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Don Bosco educatore e pastore in azione

Presentiamo 16 documenti storici (tratti da lettere o giornali del tempo) che presentano gli inizi dell'oratorio di Don Bosco. È interessante verificare come, fin dai primi passi dell’esperienza oratoriana di Don Bosco, emergano determinati aspetti caratterizzanti che permarranno immutati nel successivo sviluppo dell’opera del Santo...

 

 

Documenti sugli inizi dell'Oratorio
di S. Francesco di Sales

 

 I 16 documenti qui contenuti non intendono offrire una panoramica completa sull’Oratorio di Don Bosco e sul suo metodo educativo-pastorale, ma soltanto stimolare l’attenzione sugli obiettivi e sugli scopi, da lui dichiarati o percepiti dagli osservatori, e su alcune caratteristiche del suo modo di agire.

I primi 14 testi sono coevi agli avvenimenti e rappresentano, da angolature e con sensibilità diverse, una realtà viva, in sviluppo.

Gli ultimi due testi sono frutto di una rilettura a distanza, fatta in ambiente salesiano, nella quale gli eventi degli inizi vengono filtrati e interpretati a seguito dello sviluppo posteriore.

È interessante verificare come, fin dai primi passi dell’esperienza oratoriana di Don Bosco, emergano determinati aspetti caratterizzanti che permarranno immutati nel successivo sviluppo dell’opera del Santo.

 

Per orientare la lettura dei documenti e facilitarne lo studio, al termine dell’antologia viene presentata una serie di interrogativi.

 

 

 

Indice

 

1. Don Bosco al Vicario di Città Michele Benso di Cavour (13.03.1846)

2. Oratorio dell’Angelo Custode (1847)

3. I monelli di Torino (da “Il Conciliatore torinese”, 26.07.1848)

4. L’Oratorio di S. Francesco di Sales (da “L’Armonia”, 2.04.1849)

5. L’Oratorio di S. Fr. di S. in Torino (da “Il Conciliatore”, 7.04.1849)

6. Rivoluzione e clero (da “L’Armonia”, 4.05.1849)

7. La scuola domenicale di D. Bosco (da “Giornale della Società d’istruzione e d’educazione”, 1849)

8. Don Bosco al re Vittorio Emanuele II (ant. 14.11.1849)

9. Parere dell’Economo Generale (6.12.1849)

10. Gaspare Saccarelli al re Vittorio Emanuele II (ant. 8.11.1850)

11. Don Bosco agli amministratori Opera Mendicità Istruita (20.02.1850)

12. Oratorio della Sacra Famiglia (1.03.1850)

13. Relazione dell’Economo Generale (24.09.1851)

14. Instituto Bosco (Casalis, Dizionario, XXI, 714-718, 1851)

15. L’Oratorio di S. Fr. di Sales (Lemoyne, 1870)

15. Don Bosco e i birichini (Francesia, 1904)

 

 

Testi di riferimento

 

* G. Bosco, Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855. Introduzione, note e testo critico a cura di Antonio Da Silva Ferreira, Roma, LAS 1991, 2° nn.  978-1098; 3° nn. 1-1672.

* Id., Cenno storico sull'Oratorio di S. Francesco di Sales [1854], edizione a cura di Pietro Braido in Don Bosco nella Chiesa a servizio dell'umanità. Studi e testimonianze, Roma, LAS, 1987, pp. 38-39.

* Id., Cenni storici intorno all'Oratorio di S. Francesco di Sales [1862], edizione a cura di Pietro Braido in Don Bosco nella Chiesa, cit., pp. 60-62.

* G. B. Lemoyne, Memorie biografiche di don Giovanni Bosco, II, S. Benigno Canavese, Scuola Tipografica Libraria Salesiana 1901,  pp. 224-261; 262-584.

* P. Stella,  Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, I, Roma, LAS 1979, pp. 103-118.

* Id., Don Bosco nella storia economica e sociale, Roma, LAS 1980, pp. 54-70; 71-100.

* G. M. Bravo, Torino operaia. Mondo del lavoro e idee sociali nell'età di Carlo Alberto Torino 1968.

* U. Levra, L'altro volto di Torino risorgimentale 1814-1848, Torino 1988.

 

 

1

DON BOSCO AL VICARIO DI CITTÀ

MICHELE BENSO DI CAVOUR

 

G. Bosco, Epistolario. Introduzione, testi critici e note a cura di F. Motto, I: (1835-1863) 1 -

pp. 66-67, LAS, Roma 1991, p. 90.

 

 

 

*Torino, lì 13 marzo 1846

 

 

Eccellenza,

La parte che l’Ecc. V.a prende in tutto ciò che riguarda al buon ordine pubblico civile e morale, mi fa sperare che non le torni discaro un ragguaglio sopra di un nostro Catechismo, che ha di mira il bene della gioventù, e di cui ella stessa già dimostrò più volte prenderne parte favorevole.

Questo Catechismo fu cominciato tre anni sono nella Chiesa di S.t Francesco d’Assisi, e benedicendo il Signore l’opera sua, i giovani intervennero fino al numero, di cui erane il luogo capace. Allorché poi l’anno 1844 per cagion d’impiego mi sono andato a ristabilire alla Pia Opera del Rifugio, quei buoni giovanetti continuarono recarsi qua per la loro spirituale istruzione. Fu appunto in quel tempo che di concerto col Sig.r T. Borelli e don Pacchiotti, abbiamo presentato una memoria a Mons.r Arcivescovo, che ci autorizzò a convertire una nostra camera in Oratorio, dove si faceva il Catechismo, si udivano le confessioni, si celebrava la S.ta Messa pei sovra accennati figliuoli.

Ma cresciuto il loro numero, né potendo più essere ivi contenuti abbiamo supplicato gli Ill.mi SS.ri di Città a tal oggetto, e ci venne riscontrato con autorizzazione di poter traslocare il nostro Catechismo nella Chiesa di San Martino presso ai Mulini della Città. Là il concorso dei giovani fu grande e sovente oltrapassava i ducento cinquanta.

Senonché anche da questa Chiesa siamo stati dai SS.ri Sindaci della Città prevenuti dover il nostro Catechismo altrove traslocarsi pel prossimo gennaio senza che ci venisse accennato il motivo. L’imbroglio per noi era grande, abbandonare l’opera incominciata che pareva sì buona ci rincresceva, solo Sua Ecc. il Conte di Collegno dopo aver parlato con Lei ci confortava a proseguire.

Durante quest’inverno l’abbiamo fatto parte in nostra casa e parte in varie camere prese a pigione. Finalmente la settimana corrente siamo venuti a trattativa di un sito col Sig.r Pinardi con cui fu pattuita la somma di franchi ducento ottanta per una camera grande, che può servire di Oratorio, più altre due camere con sito aderente. Questo luogo ci sembra essere conveniente sia perché trovasi molto vicino al Rifugio, come anche per essere in un posto affatto distante da ogni Chiesa, e vicino a parecchie case; resta solo che Ella ci manifesti se vada bene in ciò che concerne alla società civile, ed esteriore.

