bosco da parte di quei cattolici francesi edificò profondamente i torinesi che poterono esserne testimoni.

La dimostrazione però diede sui nervi ai così detti democratici, che sfogarono il proprio malumore in un articolo intitolato: Furbo Don Bosco! . Una vera sconcezza! Vi s'insultava il Papa, vi s'ingiuriavano gli operai pellegrini, vi si vomitavano villanie contro “ il famigerato taumaturgo di Valdocco ”. Mai le autorità avrebbero dovuto lasciar impunita tanta inverecondia, che in fin dei conti disonorava l'Italia di fronte allo straniero; ma tali erano i tempi, Don Bonetti indignatissimo presentò una vibrata protesta alla Procura Generale del Re; ma fece un buco nell'acqua.

  Scrivendo di questo pellegrinaggio, un giornale francese  parlò pure dell'incontro con Don Bosco. Rammentato come, un Vescovo di là avesse chiamato poco prima Don Bosco Aquila della carità proseguiva: “ Era ben naturale che fosse vivo negli operai francesi il desiderio di vedere il grande e venerato amico dei figli dell'operaio stendere per un istante le mani su di loro. Rispose a tale desiderio Don Bosco, recandosi dov'erano gli operai della Francia, che, profondamente commossi dinanzi al santo prete, ne ricevettero la benedizione e un ricordo ”.

Fino al 20 dicembre Don Bosco, quantunque si sentisse venir meno di giorno in giorno le forze e soffrisse a stare in piedi, pure non permise di essere servito in camera per le sue parche refezioni; quindi, aiutato dal segretario, andava nel refettorio comune, ben sapendo quanto la sua semplice presenza rallegrasse i Superiori. Più gaio del solito si mostrava quando c'erano a mensa persone estranee, come non di rado avveniva. Il 16 ottobre pranzarono con lui il barcellonese signor Marty con tutta la sua famiglia, di cui dicemmo al

trove , e monsignor Sogaro con un suo sacerdote negro. L'apostolo della Nigrizia dovendo partire per Roma, si alzò prima degli altri da tavola, si prostrò col compagno ai piedi di Don Bosco e ne volle la benedizione . Gli Spagnuoli partirono nella serata.

  Per il 20 ottobre nella casa di Foglizzo si preparava la solenne vestizione dei novelli ascritti. Quello che nessuno avrebbe osato domandare nè sperare, Don Bosco lo fece con animo superiore a tutti i suoi incomodi fisici: andò a compiere la cerimonia, accompagnato da Don Rua e da Don Viglietti. Due ore e mezza fra treno e carrozza non furono certo per lui un ricreamento. In collegio molti parroci e signori si stimarono fortunatissimi di sedere alla sua mensa e di assistere alla funzione. I giovani a cui diede l'abito, furon novantaquattro. Il mattino seguente, invece di tornare senz'altro a T'orino, volle girare per S. Benigno. Ve lo chiamava la gratitudine. Quel venerando parroco Don Benone, vecchio di 93 anni, gli aveva sempre portato grande affetto e l'aveva in più circostanze grandemente aiutato; intendeva quindi vederlo ancora una volta prima di partire per l'eternità. La quale partenza egli sentiva così prossima, che, allontanandosi da Foglizzo, disse a Don Rua: - Un altr'anno io non verrò più; verrai tu a fare questa funzione.

  Nella pianura da percorrere, a mezza via fra Foglizzo e S. Benigno, s'incontra il fiume Orco dal letto assai largo e petroso. Allora non esisteva ponte, ma si traghettava in barca, se l'acqua era alta; altrimenti bisognava guadare a piedi o in carrozza. Don Bosco dovette servirsi della carrozza, che con i suoi trabalzi gli diede assai da soffrire. L'intenzione era di scambiare solo poche parole con il parroco e quindi continuare il viaggio; ma si dovettero fare i conti con lui, che nonostante l'età possedeva ancora abbastanza energia da imporre i suoi voleri. Lo tenne dunque seco a pranzo; al commiato si diedero appuntamento in Paradiso. Il Servo di Dio giunse a Torino assai prostrato di forze. Fu l'ultimo suo viaggio per ferrovia.

  In una delle notti seguenti, com'egli narrò il 24 ottobre, vide in sogno Don Cafasso, col quale visitò tutte le case della Congregazione,  comprese quelle d'America; vide le condizioni d'ognuna e lo stato d'ogni individuo. Disgraziatamente gli mancarono le forze per raccontare i particolari di quanto aveva veduto.

  Era tornato momentaneamente da Roma Don Sala, mandato colà, come dicemmo, per esaminare bene la situazione finanziaria. Don Bosco aspettava di conoscere l'esito e le conseguenze di quella verifica. L'una e l'altra cosa leggiamo riferita nei verbali di una seduta capitolare del 28 ottobre: trecentocinquanta mila lire di debito; sospesi i lavori, tranne quelli di due altari; proposta di contrarre un mutuo. Qualche sera dopo, nel ritirarsi dal refettorio, sentendo menzionare quei debiti, si fermò in capo alla tavola ed esclamò: - Oh questo è la mia morte!

  I presentimenti della morte vicina non cessavano di affiorare nelle sue brevi conversazioni. Da tempo Don Sala trattava per l'acquisto di un terreno nel camposanto, dove dar sepoltura ai Salesiani che morissero a Torino, ma non ne veniva mai a capo. Don Bosco lo stimolava a far presto. Aggiústati, gli disse un giorno; se alla mia morte il posto al cimitero non sarà preparato, mi farò portare nella tua camera, e allora con questo arnese sotto gli occhi ti sbrigherai a trovarlo. - Proferì queste ultime parole in tono così piacevole che, nonostante la tristezza dell'argomento, fece sorridere gli astanti. Don Rinaldi raccontava che un'altra volta, ribadendo la medesima raccomandazione, si era espresso così: - Se non mi preparerai un posto, mi avrai in camera tua per sei giorni. - Non proprio nella camera di Don Sala, ma esattamente sei giorni la sua salma rimase sopra terra e affidata a Don Sala nell'attesa dell'autorizzazione a tumularla dove fu tumulata.