Lo scopo di questo Catechismo si è di raccogliere nei giorni festivi quei giovani, che abbandonati a se stessi non intervengono ad alcuna Chiesa per l’istruzione, il che si fa prendendoli alle buone con parole, promesse, regali, e simili. L’insegnamento si riduce precisamente a questo: 1° Amore al lavoro. 2° Frequenza dei Santi Sacramenti. 3° Rispetto ad ogni superiorità. 4° Fuga dei cattivi compagni.

Questi principii che noi ci studiamo d’insinuare destramente nel cuore dei giovanetti hanno prodotto effetti meravigliosi. Nello spazio di tra anni più di venti abbracciarono lo stato religioso, sei studiano il latino per intraprendere la carriera ecclesiastica, molti altri ridotti a buoni sentimenti frequentano le loro rispettive parrocchie. Il che è molto considerevole attesa la qualità dei giovani i quali comunemente sono all’età da dieci a sedici anni senza principii di religione, e di educazione, la maggior parte in preda ai vizii, e in procinto di dar motivo di pubbliche lagnanze, o di essere posti nei luoghi di punizione.

Ella ha un cuor buono, e amante di tutto quello che ridonda al pubblico bene civile e morale; laonde la preghiamo a voler proteggere queste nostre fatiche, le quali, come ben vede, non tendono già ad alcun’ombra di lucro, ma solo a guadagnar anime al Signore.

Le spese che dobbiam fare per fornire di quanto ricercasi il luogo accennato sono molte; abbiamo già il prelodato Conte Collegno che si offrì nostro benefattore, il quale ci diede annuenza di manifestarlo a V.a Eccellenza, a cui avrebbe poi egli stesso tenuto dettagliato discorso. Qualora poi Ella desiderasse di parlare con me e co’ miei colleghi saremmo pronti ad ogni di lei cenno, e sarebbe nostro anzioso desiderio.

Nell’atto poi, che lo prego d’aver per buona la libertà che mi son presa, le auguro ogni bene dal Signore, e mi reputo al più grande onore il potermi dire colla più perfetta stima, e col più profondo rispetto

Di V.a Ecc.za

Umilissimo, e Obbligatissimo servitore

Sac.te Bosco Gioanni

Direttore Spirit.le al Rifugio

 

 

2

Circolare con programma dell'Oratorio dell'Angelo Custode [1847]

 

AST Grande Cancelleria  m. 249/1  n. 4615.

Orig. a stampa   2 ff.   270 x 201 mm.  non datato, ma anter. dicembre 1847.

“L’Educatore. Giornale d’Educazione ed Istruzione” 3 (1847) 762-765.

 

 

 

ORATORIO DELL'ANGELO CUSTODE

 

Programma

 

Non s'è mai più profondamente, che ai nostri tempi, sentito e dai Sacerdoti, e dai Laici il bisogno della popolare istruzione ed educazione. Asili infantili, scuole elementari, scuole tecniche, scuole femminili si lodano, si promuovono, vengono aperte, e spesso con sorpresa degli Istitutori medesimi occupate sì fattamente, che ristretto all'uopo si trova quello che era creduto amplissimo locale. Le domande d'ammessione ogni dì si moltiplicano, e le scuole serali ad esempio istituite da pochi anni nella nostra Città non possono raccogliere la metà dei giovani, che vi aspirano.

Il bisogno dunque dell'istruzione, e dell'educazione non è sentito solamente da chi può darla, ma da coloro stessi che debbono riceverla. Sente il nostro popolo che qualche cosa gli manca, il pascolo dello spirito, la vita interna dell'intelligenza: quindi corre assetato ai fonti di questa vita, ai lieti pascoli del suo pensiero: se non che non abbiamo del tutto ragione di rallegrarci di questo affollamento. La maggior parte degli accorrenti, o di chi li manda, va in cerca d'istruzione, di quella istruzione che è necessaria per gl'interessi materiali, per l'esercizio di quelle arti che nello stato attuale della civiltà esigono un sapere di che potevano senza gravi danni andar privi i nostri antenati. Ottima cosa è l'istruzione quando massimamente è proporzionata alle condizioni di chi la riceve, quando non si contenta di nude teorie, ma discende a guidare gli allievi nell'esercizio delle arti, quando mira a destar sovrattutto nelle loro menti sopite la favilla divina dell'intelligenza. Ottima cosa! ma vuol essere accoppiata coll'educazione; questa è lo | f. 1v | scopo di quella, che, se vien dimenticato, non riesce veramente proficua, e può tornare a qualche vantaggio positivo, o materiale, ma la vita morale non alimenta giammai abbastanza. Vogliono dunque fra le sovraccennate istituzioni essere maggiormente favoreggiate e promosse quelle ove principalmente si mira all'educazione; all'educazione, dico, intesa nel suo vero, nel suo sublime significato, all'educazione che si propone d'ispirare l'amore della Religione, dell'ordine, del lavoro, dell'adempimento insomma di tutti i doveri religiosi e civili.

Ora fra questi istituti d'educazione havvene uno che d'origine italiana, anzi romana, concepita da uno dei più grand'uomini del secolo XVI, da S. Filippo Neri, mira ad educare i figliuoli del popolo nel modo più soave e più efficace: pone la base dell'educazione nella Religione, interpreta la legge della santificazione delle feste nel vero senso evangelico di giorno del Signore, giorno in cui l'uomo solleva la sua fronte dal lavoro, e dalla fatica, ed innalza la sua mente, e serve al Signore nella letizia, giorno in somma specialmente educativo.

Noi non istaremo a descrivere, essendo notissimi gli Oratorii instituiti da questo Santo, e quanti beni recasse alla gioventù romana con queste sante adunanze. E modellate sovra essi esser debbono le scuole domenicali, che in varie parti d'Europa, e nella nostra Italia si vanno introducendo, se da esse vogliono compiuti raccogliersi i frutti sperati: a tal condizione, niuna spesa, nissun sacrificio sarebbe eccessivo. Quand'è che maggiori sono i pericoli nella gioventù particolarmente artiera? nel giorno di festa. Quand'è che si dissipano i guadagni d'una settimana? nel giorno di festa. Quand'è che l'ozio guida al giuoco, il giuoco all'intemperanza, l'intemperanza a calpestare tutti gli umani e divini ordinamenti, a mettersi sul lastrico della più esosa corruzione? nel giorno di festa. La Società adunque, e tutti gli uomini pii e dabbene debbono adoperare ogni cura, fare ogni sforzo perché il concetto di S. Filippo venga effettuato dappertutto, ed in tutta la sua estensione applicato.

A questo pensarono alcuni Sacerdoti Torinesi, a questo prestarono le loro cure nella bell'opera altri valorosi Secolari, ed i frutti corrisposero ai desiderii ed alle intenzioni. Incoraggiati i Promotori dalle benedizioni del Cielo su queste loro fatiche, dalle parole, dai conforti degli uomini che videro quanto si poteva sperare di bene da questa Istituzione, e riflettendo che già preparato il locale (quantunque ancora imperfettamente), disposti gli arredi, fatte le spese di prima fondazione, nulla vietava che si potesse ricavare maggior frutto accoppiando alle scuole domenicali le scuole serali, cercarono, ed ebbero la consolazione di trovare alacri Cooperatori per tale insegnamento. In questo stato di cose essi si propongono di eseguire il presente

 

 

 

| f. 2 |

PROGETTO

di Scuole Domenicali e Serali

nell'Oratorio dell'Angelo Custode

posto in Torino - regione di Vanchiglia

 

 

Le Scuole, e gli Esercizi che si fanno nell'Oratorio dell'Angelo Custode hanno per iscopo il perfezionamento dell'Educazione religiosa, morale, civile, ed anche fisica dei giovani, che usciti, od almeno giunti all'età che ordinariamente escono dalle scuole elementari entrano in negozii, laboratorii ecc.; epperciò non saranno ammessi che giunti all'età di 13 anni compiuti.

In 1° luogo per ottenere l'educazione religiosa debbono intervenire alla festa nell'Oratorio, dove alla mattina avranno comodo d'accostarsi ai Santissimi Sacramenti, ed ora stabilita vi sarà la S. Messa, Spiegazione del Vangelo, e poscia Scuole, e Ricreazioni educative. - Al dopo pranzo Vespro, Istruzione cristiana, e Benedizione del Santissimo Sacramento. - Ricreazioni.

2° Per l'educazione morale, e civile si apriranno quivi scuole serali col metodo educativo progressivo; a tal fine disposte le scuole in 3 classi, s'insegnerà nella 1a  Lettura, Scrittura, Aritmetica, Catechismo. - Nella 2a  Lingua italiana, Aritmetica, Disegno lineare, Catechismo, Storia sacra. - Nella 3a  infine Perfezionamento della Lingua, Storia sacra, Storia patria, Disegno lineare, Nozioni delle leggi adatte al popolo ecc.

3° Per l'educazione fisica, Ginnastica, Giuochi di destrezza, Corse ecc.

4° Per l'emulazione vi saranno talvolta esposizioni d'oggetti d'Arte, d'Industria - Accademie - Premi.

5° Infine per l'ordine si cercherà d'introdurre una disciplina dolcissima, unita però ad una grande esattezza.

 

 

I Direttori Sacerdoti

D. Gio. Cocchi, Vice-Curato dell'Annunziata

ed il Teol. Roberto Murialdo, Cappellano di S[ua] S[acra] M[aestà] il Re.

 

     _______

Torino, Stamp. Reale

        con permissione

 

 

 

3

I MONELLI DI TORINO

 

“Il Conciliatore Torinese. Giornale Religioso Politico Letterario”,

Merco­ledì 26 luglio 1848, anno 1°, n. 4, pp. 14-16.

 

 

            In questi ultimi anni un uomo, il cui nome non si ripete mai senza un accento di benedizione, io dico l'Ab. Ferrante Aporti, rinnovava l'opera de' Girolami Emiliani, de' Vincenzi de' Paoli, de' Giuseppe Calasanzii, e trion­fando di coloro, che pertinacemente e ciecamente ne combattevano il pio inten­dimento, diffondeva lo spirito della sua carità nelle contrade italiane, e apriva gli asili della povera infanzia. Fu santa l'opera di quest'uomo, e co­loro che ne seguirono gli esempli generosi, che furono nel nostro paese spe­cialmente S. M. la Regina, S. A. R. l'Arciduchessa di Savoia, il marchese Ro­berto d'Azeglio, il cav. Boncompagni, la contessa Masino, hanno diritto alla patria lode e alla comune riconoscenza. I bambini così accolti negli asili so­no sottratti all'abbandono, al sucidume, alle malattie in cui per lo più si giacevano per incuria de' miseri genitori, e, che è più, si educano alla reli­gione, alla virtù, al lavoro; acquistano abito di nettezza, sentimenti di ca­rità fraterna, affetti di riconoscenza, desiderio di farsi abili a qualche co­sa ausando [sic] a piccoli lavorietti. E volesse pure il cielo, che si molti­plicassero questi giardini deliziosi della carità, e si aprissero in tutte le città questi pacifici recinti, dove la carità cristiana e patria esercita a pro de' pargoli gli uffizii di madre amorosa, ché la generazione crescente di­verrebbe virtuosa, religiosa e fedele, gloria della nazione e scudo della pa­tria, a cui non basta aver uomini capaci di lavorare, ma desiosi della fatica e cultori della virtù.

            Non basta però educare l'infanzia, è necessario invigilare la giovinez­za: perocché, se tu coltivi il tenero arbusto, e come vien crescendo e metten­do suoi ramoscelli lo abbandoni alla ventura, alla tua opera non ti risponde­ranno a mezzo i frutti. Pertanto egli pare, che non ultimo pensiero di buoni cittadini sia l'educazione de' giovanetti usciti dagli asili d'infanzia. Si trovi modo d'impiegare soprattutto i maschi in qualche mestiere, e si procac­ci, che coloro, i quali si mostrano atti a coltivare gli studi, abbiano acces­so ne' pubblici ginnasii. In questa guisa l'educazione infantile sarà coltiva­ta, e produrrà molti frutti. So che si pensa anche a questo, e caritatevoli persone si pigliano tratto tratto questo incarico; ma egli pare si debba a ciò provvedere con più d'energia, spezialmente perché una turba di giovinastri di presente innonda le nostre vie, che ove fossero acconciati in qualche labora­torio od officina potrebbero divenire utili cittadini, e invece diventano in­fingardi e viziosi. Ritornerò su questo argomento, che ha bisogno di essere svolto più ampiamente: ora mi sia lecito di fermarmi solo su questo disordine, che veggiamo da alcuni mesi farsi più grave e più funesto.

            Uno sciame incomposto di monelli d'ogni età e d'ogni ragione passeggia senza posa le vie più popolose di Torino scorazzando, gridando, schiamazzando, e in mille guise si arrovella, si arrabatta, insolentisce, imbizzarrisce per ismerciare le novelle del giorno, od altrettali foglietti spesso insignifican­ti, qualche volta bugiardi, e tal fiata sciocchissimi, che nulla più. Non puoi fare un passo, che non t'imbatti in qualcuno di loro; e su pe' canti, su cro­cicchi è un tafferuglio, un trambusto, uno schiamazzìo, un brulichio tale, che non pure ti molesta e assorda, ma t'indispettisce e ti sdegna. Aggiungi le in­solenze che vanno dicendo a passeggeri i quali non sanno che farsi di loro bazzecole; le baie che si pigliano frequentemente, or d'uno scemo, or d'uno sciancato, ora d'un vecchierello, che a caso passano loro dinanzi; i cenni, i motti, gli scherzi, per non dire di peggio, di cui fanno segno la modestia e la riserbatezza di onorate fanciulle..... Or, dico io, in una città così inci­vilita, in mezzo a un popolo che ha voce di colto e laborioso, s'avrà egli a veder tanto disordine, s'avrà a tollerare tanta oziosità?