Una misteriosa parola disse pure, visitando il salesiano Don Luigi Deppert, gravemente infermo e munito già degli estremi sacramenti. Andato a confortarlo, gli disse: - Fatti coraggio. Non tocca a te questa volta; vi è un altro che deve prendere il tuo posto. - Checchè egli abbia voluto significare con quest'ultima frase, il fatto è che non solo Don Deppert si riebbe e Don Bosco fu il primo a morire nell'Oratorio, ma, quando teneva il letto, essendo troppo incomodo il suo per il servizio degli infermieri, venne adagiato proprio nel letto che era già servito per il confratello risanato.

  Coloro che più lo avvicinavano, non potevano non essere impensieriti al vederlo così deperire e pel timore della sua non lontana scomparsa. Egli che se n'accorgeva, si studiava da buon padre di confortarli, rassicurandoli che la Congregazione non avrebbe a soffrire per la sua morte, che anzi riceverebbe straordinario incremento. Per questo, quando non poteva prendere le sue refezioni con gli altri, si faceva accompagnare egualmente nel refettorio, dove scherzando cercava di tener allegri i suoi figli; ma intanto li veniva preparando insensibilmente alla grande sventura. Talvolta, sentendosi peggio del solito, vi si faceva spingere su d'una seggiola a ruote e in mezzo a loro ascoltava, dava disposizioni, animava tutti a confidare nella Provvidenza.

  Il dì d'Ognissanti non potè discendere, come aveva sempre fatto, in chiesa a recitare con i giovani il rosario per i defunti; soddisfece però alla pia usanza recitandolo intero con i segretari e con alcuni coadiutori radunatisi nella sua cappella. Tuttavia poche sere dopo uscì a passeggio in carrozza con Don Viglietti. Questi gli raccontava ridendo che un confratello soleva levare a cielo tutte le altre Congregazioni religiose, tacendo sempre della salesiana o parlandone con nessuna riverenza.. Don Bosco gli disse che, udendolo ancora venir fuori con simili discorsi, gli rispondesse: Tamquam fera se ipsum devorans. Anche il 15 novembre uscì, ma per andar a visitare uno dei medici dell'Oratorio, il dottor Vignolo, che da più giorni era obbligato al letto.

Verso la fine di novembre, una sera Don Lemoyne, andato a visitarlo, gli discorreva della disciplina tra i giovani e domandava qual fosse il modo migliore per rendere fruttuose le confessioni. Egli che parlava a stento e con respiro affannato gli disse: - La notte scorsa ho fatto un sogno.

 - Vorrà dire che ha avuto una visione.

   - Chiamala come vuoi, ma queste cose fanno crescere in modo spaventoso la responsabilità di Don Bosco in faccia a Dio. È vero però che Dio è così buono! - Così dicendo, piangeva.

   - Che cosa ha veduto in quel sogno? chiese Don Lemoyne.

   - Ho veduto il modo di avvisare i giovani studenti e il modo di avvisare gli artigiani; i mezzi per conservare la virtù della castità; i danni che toccano a chi viola questa virtù. Stanno bene, e a un tratto muoiono. Ah morire per il vizio! Fu un sogno di una sola idea, ma come splendida e come grande! Io però, adesso non posso fare un lungo discorso, non ho le forze per esprimere questa idea...

   - Ebbene, riprese Don Lemoyne, non si stanchi. Prenderò nota di quello che mi ha detto e altre volte le ricorderò a poco a poco i punti accennati e mi spiegherà come crede il suo sogno.

   - Fa' pure così. L'argomento è troppo importante e quello che ho visto potrà servire di norma in tante circostanze.

  Sventura volle che Don Lemoyne, non credendo vicina la sua morte e trovandolo sempre stanco o assorbito da qualche lavoro, indugiasse a fargli le interrogazioni che si era proposte, e così il buon Padre partì per l'eternità senza dirgli più nulla.

  Sull'andamento generale dell'Oratorio conferì con Don Cerruti la sera del 4 dicembre, avendolo mandato a chiamare espressamente verso le diciotto e mezzo. Appena Don Cerruti fu nella sua camera, Don Bosco gli disse: - Non ho nulla di grave; solo desidero che discorriamo un poco e che tu m'informi interamente sulle cose della casa. - Queste parole colpirono Don Cerruti, tanto più essendo la prima volta che dopo il suo trasferimento a Torino Don Bosco interpellava lui direttamente su tale oggetto. Il colloquio durò a lungo; le interrogazioni seguivano alle interrogazioni e l'interrogato gli rese conto di tutto. Fra le altre cose il Santo gli confidò un suo dubbio. Sempre egli ci aveva tenuto a che si concentrasse nelle mani di uno solo l'amministrazione finanziaria dell'Oratorio, unificandosi in un medesimo ufficio le varie casse di riscossioni e pagamenti. Orbene gli sembrava che Don Rua fosse di opinione contraria. Don Cerruti potè disingannarlo, dimostrandogli come il suo Vicario la pensasse identicamente e si sforzasse, benchè ancora senza effetto, di rassettare in tal modo le cose.

  Poi gli fece una raccomandazione. Abbiamo già accennato che Don Belmonte, eletto Prefetto della Congregazione nel Capitolo generale del 1886, in realtà era direttore dell'Oratorio, mentre continuava Don Durando ad esercitare quell'ufficio. Un tal modo di procedere, finchè viveva Don Bosco, poteva andare; ma egli sentiva che, scomparso lui, ne sarebbero derivati inconvenienti. Insistette quindi perchè al più presto si entrasse nella regolarità.

  Finalmente gli chiese come stesse di salute; ma lo fece con un affetto quasi più paterno del consueto. - Abbiti riguardo, gli disse poi. Sono io Don Bosco che te lo dico, anzi che te lo comando. Fa' per te quello che faresti per Don Bosco. - A tali parole Don Cerruti non potè frenare la commozione. Egli allora lo pigliò per mano dicendogli: - Coraggio, caro Don Cerruti!... In paradiso voglio che stiamo allegri. La gracile fibra del Consigliere scolastico generale giustificava queste apprensioni; le benemerenze straordinarie da lui acquistatesi poi nel periodo di assestamento della Congregazione ci spiegano abbastanza le paterne premure di Don Bosco.