            Si dirà forse, che ciascuno come gli giova meglio, può studiarsi di cam­pare la vita, e che il vendere i foglietti alla giornata ed al minuto è me­stiere tanto onesto quant'altro: ciò nol niego; ma purché si faccia con manie­re urbane e dicevoli; purché non si trasmodi in grida intemperanti, e non si turbi l'ordine della città, purché un mestiere che durerà certo pochi mesi non frutti rovina per molti anni. Del resto altro è il vendere onestamente, altro lo schiamazzare da furibondo, altro è l'esercitare il piccolo commercio di venditore a minuto, altro il dare molestia ai pacifici cittadini. E poi a che riusciranno que’ cento giovani, quando non avranno più per le mani il proficuo mestiere? Schivi della fatica, insofferenti di legge, non usi al lavoro, come si vedranno mancare il guadagno, si daranno forse a frodolenti negozii, a' tranelli, alle giunterie, a' furti, alle rapine, e chi sa di quai delitti di­verranno capaci. L'ozio, la dissipazione, l'insolenza non formò mai i giovani alla virtù, all'operosità, all'ordine, ma d'ogni gran male fu sempre la cagio­ne infausta.

            Si dia adunque qualche ordinamento in proposito; si limiti il numero di questi minuti venditori: oppure se ciò pare ingiustizia o tirannia si determi­nino i luoghi di tale commercio che meglio paiono atti all'uopo; s'imponga a' giovani di non levare tant'alto la voce, ché pochi sono i sordi in Torino, si vieti loro di passeggiare que’ luoghi dov'è più fitta l'onda del popolo; si proibisca loro di fermarsi sui piazzali delle chiese, e su' trivii dov'è più frequente il transitare de' carri; o almeno, se altro non puossi, si minaccino loro pene severe, ove in qualche modo trascorrano ai dileggi, agli insulti, alle frodi; ma ad ogni modo il disordine è manifesto, e pare che vi si debba opporre un rimedio. Il lamento è universale, e chi soprantende all'ordine del­la città dee pensarvi seriamente, e provvedervi con efficacia.

 

 

 

4

L'ORATORIO DI S. FRANCESCO DI SALES

 

“L'Armonia della Religione colla Civiltà”,

Lunedì 2 aprile 1849, anno 2°, n. 40, pp. 158-159.

 

 

            Nel più povero dei sobborghi di questa metropoli, abitato quasi esclusi­vamente da operai che campano col prodotto delle loro giornaliere fatiche, e che trovansi spesso ridotti a vera miseria in seguito ad una infermità o a mancanza di lavoro, sorge da qualche anno una di quelle opere di beneficenza di cui lo spirito cattolico è sorgente inesausta. Un zelante sacerdote ansioso del bene delle anime si è consecrato interamente al pietoso ufficio di strap­pare al vizio, all'ozio ed all'ignoranza quel gran numero di fanciulli, i qua­li abitanti in quei contorni, per le strettezze o l'incuria dei genitori, cre­scevano purtroppo sprovvisti di religiosa e di civile coltura. Quest’ecclesia­stico, che ha nome D. Bosco, prese a pigione alcune casuccie ed un piccolo re­cinto, si è recato ad abitare in quel sito, e vi ha aperto un piccolo Oratorio sotto l'invocazione del gran vescovo di Ginevra, S. Francesco di Sales; egli ha cercato di attirarvi quei poveri giovani che dapprima trovavansi negletti e derelitti; nel semplice e modesto Oratorio egli distribuisce loro quella istruzione che sopra tutte le altre discipline è sola necessaria, l'istruzione religiosa; egli li accostuma a praticare i loro doveri, ad esercitare il vero culto di Dio, a convivere amichevolmente e socievolmente l'uno coll'altro. Ac­canto all'Oratorio si trovano scuole in cui s'insegnano a quella gioventù i primi elementi delle lettere e del calcolo, vi è pure l'accennato recinto in cui i giovanetti, nei giorni festivi e nelle ore di ricreazione, si sollevano con giuochi innocui e con innocenti trastulli, passando quel tempo nell'onesta allegria che tanto giova alla sanità del corpo e della mente, specialmente in quella tenera età. In mezzo ad essi trovasi ognora D. Bosco, il quale è co­stantemente ad essi maestro, compagno, esemplare ed amico.

 

            Si vedono solitamente nei giorni festivi da quattrocento giovanetti riu­niti in quel sito che, non presentando all'esteriore veruna apparenza, rimane da molti inosservato, mentre il bene che vi si fa è immenso. Tutti quei ragaz­zi, i più dei quali sarebbero cresciuti nell'ignavia e nel vizio, s'incammina­no alla virtù e al lavoro. Infatti il loro zelante precettore ed amico cerca per essi con tutto impegno qualche onesto artiere che consenta ad accettargli [sic] presso di sé a tirocinio dell'arte sua, e l'essere un ragazzo proposto da D. Bosco come un suo alunno presenta ai padroni di bottega una guarentigia di moralità che gli [sic] rende facili ad accoglierlo presso di loro, onde av­viarlo nell'esercizio della propria professione. Così, da quel semenzaio di onesti operai escono ogni anno in buon numero adolescenti che sono in caso di provvedere ai proprii bisogni, e che conserveranno, giova sperarlo, nel lungo decorso della loro vita l'abito di quella moralità a cui i loro teneri animi furono informati.

 

            Aggiungiamo ancora che, trovandosi spesso fra quei poveri giovani chi per la morte o la rovina dei propri genitori cade in assoluto abbandono, pa­recchi di questi vengono anche ricoverati in  alcune stanze esistenti in quel­le povere casuccie sopraccennate, e vi ricevono pure il loro sostentamento pel tempo del loro tirocinio, finché col frutto del loro sudore possano essi mede­simi mantenersi.

 

            In questo albergo di beneficenza recavansi il giorno dell'Annunziata due membri del comitato dell'opera del Danaro di S. Pietro, colà chiamati dal be­nemerito fondatore di quell'Oratorio. Trattavasi di ricevere un'oblazione che quei buoni ed esemplari giovanetti avevano disegnato di fare per l'opera mede­sima. Edotti essi dei luttuosi eventi di Roma, e dell'essere il padre comune dei fedeli ridotto alla condizione di esule, vollero spontanei concorrere col loro obolo ad ingrossare quel tributo di figlial venerazione, che a Torino si vuol raccogliere per deporlo ai piedi del Vicario di Cristo.

 

            Entrati i delegati del Comitato nel modesto recinto, ove tanto bene si va compiendo, essi vennero dal direttore accolti colla più squisita cortesia; quindi non senza viva commozione del loro cuore essi si viddero [sic] accer­chiati da quei ragazzi che in aria festiva loro fecero bella e lieta corona.

 

            Due di questi tosto si avanzarono, e mentre l'uno sopra di un desco pre­sentava i trentacinque franchi raccolti in mezzo a loro, l'altro pronunciava un semplice, ma ben sentito discorso, di cui presenteremo uno squarcio ai no­stri lettori.