  Il fatto più notevole del mese di novembre fu una singolare vestizione chiericale, in cui ricevettero da Don Bosco l'abito un polacco, Vittore Grabelski, insignito di parecchie lauree; un ex - ufficiale francese, Natale Noguier de Malijay; un giovanotto inglese che poi non perseverò, e, dominante su tutti per statura fisica e posizione sociale, il principe Augusto Czartoryski. Questi, strappato finalmente il consenso del padre e venuto a Torino il 30 giugno, era dall'8 luglio aspirante. I parenti s'illudevano che una velleità passeggiera l'avesse spinto alla Congregazione e che quindi i primi disagi di una vita così diversa dalla sua gli avrebbero fatto riprendere la via del ritorno. È facile pertanto immaginare come restassero al ricevere l'invito a una funzione che rappresentava un distacco, se non definitivo, certo abbastanza profondo dal passato. Gli scrissero chi pro chi contro. Il padre, a cui Augusto aveva parlato di una prova che sarebbe durata diciotto mesi, trovò che era troppo presto vestire l'abito ecclesiastico prima che ne fossero trascorsi neppure sei; nondimeno da ultimo decise di venire a Torino. Ci venne con la consorte, matrigna di Augusto, con i due fratellastri, una zia e il medico di famiglia.

    Perdurava in tutti la fiducia di ritrarlo dal suo divisamento; onde per aver tempo di mettere in opera qualche tentativo, arrivarono alcuni giorni prima della cerimonia, fissata al 24. Sommamente irritata si mostrava quella zia a motivo del sospetto che pressioni si fossero esercitate sul Principe malaticcio per fini interessati. Egli, accortosi delle loro intenzioni, avrebbe voluto privarsi del piacere d'intrattenersi con essi; ma si rimise al consiglio dei Superiori, che gli dissero di trattare i suoi con tutto l'affetto. Quelli tirarono in campo ragioni di cuore e ragioni d'interesse; in tali colloqui si ebbero momenti di vera tragicità. Augusto però con dolcezza inalterabile, ma con pari energia seppe difendere dal principio alla fine la propria vocazione, sicchè i parenti terminarono con fare di necessità virtù assistendo alla cerimonia.

    Si svolse questa nella chiesa di Maria Ausiliatrice dinanzi a gran folla attratta dalla notizia di sì interessante novità. L'avrebbe compiuta volentieri il cardinale Alimonda, se non ne fosse stato impedito. Don Bosco si avanzò lentamente nel presbiterio con i quattro aspiranti. Dopo il canto del Veni Creator li invitò con le parole del rituale a svestirsi dell'uomo vecchio per rivestirsi dell'uomo nuovo e porse a ognuno le sacre divise da lui benedette. Poi Don Rua, montato in pulpito e scelto per testo il versetto d'Isaia Filii tui de longe venient, parlò come non avrebbe potuto meglio Don Bosco stesso. La funzione si chiuse con il solenne Te Deum e la benedizione eucaristica. I signori polacchi risalirono poi alle camere del Santo, acclamati da tutti i giovani dell'Oratorio. Quando si accomiatarono da Don Augusto, come dopo quel giorno venne chiamato fra noi il novello chierico, lo fecero con signorile correttezza. Le nubi per altro non erano punto dileguate. Il padre ritornò in seguito all'assalto, ricorrendo perfino alla Santa Sede perchè si vietasse al figlio di legarsi in perpetuo alla Congregazione; ma dello scuoterne la fermezza non fu nulla .

  Quella sera per lui sì lieta, prima di ritornare a Valsalice, luogo del suo noviziato, Don Augusto andò a ringraziare il Santo, il quale, benedicendolo, gli disse: - Oggi abbiamo riportato una bella vittoria. Verrà giorno che lei sarà sacerdote e per volontà di Dio farà molto bene alla Polonia.

  L'ingresso di Don Augusto nella Congregazione determinò un moto incessante e crescente di gioventù polacca verso la casa di Don Bosco. Per munificenza del Principe s'ingrandì Valsalice con un appartamento completo per accogliere quanti venivano, finchè fu fondato a Lombriasco un collegio esclusivamente per loro. Si preparavano così gli elementi che dovevano servire alla fondazione di collegi e scuole professionali nella Polonia, dove oggi le opere salesiane grandeggiano per numero e fioriscono per qualità in un modo che ha del prodigioso . Quei confratelli vantano dei loro un Cardinale salesiano, l'eminentissimo Augusto Hlond arcivescovo di Gniezno e Poznan, primate di Polonia.

  Era sempre una festa per Don Bosco il rivedere suoi ex - allievi; ma non minor gioia provavano questi riavvicinandolo. Il giorno dopo la descritta vestizione ne venne uno affezionatissimo al suo Padre, il signor Vincenzo Tasso, prete della Missione, che dal 1908 fu vescovo di Aosta. Don Bosco l'ascoltò per circa mezz'ora; poi nel licenziarlo, stringendogli la mano con tutto l'affetto del suo cuore, gli ripetè tre volte quelle parole dell'Apostolo: Iam delibor, iam delibor, iam delibor (l'ora del sacrifizio è vicina) .

  Molto lo consolò quindici giorni dopo la visita di un altro ex - allievo; pareva che ringiovanisse richiamando alla memoria i compagni di lui, le avventure di quei tempi e specialmente la manifesta protezione divina sulle opere allora appena incominciate. Quegli era stato l'anima delle antiche passeggiate; è il fossanese Carlo Tomatis, del quale Don Lemoyne parla più volte nei volumi terzo e quarto. Giunto dinanzi a Don Bosco, erasi gettato in ginocchio, esclamando con tenerezza: - Oh Don Bosco! oh Don Bosco! - Nè sul momento aveva potuto dire altro. Il Santo lo invitò a ritornare con suo figlio per passare nell'Oratorio la festa di Natale. Lo rivedremo verso quel tempo.

  Tornando dalla sua ultima passeggiata il 20 dicembre, mentre si faceva per discendere dal corso Regina Margherita verso la chiesa di Maria Ausiliatrice, uno sconosciuto fermò la carrozza. Era un buon signore di Pinerolo, allievo dell'Oratorio nei primi tempi. Non è a dire quanto il Servo di Dio lo incontrasse volentieri. Venuto a Torino per affari, non voleva andar via senza vedere Don Bosco, e sapendo che egli sarebbe passato di là, lo aspettava in mezzo alla strada.

 - Mio caro, gli chiese Don Bosco, come vanno le tue cose?

 - Così così, rispose quegli; preghi per me.