 

            Se mai le nostre voci, diceva il tenero autore, potessero in questo mo­mento giungere all'orecchio del Santo Padre, tutti ai piedi suoi vorremmo ad una voce parlare così: Beatissimo Padre, questo è il momento più fortunato della nostra vita. Siamo noi un ceto di giovanetti, i quali reputano a loro più grande ventura di poter dare un segno di venerazione alla Santità Vostra. Si protestano affezionatissimi figli alla medesima, e malgrado gli sforzi dei malevoli per allontanarci dall'unità cattolica noi dichiariamo di riconoscere nella Santità Vostra il successore di San Pietro, il Vicario di Gesù Cristo, a cui chi non è unito va eternamente perduto. Dichiariamo essere intimamente persuasi che da voi disgiunto niuno può appartenere alla vera Chiesa, noi ci offriamo pronti a spendere ogni nostro avere, ogni sostanza e la vita medesima per mostrarci degni di un sì tenero padre.

 

            Una soave e dolce emozione si faceva sentire nell'animo dei delegati nell'udire queste parole, pronunciate con aria intelligente e con voce espri­mente l'affetto da un ragazzino, il quale porta le secchie di calcina ed i mattoni pel servizio dei muratori, ma nondimeno mostra di provare veracemente sensi così nobili e generosi. Essi risposero alcune brevi parole dichiarando a quei giovanetti che si gloriavano di averli socii in un atto che è una profes­sione sincera di quella fede cattolica che tanto sublima l'uomo di qualunque stato e condizione egli si trovi. Richiesero quindi il giovane oratore di una copia del di lui discorso e quella copia fu in seguito consegnata al Nunzio Apostolico che ne mostrò singolar gradimento, e si protestò di volerla inviare al Cardinale Pro-Segretario di Stato del Sommo Pontefice, come testimonianza di sensi che riescono altamente commendabili se si riflette alla posizione e agli antecedenti di coloro che li manifestarono.

 

            Noi poi dal canto nostro abbiamo creduto dovere alquanto dilungarci nel recare alla cognizione del pubblico un fatto che ci sembra degno di essere al­tamente commendato.

 

 

 

5

L'ORATORIO DI S. FRANCESCO DI SALES IN TORINO

 

“Il Conciliatore Torinese...”, Sabato 7 aprile 1849, anno 2°, n. 42, s.p.[1]

 

 

            Se all'uscire di questa città per la porta di Susa, nasca vaghezza a ta­luno di ricrearsi sotto il viale, che gli sta a destra, e costeggiando i quar­tieri militari e le cinte degli spedali di san Luigi e de' Pazzarelli, scende­re per l'ameno declive sino al bel palazzo, che gli si porge innanzi; quindi volgendo a manca proseguire il delizioso cammino pel viottolo che rasenta i muri dei vari edificii quivi attigui, a breve distanza gli si presenta un can­cello di legno, per cui entrasi in un recinto d'una certa ampiezza.

 

            Al fabbricato lungo sì, e piuttosto decente, ma assai basso, e di aspet­to più rustico che civile, il quale sorgendo verso mezzanotte, divide quel re­cinto in due parti, l'una assai più ampia e lavorata a mo' di orto, l'altra più stretta e lasciata incolta, egli di leggieri estima, questa sia la dimora di alcuni ortolani, di cui infatti abbondano que’ dintorni: ma portando l'oc­chio attento su quell'umile edificio, alle varie religiose iscrizioni, che vi si leggono, al campaniluzzo, che sormontato da una croce si eleva sul tetto, all'avviso: quest’è la casa del Signore, che sta sopra l'uscio verso ponente; egli benché non senza meraviglia, non può tardare ad avvedersi che qui è un sacro Oratorio. Ma quanto più crescerà il suo stupore, ove chiegga da chi e per qual fine siasi consacrato alle pratiche della religione quel luogo sì mo­desto; e gli sarà risposto, che un umile prete fornito di nessun'altra ric­chezza che d'una immensa carità, già da più anni vi raccoglie ogni dì festivo da cinque a seicento giovinetti per ammaestrarli nelle virtù cristiane, e ren­derli a un tempo figliuoli di Dio, e ottimi cittadini?

           

            Questo egregio sacerdote, pieno di quella filantropia, la quale non de­riva da altra fonte, che dalla fede cattolica, era altamente accuorato al ve­dere ne' dì sacri al Signore, centinaia e centinaia di fanciulli, che abbando­nati a se stessi, invece di portarsi alla Chiesa per attignervi lezioni di santità, si disperdevano nelle piazze, nei viali, nelle campagne che cingono la città, a sciupare tutto il giorno in sollazzi pericolosi, e quindi ritorna­vano alle case loro ognora più dissipati e irreligiosi e indocili. La vista di tanti garzoncelli, che per la trascuranza oltre ogni modo biasimevole dei ge­nitori, e dei padroni, crescevano nella più crassa ignoranza di ciò che più importa all'uomo, esposti a tutte le corruttele che nascono dall'ozio e da pessime compagnie, e da' pravi esempli, il punse così vivamente nel cuore, che deliberò di porvi quel rimedio ch'ei sapesse migliore. Che fece egli adunque il nuovo discepolo di Filippo Neri? Consigliatosi col suo zelo, armatosi d'una pazienza a tutte prove, vestitosi di tutta la dolcezza e umiltà, che ben cono­sceva richiedersi all'alta sua impresa, diedesi a girare ne' dì festivi pei dintorni di Torino, e quanti vedesse crocchi di giovani intenti a' trastulli, avvicinarli, pregandoli che l'ammettessero a parte di loro giuochi, poscia do­po essersi affratellato alquanto con essi, invitarli a continuare il giuoco in un luogo che egli teneva a ciò assai più atto a sollazzarsi, che quello non fosse. Egli è facile il pensare con quanti scherni sarà stato assai delle vol­te ricevuto il suo invito, e quante ripulse avrà dovuto soffrire: ma la sua costanza e la sua dolcezza a poco a poco trionfarono in un modo prodigioso: ed i fanciulli più riottosi, i giovanetti più scapestrati, vinti da tanta umiltà e da tanta mitezza di modi, si lasciarono condurre all'umile recinto, che vi ho descritto, dove convertita una parte dell'edificio in modesta sì, ma assai divota cappella, si vanno alternando le ore del giorno festivo tra gli uffizi della religione ed innocenti sollazzi.

 

            I primi giovinetti che vi furon chiamati, assaporate le dolcezze della pietà, provato l'ineffabile piacere d'un'anima, che sentesi o cavata dall'a­bisso della corruzione, o sollevata alla più ferma speranza d'un eterno pre­mio, divennero altrettanti piccoli apostoli presso i loro compagni e colleghi nel vizio, o nella dissipazione, promettendo a questi dei sollazzi assai più cari presso il signor don Bosco (che tal'è il nome di questo esimio ecclesia­stico), di quelli con cui si ricreavano per lo innanzi: e così di bocca in bocca divolgatasi la notizia del nuovo oratorio, fra breve vi accorse una tur­ba sterminata di giovani, con quanto pro dell'anima ognuno il pensi. Un alvea­re intorno a cui s'aggiri ronzando uno sciame di api, mentre una gran parte di questo vi sta lavorando tranquillamente il miele, ti presenta una vera immagi­ne di quel sacro recinto ne' dì festivi. Per le vie, che vi conducono, tu in­contri ad ogni passo frotte di giovinetti, i quali cantarellando vi si portano con più allegrezza, che non andrebbero a un festino: dentro per ogni parte tu vedi fanciulli a trastullarsi divisi in piccole brigate, ed altri saltellare, altri giuocare alla palla, altri alle boccie [sic], chi fare all'altalena, chi dei capitomboli, e chi la quercia: mentre nella chiesetta altri imparano il cate­chismo, altri si preparano a' sagramenti, e nelle attigue stanze ad altri s'insegna il leggere e lo scrivere, ad altri l'aritmetica e la calligrafia, ad altri il canto.

 

            Varii sacerdoti vegliano quella turba composta di sì diversi elementi, agitata da sì disparate inclinazioni, adoperandosi a tutt'uomo per rivolgere i pensieri, gli affetti, gli atti verso la religione, e vegliando, perché nell'ore destinate alla preghiera e all'istruzione comune, tutti cessino dai trastulli e si raccolgano nell'oratorio. Ed egli è senza dubbio un piacere in­dicibile lo scorgere la docilità con cui tutti quei giovani, un dì sì male av­viati, or obbediscono a quegli ecclesiastici; la gioia che loro sta dipinta sul volto, la divozione con cui assistono ai divini uffizi, usano ai Sacramen­ti, frequentano le istruzioni religiose, che anche lungo la settimana si por­gono a chi ne abbisogna, intervengono a' spirituali esercizi che ogni anno si rinnovano pel corso di parecchi giorni. Ella è una meraviglia il vedere l'af­fetto e la riconoscenza tenerissima che quei fanciulli nutrono in cuore verso il loro benefattore, il signor don Bosco. Nessun padre riceve più carezze dai suoi figliuoli, tutti gli sono a' panni, tutti vogliono parlargli, tutti ba­ciargli la mano: se lo veggono per la città, escono incontanente dalle botte­ghe per riverirlo. La sua parola ha una virtù prodigiosa sul cuore di quelle anime ancor tenere, per ammaestrarle, correggerle, piegarle al bene, educarle alla virtù, innamorarle anche della perfezione. La sua umile abitazione è un asilo sempre aperto in ogni ora a qualunque sia giovanetto che ricorra a lui per campare dai pericoli del mondo corrotto, per liberarsi dagli artigli della colpa, avere dei consigli, ottenere aiuto in qualche onesto intento.

 

            Non potendo capire in questo oratorio tutti i fanciulli che vengono a lui, egli già da alcuni mesi, ne aperse un altro fuori porta Nuova, cui affidò alle cure di vari sacerdoti già formati anch'essi alla scuola della sua cari­tà, e che speriamo, sarà per apportare frutti non meno copiosi di civiltà cri­stiana. Salve perciò, o nuovo Filippo, salve o sacerdote egregio: il tuo esem­pio deh! trovi molti imitatori in ogni città: sorgano per ogni parte de' sa­cerdoti, a premere le tue orme: aprano ai giovani de' sacri recinti, dove la pietà si circondi di onesti sollazzi; ché solo in tal modo si potrà guarire una delle piaghe più profonde della società civile e della Chiesa, che è la corruzione dei giovani.

Gastaldi

 

 

 

 

6

RIVOLUZIONE E CLERO

Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino

 

“L'Armonia della Religione colla Civiltà”,

Venerdì 4 maggio 1849, anno 2°, n. 53, p. 211.

 

 

            La stampa, dalla quale doveva il legislatore sperare il più valido soc­corso, chiamando i suoi popoli a nuove instituzioni, appena fu libera, divenne uno dei più potenti mezzi della rivoluzione nelle mani di alcuni ingrati, che non arrossirono di chiamarsi educatori del popolo.

 

            Ogni autorità legittima di qualsiasi ordine amministrativo, giudiziario, ecclesiastico venne rabbiosamente assalita dai riformatori col mezzo della stampa, e tanto fecero che molti di essi saliti al potere hanno potuto sopraf­fare col numero quei generosi cittadini che, sinceramente amando la patria, avvertirono la nazione delle intenzioni e degli inganni dei nuovi demagoghi. - Il Clero (come era ben naturale) fu specialmente preso di mira dai radicali, e, pochi eccettuati, gli altri furono oggetto alle loro derisioni, ai loro sarcasmi. Fondarono un tribunale d'inquisizione, una corrispondenza attivissi­ma fu stabilita per segnalarne le azioni, non rispettarono né la persona, né la coscienza dei sacerdoti, accusarono, calunniarono; hanno insomma contro il Clero raccolto il maggior nerbo delle loro forze, perché, caduto questo santo ministero posto alla custodia della legge di Dio e della Chiesa, i loro tenta­tivi sarebbero riusciti più facilmente. Il Clero però, non curando i suoi ca­lunniatori, accrebbe la sua vigilanza, perché le popolazioni cristiane affida­te alla sua cura non cadesse in illusioni ed imparasse a conoscere per tempo le nuove dottrine e gli errori in fatto di religione che esse contenevano. il Clero stette sempre col Pontefice, Capo della Chiesa, e partecipò ai suoi pa­timenti e al suo esiglio [sic], siccome aveva esultato quando il popolo bene­diceva al di lui nome.

 

            È dover nostro, poiché tante calunnie contro il Clero si sparsero da giornalisti rivoluzionari di assumerne la difesa, e di far noti alcuni nomi, sebbene la modestia dei lodati ce lo proibisca. Il loro esempio sarà di con­forto al Clero perseguitato, perché segua a predicare Cristo ed il suo Vange­lo; sarà di rimprovero a quei pochi che disertarono la santa bandiera; sarà una risposta ai loro maligni detrattori, i quali impareranno a conoscere me­glio il sacerdote e la sua missione.

 

            Un dotto e pio collaboratore, nel N° 40 di questo giornale, ha già ri­chiamata l'attenzione del pubblico sull'Oratorio di S. Francesco di Sales, fondato in Torino dall'egregio sacerdote D. Bosco, che animato dalla più per­fetta carità dedicò tutto se stesso all'istruzione ed educazione dei poverel­li. L'utilità di quest'ottimo istituto non tardò a farsi conoscere, ed umili, savi, santi sacerdoti non mancarono di unirsi al fondatore per propagarne l'i­dea; fondarono nuove case, raccolsero attorno di sé i poveri fanciulli ed adulti, e preparano così alla società migliori uomini, sollevandola di molti altri che, incamminati per una via sinistra, davano poca speranza del loro av­venire.

 

            Santa missione! nell'esercizio della quale il sacerdote è coronato di tutto lo splendore del suo carattere, ed imita più dappresso il nostro Reden­tore, il quale dava loro quest'esempio, compiacendosi di stare in mezzo ai fanciulli, e si lagnava se qualcuno avesse cercato di allontanarli da lui.

 

            Sono cari a tutti i buoni per questo motivo i nomi del T. Vola, T. Bo­relli, T. Carpano e di D. Ponte, i quali circondati nei giorni festivi da più centinaia di questi ragazzi li educano religiosamente e civilmente in una pic­cola casa dell'istituto presso la villa reale del Valentino.