 - E dell'anima come stai?

 - Procuro di essere sempre degno allievo di Don Bosco. Bravo, bravo! Dio ti ricompenserà. Prega anche per me.

  Ciò detto, lo benedisse; ma nel congedarlo aggiunse ancora: - Ti raccomando la salvezza dell'anima. Vivi sempre da buon cristiano.

  Molte lettere gli arrivavano ogni giorno dall'Italia e dall'estero, massimamente dalla Francia, in risposta alla sua circolare del 4 novembre. Quasi sempre contenevano offerte. I segretari tagliavano le buste, ne estraevano il contenuto, ve lo sovrapponevano e poi gli presentavano il tutto; così egli poteva con facilità prenderne visione e indicare il tenore delle risposte. Alla signora Broquier, l'ottima cooperatrice marsigliese, che gl'inviava una rilevante somma, volle rispondere di proprio pugno.

 

Alla caritatevole nostra buona Madre Signora Broquier,

 

Ho ricevuto la caritatevole somma di fr. 500 pei nostri poveri missionari. Dio vi ricompensi largamente. Eglino vanno volentieri a dar la vita in mezzo ai selvaggi d'America, ma voi date la borsa; tanto gli uni quanto gli altri servono al Signore, lavorano per guadagnare anime al Cielo; ma chi lavora per salvare anime salva la sua propria.

  Più ancora: chi fa limosina per salvare anime sarà ricompensato con molta sanità e lunga vita. Ma diamo molto se vogliamo ottener molto.

  Col massimo piacere attendo Lei, suo marito, suo genero e figlia a fare una visita a Torino nella prossima primavera. Faremo una bella festa.

Dio li benedica e li guidi fin qui.

         Io non posso più nè camminare, nè scrivere, se non malamente. L'unica cosa che posso ancor fare e che assai volentieri faccio per Lei, e per tutti i suoi vivi e defunti, si è di pregare ogni giorno per loro affinchè le ricchezze, che sono spine, siano cangiate in opere buone, ossia in fiori con cui gli angeli tessano una corona che loro cingerà la fronte per tutta l'eternità. Così sia.

Preghino anche per questo povero ma sempre loro

 

      Torino, 27 nov. 1887.

 

Affezionatissimo amico

   Sac. GIO. BOSCO .

 

Alle offerte si accompagnavano il più delle volte richieste di preghiere per ottener grazie spirituali o temporali, quando già non si ringraziava per favori ottenuti da Maria Ausiliatrice. Quanto fosse la fiducia riposta nell'efficacia della sua mediazione, si può ben rilevare da queste parole scrittegli da una Visitandina di Friburgo il I° dicembre: “ Non è vero che al Signore è facilissimo il far miracoli e a Lei l'ottenerli? ”. Una letterina litografata sopra un suo autografo serviva ordinariamente per accusare ricevuta; ma talvolta egli postillava perchè rispondessero i segretari. L'ultima lettera postillata a questo modo reca la data del 30 novembre e proveniva da una signora Vittorina Roux, cooperatrice di St. Gervais les Bains nell'Alta Savoia. Diceva: “ Divisavo di mandarle per la fine dell'anno in nome mio e di altri membri della mia famiglia (marito e due figli) l'offerta da noi dovuta alla sua Opera e così renderci degni di partecipare alle molte e dispendiose sue imprese sociali e religiose; ma dinanzi al suo appello del 4 novembre ricevuto oggi, senz'aspettare più il tempo prefissomi, le spedisco la mia offerta. La prego di benedire me e tutta la mia famiglia ”. Don Bosco vi scrisse sopra per il chierico Festa, suo secondo segretario: “ Festa veda e dica ”. Dicesse cioè a chi di ragione per una risposta in francese .

Una suora del Cuor di Maria gli trasmetteva da Blon presso Vitre, dipartimento del Calvados, cento franchi, dicendo dell'oblatrice: “ Ha fatto cinque leghe a piedi per portarmi questo biglietto da cento ed ha ottantadue anni ” . Se qui non c'è esagerazione, cinque leghe fanno venti chilometri.

  Un parroco di Fiumicello in diocesi di Gorizia aveva ottantasei anni: la mano tremante non poteva scrivere, ma poteva cavare dal borsellino qualche moneta. Si rivolse al suo collega di Scodovacca, perchè scrivesse a Don Bosco e gli mandasse per le Missioni l'ultimo napoleone d'oro che possedeva .

  Questo poco è a titolo di saggio; chè se si volesse pescare nel maremagno di tale corrispondenza, s'andrebbe all'infinito.

  La circolare missionaria diede occasione a una proposta sui generis. Un signor Ettore Chiaramello, amministratore delegato della Banca Industria e Commercio a Torino, gli chiese che lo assistesse per collocare “ mercè la santa sua cooperazione ”  in “ mani pie ” qualche migliaio di azioni, a patto che queste pie persone si contentassero d'impiegare il loro capitale all'interesse del cinque per cento, cedendo il di più alle Missioni Salesiane. Con questa operazione egli assicurava a Don Bosco una rendita annua superiore alle cinquantamila lire. Il nostro Santo, contrario sempre a combinazioni bancarie, agricole, coloniali, che potessero aver aspetto di commercio, nonostante qualsiasi promessa di lauti guadagni, ordinò di rispondere negativamente. In tutta la sua vita egli non deviò mai un pollice dalla propria linea di condotta, che era di vivere affidato alle cure della divina Provvidenza senza troppo preoccuparsi dell'avvenire.