 

            Invitati a raccogliere nelle mani di quei buoni giovanetti le offerte che vollero spontanei tributare all'esule Pontefice, abbiamo provata la più soave delle commozioni, ed ammirato l'ordine, la docilità che osservano quei ragazzi nelle loro ricreazioni coi superiori. Gradita una tale offerta sarà per certo al beatissimo Padre, e la benedizione d crescano in virtù e sapien­za.

 

            Visitino questi luoghi i democratici, dove la pietà cristiana opera in­cessantemente la riforma della società, veggano questi sacerdoti che rinunzia­rono ad ogni lusinghiera speranza della vita, che tutto sacrificano per dare alla società migliori cittadini, ed imparino che non le ciance, ma le opere giovano; e, vedendo quanto paziente e difficile sia la missione dell'Educatore del popolo, sappiano profittarne.

 

 

7

LA SCUOLA DOMENICALE DI DON BOSCO

 

Corrispondenza - Cronichetta di Casimiro Danna

(Professore di Belle Lettere all'Università di Torino),

in “Giornale della Società d'istruzione e d'educazione”,

I (1849) vol. I, pp. 459-460.

 

            [...]

            Se non che mentre il Racheli lo spirito educativo diffonde sulle classi che possono inviare i loro figliuoli alla scuola, un altro non men generoso pensa ai figliuoli di quelle che o sono talmente misere che non possono, o talmente dall'ignoranza abbrutite che trascurano dare ogni barlume d'istruzio­ne, ogni sentimento alla loro prole che si trascina nel fango, 'ultimo anel della fatal catena'. Io voglio dire la scuola domenicale di D. Bosco, sacerdo­te che non posso nominare senza sentirmi compreso della più schietta e profon­da venerazione. Fuori di Porta Susa in quel gruppo di case, che tutti conosco­no sotto la comune denominazione di Valdocco egli stabilì un oratorio intito­lato di S. Francesco di Sales. Non a caso e non invano. Perché più che il ti­tolo, lo spirito di quell'apostolo ardente del diritto zelo che smisuratamente in cuore avvampa, trasfonde nel suo istituto quest'ottimo prete, il quale ha consacrato se stesso ad alleggerire i dolori del popolo misero, nobilitandolo ne' pensieri. E sarà lode assai il raccontar quel che fece, e fa tuttodì mo­strando come la religione nostra sia religione di civiltà.

            Egli raccoglie ne' giorni festivi, là in quel solitario recinto da 400 a 500 giovanetti sopra gli otto anni, per allontanarli da pericoli e divagamen­ti, e istruirli nelle massime della morale cristiana. E ciò trattenendoli in piacevoli ed oneste ricreazioni, dopo che hanno assistito ai riti ed agli esercizi di religiosa pietà, lui pontefice e ministro, maestro e predicatore, padre e fratello, colla più edificante santimonia compiti. Loro insegna inol­tre la Storia Sacra e l'ecclesiastica, il Catechismo, i principii d'aritmeti­ca: gli [sic] esercita nel sistema metrico decimale e, quei che non sanno, an­co nel leggere e scrivere. Tutto questo per l'educazione morale e civile. Ma non trasanda la fisica, lasciando che nel cortile posto a fianco dell'oratorio e chiuso d'ogni intorno, che [sic] negli esercizi ginnici, o trastullandosi colle stampelle o all'altalena, colle piastrelle o ai birilli crescano, raf­forzino la vigoria del corpo. L'esca con cui attrae quella numerosissima schiera oltre i premi di qualche pia immagine, oltre le lotterie, e talvolta qualche colazioncella, si è l'aspetto sempre sereno, e sempre vigile nel pro­pagare in quelle anime giovanette la luce della verità e del vicendevole amo­re. Pensando il male che evita, i vizi che previene, le virtù che semina, il bene che fruttifica, pare incredibile che l'opera sua potesse avere impedimen­ti e contrarietà. E per parte di chi? per parte di coloro ai quali molti di­fetti si possano perdonare, ma non l'ignoranza; che l'educare dovrebbero ripu­tare parte nobilissima del ministero evangelico; che dovrebbero anzi ringra­ziare Don Bosco. Perocché ben lungi di distogliere dalle pratiche di religione i giovanetti, è tutto volto ad istruire in essa coloro, che abbandonati dai genitori non andrebbero mai alla parrocchia, o andandovi potrebbero sfuggire all'influenza benefica de' catechizzanti. La povertà di moltissimi meschinetti fa comparire agli occhi del mondo le loro anime meno preziose, e talvolta al­cuni degli operai evangelici non si prendono così sollecito pensiero a colti­vare la pietà, massime nelle città popolatissime, quando si presenta sotto la­cere vesti. Perciò in queste alligna la mala semenza de' vizi, e mentre dai tribunali severe pene promulgansi contro i disordini infesti alla società, in­tanto dentro le proprie mura s'allevano i malfattori. Già da sette anni inco­minciato l'istituto di D. Bosco, con sapienza più che regale venne protetto da Carlo Alberto che bene ravvisò l'utile immenso che può recare alla pubblica moralità. E tanto va via crescendo l'affluenza de' giovani, che si dovette ri­partire in due. E un altro oratorio detto di S. Luigi, quindi s'aprì a Porta Nuova tra il viale de' Platani e quello del Valentino diretto dal sig. Teologo Carpano pio zelante e già degno collaboratore di lui che lodiamo. Una tuttavia è la vita, uno lo spirito, uno lo scopo de' due oratorii. Anche un terzo s'era già iniziato a Vanchiglia mercé le sollecite cure del Vicecurato dell'Annun­ziata D. Cocchis, ma, o quanto mi duole che per non so quali motivi sia cessa­to!

            Ma quello che dà massimamente a D. Bosco diritto alla gratitudine citta­dina si è l'ospizio, che là nella stessa casa dell'oratorio, dischiuse a' fan­ciulli più indigenti e cenciosi. Quando egli sa o incontra alcuno più dalla squallidezza immiserito, non lo perde più d'occhio, lo conduce a sua casa, lo ristora, lo sveste de' luridi, gl'indossa nuovi abiti, gli dà vitto mane e se­ra, finché trovatogli padrone e lavoro sa di procacciargli un onorato sosten­tamento per l'avvenire, e può accudirne con maggior sicurezza l'educazione della mente e del cuore. Alcuni sacerdoti concorrono ai molti dispendi che quest'opera inestimabile richiede. Ma la maggior parte la sostiene del suo que­sto verace ministro di Colui, che si disse mite e ricreatore degli spiriti travagliati. O l'esempio imitabile che ei porge agli altri come s'abbiano a usare le ricchezze! Non sempre giova abbandonare in un tratto ogni rendita di terreno, che può in mani provvide farsi strumento di carità generosa. La po­vertà sta nell'animo alieno così dalle ricchezze che non si posseggono, come da quelle che si hanno.

 

                        Mentre nella capitale si dà opera intensa all'istruzione educativa de' maschi non si dimentica quella delle femmine. Nel fascicolo 9°, pag. 242 già ebbi a riferire come, quando, e per beneficio di chi originò in Torino la scuola preparatoria per le maestre. [...]