  La suddetta circolare, caduta nelle mani d'un pastore protestante abbastanza noto sotto il nome di Deodati e residente a Castrogiovanni, ora Enna, in Sicilia, gli fece venire la tentazione di dare a Don Bosco un saggio della sua cultura biblica. Gli scrisse dunque una lunga lettera, cominciando col protestare contro di lui, perchè, invece di condurre i selvaggi giacenti nel paganesimo al puro e santo Vangelo portato da Gesù Cristo, li togliesse al paganesimo loro per gettarli nel paganesimo romano, ossia nell'anticristianesimo. Poi con un gran lusso di citazioni scritturali degno di miglior causa denunzia e deplora tutte le funeste conseguenze che derivano da siffatto programma di azione missionaria. A un certo punto gli confessa un suo dispiacere. “ Mi dispiace, scrive, che forse nella sua buona fede Lei verrà a secondare un Ignazio di Loyola: questi credendo fare opera degna per espiare i suoi peccati, fondò quella velenosa Congregazione dei Gesuiti, Congregazione dannifera anche per la stessa Chiesa Romana. È probabile che Lei lascerà il medesimo nome ”. Pronunziata più innanzi una minaccia apocalittica, conchiude con questo comico augurio: “ Io vorrei che Lei si ravvedesse, come l'Apostolo Paolo che zelante per la religione israelitica perseguitava la Chiesa; ma Dio lo chiamò. Così Dio voglia chiamar Lei, e le opere che crede bene fare per la Romana Chiesa le farà per Cristo solo ”. Anche sull'estremo della vita l'idra protestante gli lanciò il suo sibilo; ma questa volta egli si sarà contentato di pregare per la conversione di quell'infelice.

   Alle altre pene se ne aggiunse una nuova per Don Bosco: il timore di dover presto omettere la celebrazione della Messa. Soffriva visibilmente nel celebrare e proferiva le parole  con isforzo e con un filo di voce, interrotto spesso da soverchiante commozione. Le forze gli mancavano talmente, che non si voltava più nel dire il Dominus vobiscum, - durante poi la comunione dei fedeli che assistevano, si sedeva, mentre un altro prete distribuiva l'Ostia santa. Da un altro pure venivano recitate le tre Ave Maria e le altre preci finali, accompagnando egli con la mente. Or ecco che il 3 dicembre dopo, una notte assai cattiva non potè celebrare, ma assistette alla Messa del segretario e fece la comunione. All'Ecce Agnus Dei ruppe in lacrime. Celebrò ancora il 4 e il 6; volle ritentare la celebrazione la domenica seguente 11, ma arrivò con istenti penosi alla fine .

  Qualche sera tuttavia, permettendolo il tempo, usciva ancora in vettura per ordine del medico. Fuori di città faceva, sostenuto, alcuni tratti di cammino a piedi. Il 16 dicembre in una simile gita accaddero due cose notevoli. Durante l'andata recitava a Don Rua e a Don Viglietti brani di poeti latini e italiani, mettendone in rilievo il valore morale e religioso, non che la bellezza dell'espressione. Don Rua riteneva per fermo che egli non li aveva più riletti dopo terminato il suo ginnasio a Chieri. Al ritorno poi, risalendo il corso Vittorio Emanuele, fu scorto sotto i portici il cardinale Alimonda che passeggiava col segretario. Fece tosto scendere Don Viglietti per andare a dirgli che desiderava parlargli, ma che non poteva recarsi fino a lui. Anche Don Rua era balzato a terra. L'Eminentissimo come di scatto si mosse a quella volta, tendendo le braccia ed esclamando - Oh Don Giovanni, Don Giovanni! - Montò in vettura, lo abbracciò e baciò con effusione. I passanti si fermavano a contemplare la magnifica scena. Proseguirono lentamente essi due soli in vettura fino alla via Cernaia, dove si separarono, e con Don Bosco tornarono a sedere Don Rua e Don Viglietti, dirigendosi all'Oratorio. Quivi giunto, fece le scale con immensa fatica, sicchè, quando pose piede sull'ultimo gradino, si rivolse a Don Rua e gli disse: - Non potrò più fare altra volta queste scale. - Infatti, allorchè la sera del 20    volle uscire ancora una volta, bisognò trasportarlo a basso in seggiolone.

  Subito dopo la partenza dei Missionari per la Repubblica dell'Equatore la Provvidenza procurava a Don Bosco una grande consolazione con l'arrivo di monsignor Cagliero. Le

notizie sempre più allarmanti sulla salute del Padre gli aveva fatto comprendere chiaramente che la catastrofe non poteva più essere lontana; urgeva dunque accorrere per raccoglierne con l'ultimo respiro l'estrema benedizione. A Buenos Aires i confratelli che l'accompagnarono all'imbarco si dicevano l'un l'altro con dolore: - Egli va ad assistere agli ultimi momenti del nostro caro Don Bosco! - Viaggiò, come vedemmo, con i tre avvocati cileni sul Matteo Bruzzo della Veloce. La Direzione di questa Società con delicato pensiero telegrafò il 29 novembre a Don Bosco da Genova che il piroscafo, levata l'ancora il 28 da Las Palmas, sarebbe approdato a Genova il 4 dicembre. Don Bosco che da tempo sapeva della sua venuta, ne fu tanto lieto che mandò a Genova Don Lemoyne, perchè in nome suo e del Capitolo Superiore gli desse a bordo il primo benvenuto. Vi fu per altro un ritardo di oltre due giorni causato da forte burrasca.

  Monsignore fece il suo ingresso nell'Oratorio la sera del 7, passando attraverso le più festose dimostrazioni, ma con l'occhio fisso lassù a quelle chiuse finestre, dietro le quali il Padre lo attendeva. Entrò seguìto dai Cileni, da Don Riccardi e da Don Cassini. Il Santo stava seduto nel suo modesto sofà. - Monsignore cadde in ginocchio dinanzi a lui, che lo abbracciò, se lo strinse al cuore e poi, appoggiandogli la fronte sulla spalla, gli baciava l'anello lacrimando. I cinque compagni del Vescovo si erano pure inginocchiati all'intorno, mentre i maggiorenti dell'Oratorio si tenevano, muti e commossi, a rispettosa distanza.

  Ruppe Don Bosco per primo il silenzio. Gli si era risvegliato più vivo che mai il ricordo della violenta caduta. Di salute come stai? gli chiese adunque. Alla sua risposta rassicurante benedisse il Signore. Succedettero le presentazioni, durante le quali Monsignore squadrava con afflizione il Servo di Dio. Dopo tre anni come lo trovava invecchiato!

  La presenza del Vescovo di Liegi impedì gli intimi colloqui fin dopo la festa dell'Immacolata; ma d'allora in poi Monsignore profittava di ogni occasione per sedere accanto a lui, narrandogli tante cose che sapeva recargli consolazione. Vide come, nonostante lo spossamento generale, ascoltasse ancora le confessioni di chiunque si presentasse per quello scopo. Ne volle profittare anche lui, temendo che all'improvviso gli divenisse impossibile aprirgli ancora una volta il cuore. Depose nei processi: “ Mi diede allora tali consigli che non li dimenticai più, perchè erano pari alla sua esperienza consumata, alla mia età e alla dignità della quale mi trovavo investito come Vescovo e Vicario Apostolico ”.

    Un'altra cosa importantissima attestò Monsignore dinanzi ai giudici della causa. Si sa abbastanza, e lo sapeva come pochi il Cagliero, quanto la paternità di Don Bosco verso i giovani avesse del celestiale. Ora il buon Padre nelle affettuose confidenze di quei giorni gli disse una volta: - Sono contento del tuo ritorno. Vedi, Don Bosco è vecchio e non può più lavorare: sono agli ultimi della mia vita. Lavorate voi altri, salvate la povera gioventù. Ti manifesto adesso un timore. - Qui i suoi occhi s'inumidirono, e proseguì: - Temo che qualcuno    dei nostri abbia ad interpretare male l'affezione che Don Bosco ha avuto per i giovani e che dal mio modo di confessarli vicino vicino si lasci trasportare da troppa sensibilità verso di loro, e pretenda poi giustificarsi con dire che Don Bosco faceva lo stesso sia quando loro parlava in segreto sia quando li confessava. So che qualcuno si lascia guadagnare il cuore e ne temo pericoli e danni spirituali. - Monsignore lo rassicurò che nessuno aveva mai interpretato male il suo modo di trattare i giovani. - Stia tranquillo, gli disse, lasci a me questo timore: staremo attenti. È una raccomandazione che Lei fece tante volte a noi e noi la faremo agli altri.

    Del Cagliero abbiamo rinvenuto un autografo, nel quale egli per suo ricordo prese nota di alcune cose dettegli da Don Bosco durante il mese di dicembre. Ecco questo suo promemoria.

Aiuta la Congregazione e le Missioni. Bisogna estenderle alle coste dell'Africa ed in Oriente.

  Al S. Padre dirai che sino ad ora fu tenuto come segreto, ma che la Congregazione ed i Salesiani hanno per iscopo speciale il sostenere l'autorità della Santa Sede, dovunque si trovino e dovunque lavorino.

  Desidero che in questa circostanza ti fermi in Italia fino a tanto che saranno sistemate tutte le cose dopo la mia morte.

  Prendi a cuore la Congregazione e le Missioni; aiuta gli altri Superiori in tutto quello che potrai.

  Quelli che desiderano grazie da Maria Ausiliatrice aiutino le nostre Missioni e saranno sicuri di ottenerle.

  Non temete di nulla; il Signore vi aiuterà. Fidem habete, abbiate fede.

  Domando una sola cosa al Signore, che possa salvare la povera anima mia (piangendo).

  Raccomando che dica a tutti i Salesiani che lavorino con zelo ed ardore: lavoro, lavoro.

   Adoperatevi sempre ed indefessamente a salvare le anime.

         Benedico tutte le case delle Figlie di Maria Ausiliatrice; benedico la Superiora Generale e tutte le sue sorelle; procurino di salvare molte anime.

  Aggiustate tutti i vostri affari. Vogliatevi tutti bene come fratelli; amatevi, aiutatevi e sopportatevi.

  Benedico le case di America; Don Costamagna, Don Lasagna, Don Fagnano, Don Rabagliati e quelli del Brasile; Mons. Aneyros di Buenos Aires e Mons. Espinoza; Quito, Londra e Trento.

Alter alterius onera portate; exemplum bonorum operum.

         Propagate la divozione di Maria Ausiliatrice nella Terra del Fuoco. Oh quante anime salverà la Madonna per mezzo dei Salesiani.

  Per le prove [nelle case di prova i Superiori] pratichino l'obbedienza e la facciano praticare. Strenna: divozione a Maria e frequente Comunione.

  Due volte raccomandò per i Salesiani il lavoro, ripetendo: lavoro, lavoro!

 

 Con lui erano tornate in Italia suor Angela Vallese dalla Patagonia e suor Teresa Mazzarello dall'Uruguay, che conducevano seco la piccola fueghina affidata loro da monsignor Fagnano. Egli ne fece la presentazione a Don Bosco il 9 dicembre nella maniera già da noi descritta.

  “ Che sacrificio fu per Don Bosco il non poter dir Messa ” nel giorno dell'Immacolata! scrive Don Viglietti nel diario. Ma ormai non aveva più speranza di poter ascendere l'altare.

Nascondeva però questa come le altre sue pene fisiche e morali sotto un esteriore abitualmente tranquillo e sereno, talora anche allegro, scherzando sopra i suoi malanni. Riguardo alla sua schiena, per esempio, che lo faceva andare così curvo, ripeteva due comunissimi versi di una canzone piemontese:

 

Oh schina, povra schina,

T’as fini d’porté bas - cina.

 

(Oh schiena, povera schiena, hai finito di portare pesi). Una sera ai due sacerdoti che mesti e premurosi lo aiutavano dopo cena a recarsi nella sua camera, recitò questa strofa da lui composta per compassionare le sue gambe:

 

Oh gambe, povre gambe,

Che sie drite che sie strambe,

Seve sempre ‘1 mè confort

Fin a tant ch’i sia nen mort.

 

(Oh gambe, povere gambe - siate dritte, siate strambe - sarete sempre il mio conforto - finchè io non sia morto).

  Non voleva tuttavia che i Superiori sul conto suo s'illudessero al punto da trasandare le precauzioni suggerite dalla prudenza per l'eventuale sua dipartita, come si vide la sera dell'Immacolata. Andato a cena con loro, ma alzatosi pochi minuti dopo per ritornare nella camera: - Si faccia coraggio, gli disse qualcuno.. Abbiamo da vedere la sua Messa d'oro. - A tali parole si fermò sulla porta, volse il capo là donde la voce era partita, fissò chi aveva parlato e: - Sì, sì, vedremo! esclamò. La Messa d'oro!... Son cose gravi, son cose gravi!

  Nell'Oratorio l'ultima manifestazione di gioia, vivente Don Bosco fu un'accademia dell'11 dicembre in onore di monsignor Cagliero. Alla fine il festeggiato rievocò la giovinezza sua e quella di Don Bosco e rappresentò al vivo l'amore che il Santo aveva sempre portato ai giovani. Egli rapì l'uditorio con il suo linguaggio ardente e pittoresco; ma là entro dominava una nota di tristezza che tutti sentivano senza bisogno che alcun segno esterno la traducesse in forma sensibile. Tuttavia nessuno avrebbe creduto che la morte di Don Bosco fosse tanto vicina.

   Una cara e molto intima festicciuola fu la tradizionale vendemmia del pergolato davanti alle sue finestre. Per uno di quei delicati pensieri a lui familiari Don Bosco l'aveva differita così a lungo, perchè vi potesse partecipare monsignor Cagliero. Egli, seduto nella loggetta, si dilettava di vedere i suoi figli con alla testa il Vescovo spiccare i grappoli, ripulirli e mangiarne allegramente. Quella simpatica ricreazione venne pure onorata dalla presenza di un altro Vescovo e di un Provinciale dei Fratelli delle Scuole Cristiane, accompagnato da un religioso del medesimo Istituto.

   Non volle nemmeno quella volta derogare alla consuetudine di far parte della sua vendemmia a famiglie amiche. Infatti il conte Cravosio il 26 dicembre lo ringraziava del gentile pensiero e dell'ottima uva inviatagli a casa, soggiungendo: “ Spiacemi solo che Ella se ne sia voluta privare per regalarla a noi! Ciò mi prova d'altra parte come io abbia un posto sicuro nella memoria di V. S. alla quale mi lega da anni tanta simpatia con vera affezione. Le mie preghiere non possono sperare di essere accette a Dio, perchè io sono uso a peccare settanta volte sette al giorno; ma in questo caso, per la salute di Don Bosco, mi lusingo che il buon Dio vorrà accoglierle, perchè gli si rivolgono proprio con tutto il cuore dall'affezionatissimo di Lei servo ”.

   Il venerdì 16 dicembre lo visitò e stette a pranzo con lui il giovane sacerdote bolognese Don Bersani, che predicava l'Avvento nella chiesa di S. Giovanni Evangelista. Don Bosco a tavola gli parlò segretamente all'orecchio e poi gli strinse la mano così forte che lo fece gridare: - Ma lei mi fa male! - Il Santo lo guardò sorridendo; quindi gli domandò: - Quando tornerà a pranzare con me?

 - Non saprei, rispose. Ho tanti buoni amici a Torino e per vederli tutti ora vo dall'uno ora dall'altro in sul mezzogiorno.

 - Sta bene; ma torni presto a visitarmi.

    - Vedrò di venire verso la fine della settimana prossima.

 - Venga al principio, altrimenti non ci sarà più tempo.

         Don Bersani tornò alla metà della settimana; ma Don Bosco era già coricato da martedì, nè più lo vide.

  L'abbandono totale delle forze cominciò ad annunziarsi il 17 dicembre. Era sabato, giorno in cui verso le diciotto soleva confessare i giovani delle classi superiori. Quella sera pertanto una trentina di essi scalpicciava dinanzi alla porta, aspettando che il segretario li facesse entrare. Il chierico Festa si affacciò per dir loro non sembrargli opportuno che lo stancassero, perchè stava troppo male. I giovani però non si movevano. Ciò vedendo, il chierico, riflettuto un momento, andò a dirlo a Don Bosco, il quale a tutta prima gli rispose che non si sentiva di sostenere quella fatica; ma poi dopo un istante di silenzio ripigliò: - Eppure è l'ultima volta che potrò confessarli! - L'altro, non badando nè alle parole nè all'accento di esse, prese a sconsigliamelo. - Ha la febbre, gli diceva, e stenta troppo a respirare. - Ma egli, quasi intenerito, ripetè: - Eppure è l'ultima volta! Di pure che vengano. - Entrarono, e li confessò tutti. Furono proprio quelle le ultime confessioni dei giovani da lui ascoltate. Diciamo dei giovani, perchè il 19 udì ancora Don Berto, al quale diede per penitenza di recitare sovente la giaculatoria - 0 Maria, siate la salvezza mia.

  Le gambe non gli servivano più nemmeno per fare un passo; quindi veniva condotto da un luogo all'altro nel seggiolone a ruote. Nondimeno desiderava sempre assistere alla mensa comune.

  Don Durando il 16 dicembre aveva scritto al nuovo Procuratore Generale Don Cesare Cagliero : “ Don Bosco dimagrisce visibilmente tutti i giorni e le forze gli mancano a segno da non essere più in grado di trasportarsi dalla camera al refettorio: lo si deve condurre in seggiola. Povero Don Bosco! Se il Signore non opera un miracolo continuo, la sua esistenza non può più fisicamente sussistere ”.

  Gradiva di trovare a mensa benefattori e amici. Il 18 ne aveva fatti invitare parecchi, affinchè visitassero una mostra di oggetti della Patagonia portati da monsignor Cagliero e destinati all'esposizione vaticana. Da più d'un anno i Missionari avevano ricevuto da Don Bosco l'ordine di radunare armi, lavori e curiosità dei selvaggi, perchè figurassero in quell'esposizione, che tanto contribuì nel 1888 a onorare Leone XIII durante i festeggiamenti per il suo giubileo sacerdotale. Dopo pranzo si trattenne con gl'invitati, dando a ognuno segni di particolare affetto. Rientrato nella sua camera, disse a Don Eugenio Reffo dei Giuseppini, che l'aveva voluto accompagnare fin là: - Caro mio, sempre ti ho amato e sempre ti amerò. Sono al termine de' miei giorni; prega per me, io pregherò sempre per te.

  Alla sera, nel tempo della cena, non più un lampo di vivacità; anzi Don Lemoyne, avvicinatosi a lui, si avvide che aveva gli occhi vitrei nè dava segno di udire chi gli parlava. Durò solo qualche minuto in tale stato; ma era un sintomo ben triste!

  Il mattino appresso Don Viglietti lo trovò tanto sollevato che lo pregò di scrivere poche parole su alcune immagini che voleva mandare a certi Cooperatori salesiani. - Volentieri - gli rispose Don Bosco. E si accinse a scrivere. Quando ebbe scritto su due, gli disse: - Ma sai che non so proprio più scrivere? Sono stanco, sai. - Allora Don Viglietti gli osservò prontamente che bastavano quelle due. Dietro la prima aveva scritto: “ O Maria, otteneteci da Gesù la sanità del corpo, se essa è bene per l'anima, ma assicurateci la salvezza eterna ”. E dietro la seconda: “ Fate presto opere buone, perchè può mancarvi il tempo e così restare ingannati ”.

Non volle però smettere, perchè: - Questa è l'ultima volta che scrivo! - disse. Continuò dunque: “ Beati coloro che si danno a Dio per sempre nella gioventù. - Quanti volevano darsi a Dio e restarono ingannati, perchè loro mancò il tempo! - Chi ritarda di darsi a Dio, è in gran pericolo di perdere l'anima. - Figliuoli      miei, conservate il tempo e il tempo conserverà voi in eterno. - Chi semina opere buone, raccoglie buon frutto. - Se facciamo bene, troveremo bene in questa vita e nell'altra. - In fine della vita si raccoglie il frutto delle buone opere ”.

  A questo punto Don Viglietti lo interruppe e gli prese la mano dicendo: - Ma, Don Bosco, scriva qualche cosa di più allegro!... Queste cose fanno pena. - Allora fissò intenerito i suoi occhi in quelli del segretario e vistolo piangere, gli disse con un sorriso indescrivibile: - Povero Carluccio! Ma che ragazzo sei!... Non piangere... Te l'ho già detto che sono le ultime immagini su cui scrivo. - Quindi per compiacerlo cambiò   tema, continuando: “ Dio ci benedica e ci scampi da ogni male. - O Maria, proteggete la Francia e tutti i Francesi. - Date molto ai poveri, se volete divenir ricchi. - Date et dabitur vobis. - Che Dio ci benedica e la Santa Vergine sia nostra guida in tutti i pericoli della vita. - I giovanetti sono la delizia di Gesù e di Maria. - Dio benedica e compensi largamente tutti i nostri benefattori. Sacro Cuore del mio Gesù, fate che io vi ami sempre più. Il più gran nemico di Dio è il peccato. - O Maria, siate la salvezza mia ”. Qui ritornò ai pensieri che tanto affliggevano Don Viglietti: “ In fine della vita si raccoglie il frutto delle opere buone. - Chi salva l'anima, salva tutto; chi perde l'anima, perde tutto. - Chi protegge i poveri, sarà largamente ricompensato al divin Tribunale. - Chi protegge gli orfanelli, sarà benedetto da Dio nei pericoli della vita e protetto da Maria in morte. - Che grande ricompensa avremo di tutto il bene che facciamo in vita! - Chi fa bene in vita, trova bene in morte. Qualis vita, finis ita. - Io prego ogni giorno per voi e voi pregate per la salvezza dell'anima mia. - 0 Vergine Pia, l'aiuto tuo forte dà all'anima mia in     punto di morte. - In Paradiso si godono tutti i beni in eterno ”. Qui depose la penna; aveva la mano molto stanca.

  Tutte le occupazioni che avevano formato sua consuetudine, volgevano una dopo l'altra al loro termine fatale. Quella mattina diede le ultime udienze. Da quarant'anni consacrava tutte le mattine a consigliare, a benedire, a consolare, a soccorrere, a rallegrare quanti desideravano di avvicinarlo. Fu questa senza dubbio una delle più laboriose fatiche della sua vita. Allora si sentiva talmente estenuato, che sembrava dovergli mancare il respiro. La serie infinita delle visite si chiuse per sempre con quella della contessa Soranzo Mocenigo. Erano le dodici e mezzo del giorno 20 dicembre.

  Alla sera, ultima passeggiata in vettura. Permise per la prima volta a' suoi figli, che ne lo supplicavano, di trasportarlo giù a braccia in seggiolone. Lo accompagnavano Don Bonetti e Don Viglietti, che presero a dire dei Confratelli, tutti bramosi di porgergli aiuto e sollievo. Egli taceva, finchè a un tratto uscì in queste parole: - Viglietti, appena giunto a casa, ricórdati di scrivere a nome mio queste parole per tutti i Salesiani: I Superiori Salesiani abbiano sempre una grande benevolenza verso i loro inferiori e specialmente trattino bene e con carità le persone di servizio.

  Parve lì per lì che l'aria libera gli avesse fatto bene. Ritornato a casa e portato in camera, disse amorevolmente al capo dei portatori: - Fa' lista, sai. Ti pagherò tutto in una volta. - Poco dopo giunse il     medico curante, dottore Albertotti, il quale lo visitò e lo trovò aggravatissimo; quindi lo fece porre a letto. Al chierico Festa, che gli aveva domandato come si sentisse, aveva risposto: - Ora non mi resta che fare una buona conclusione, che termini bene il tutto. - Com'è costume in tali casi, gli si osservò che con un po' di riposo si sarebbe riavuto; ma egli con la mano fe' cenno di no e ripetè accentuando le parole: - Non resta che fare una buona conclusione. - Prima della passeggiata aveva scritto sopra un'immagine: Maria, tu nos ab hoste protege et mortis hora suscipe. E sopra un'altra: “ Maria, l'aiuto tuo forte dà in punto di morte all'anima mia ”. Presi pochi cucchiai di minestrina, si appressò a quel letto, dal quale non doveva più alzarsi.

  Sul tavolino c'era la pars aestiva del Breviario. Don Lemoyne che lo sfogliò, vi rinvenne tanti segnacoli cartacei che portavano scritte varie belle sentenze, tratte - dalla Sacra Scrittura, dai Santi Padri e financo da poeti italiani. Quei richiami gli erano passati sotto gli occhi per lo spazio di nove lustri .

         Sul medesimo tavolino cominciavano ad accumularsi lettere con gli auguri natalizi. Ne arrivavano da ogni parte; molte venivano dalla Francia. Quell'anima santa della signorina Louvet , confortando gli auguri con un biglietto da cinquecento, esprimeva un nobile pensiero. Scriveva: “ Mi valgo della circostanza per porgerle anche i miei auguri di buono e felice anno. Ma per Lei gli anni son tutti buoni, o Reverendo Padre, perchè tutti i suoi giorni sono pieni e meritorii per il Cielo; il che purtroppo non è per me ”. Aveva ragione la pia benefattrice, dies pleni e veramente ricchi di meriti furono quelli di Don Bosco; ma essa non immaginava quanto fosse vicino il momento, in cui tanti meriti stavano per ricevere nel Cielo l'adeguata corona.

(Memorie Biografiche) Vol. 18