 

  

 

8

DON BOSCO AL RE VITTORIO EMANUELE II

 

G. Bosco, Epistolario. Introduzione, testi critici e note a cura di F. Motto, I: (1835-1863)

 1 - 726, LAS, Roma 1991, p. 90.

 

 

[Torino, anter. 14 novembre 1849]

 

            S[acra] R[eal] M[aestà]

 

            Il Sac. Bosco Gio[vanni] dimorante in questa capitale espone umilmente a V. S. R. M. come egli nel desiderio di provvedere al bisogno dei giovani più abbandonati cominciò a radunarli ne' giorni festivi or in un luogo ora nell'altro della città, sempre coll'annuenza delle autorità civili ed eccle­siastiche. Benedicendo il Signore tale opera riuscì a stabilirvi in Valdocco tra porta Palazzo, e porta Susina un oratorio sotto il titolo di S. Fran[ces]co di Sales a cui intervenivano oltre cinquecento giovani, di cui gran parte uscì dalle carceri od era in pericolo di andarvi. Il luogo sopra indicato divenuto troppo ristretto per la grande accorrenza de' giovani nel 1847 fu aperto a porta nuova un altro oratorio sotto il titolo di S. Luigi tra il viale de' platani e quello del R. Valentino.

            I tempi presenti mostrando che la gioventù abbandonata trovasi in mag­gior bisogno di assistenza sia in fatto di educazione che in fatto di Religio­ne venne riaperto quello di Vanchiglia cominciato e già da un anno chiuso dal S. D. Cocchi Vicecurato della SS. Annunziata sotto il titolo dell'Angelo Cu­stode.

            In tutti questi tre luoghi col mezzo di prediche, catechismi e scuole s'inculca costantemente amore al lavoro, rispetto alle autorità, alle leggi secondo i principi di nostra Santa Cattolica Religione.

            Ci sono anche le scuole domenicali intorno al sistema metrico per chi può intervenire. Havvi pure un ospizio contenente venticinque letti per prov­vedere a' più urgenti bisogni di tali giovani. Il numero ordinario pe' giorni festivi tra tutti tre gli oratorj si avvicina al mille.

            Finora ogni cosa progredì con soccorso di alcune caritatevoli persone, e coll'aiuto di un buon numero di zelanti ecclesiastici ed anche secolari.

            Ora il ricorrente trovandosi alla direzione di questi tre Oratori aggra­vato dal fitto che tra tutti tre i locali monta a franchi due mila e quattro­cento, dalle spese di manutensione [sic] delle tre rispettive cappelle, in cui si compiono per li giorni festivi tutte le sacre funzioni; aggravato altresì dalle quotidiane spese che l'estrema miseria di parecchi figliuoli rendono in­dispensabili: malgrado tutti i suoi sforzi il ricorrente si trova nella dura posizione di non poter più continuare.

            Supplica pertanto V. S. R. M. a voler prendere in benigna considerazione un'opera che ha già procurato e si spera che vie più procuri il ben essere a tanti abbandonati individui, opera già più volte beneficata dall'Augusto suo Genitore, e concedere quel caritatevole sussidio che in simile caso alla pa­terna bontà sua sarà benviso.

            Che della grazia etc.

Il Supplicante

 

            Il supplicante abita in casa Pinardi vicino al Rifugio nello stesso lo­cale destinato per l'Oratorio di S. Francesco di Sales fra porta Susina e por­ta Palazzo sezione Valdocco.

 

 

 

9

L’ECONOMO GENERALE ABATE OTTAVIO MORENO

AL MINISTRO DEI CULTI DI GRAZIA E GIUSTIZIA

 

AST-Sezioni Riunite, Gran Cancelleria, m. 262, n. 4589[2].

 

 

Torino, il 6 dicembre 1849

 

            Ill.mo Sig.r Sig.r P.ron Col.mo

 

            Punto non dubito, che già sia noto a codesto Ministero il distintissimo ed attivo zelo con cui il Sacerdote Bosco Gioanni già da alcuni anni si adope­ra nell'istruire, e nel raccogliere giovanetti o abbandonati, o discoli, che vagando ora quà [sic] ora là per le contrade e i viali della Capitale fanno quella mostra di sé che tutti sanno, e lo sanno con vero raccapriccio, e con funeste previsioni, che mi sono corroborate da quanto veggo e provo di tali giovani, quando sono sgraziatamente arrestati e condotti nelle carceri.

            Tutto ciò che il Sig.r D. Bosco espone nella supplica favoritami da V. S. Ill.ma in comunicazione è di tutta verità. Sarebbe quindi a desiderare che il Governo s'occupasse sul serio della sorte attuale e futura di tali giova­netti: sarebbe questo un grande servizio reso non solamente alla Città di To­rino tanto disgraziata della loro maniera, ma a tanti padri e madri di Fami­glia, ed alla Società tutta del Piemonte; perché l'esempio della Capitale si diffonderebbe facilmente, e con efficacia nelle Provincie dove non mancano an­zi si moltiplicano i discoli giovani con vero tormento, e scandalo de' buoni.

            Il Sig.r D. Bosco fa tutto quello che può; ma un povero Sacerdote non ha mezzi sufficienti al più necessario dispendio, e confida nella Carità Cristia­na ed in quella altresì del Governo che pure è grandemente interessato a diri­gere, e ad assicurarsi della sufficiente docilità d'una classe che cresce a dismisura, vive senza tetto, senza istruzione, senza ritegno, lanciata alla seduzione di chi le offerisce il soldo, prezzo di schiamazzi, di urli, e che so io ben altro.

            Il Sig.r D. Bosco, per quanto mi diceva, desidera d'essere almeno ajuta­to nel pagamento del fitto de' locali, che occupa, e che ha destinati a racco­gliere e ad istruire, e ad isfamare talvolta anche un buon numero di tali gio­vani sfaccendati: il fitto che paga delle tre località monterebbe a lire due mila e quattrocento: più vi sarebbe la manutenzione delle tre Cappelle, che necessariamente debbono essere provvedute di vasi Sacri, di suppellettili, co­munque pochi, ma almeno decenti.

            Se non si ajuta il suddetto Sacerdote dichiara che non può più reggere a tanta spesa; e ben s'accorge che la Carità de' Benefattori si stanca: arrive­rebbe dunque come arrivò al benemerito Sacerdote Cocchis, che per mancanza di mezzi dovette abbandonare un'opera consimile alla quale attendeva con successo da alcuni anni, e dalla quale dovette cessare carico di debiti.

            Proporrei dunque che S. M. si degnasse accordare al Sacerdote Bosco, per questa volta, il sussidio di lire quattrocento intanto giova sperare che il Governo prenderà a cuore un oggetto la di cui gravità cresce ogni giorno, e che può avere tristissime conseguenze per l'avvenire.

            Ho l'onore di ritornare a V. S. Ill.ma la Supplica sud[dett]a riconfer­mandomi con sensi del più distinto rispetto.

            Della S. V. Ill.ma

Dev.mo Obb.mo Serv.re

Ab. Moreno

 

 

 

 

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IL TEOLOGO GASPARE SACCARELLI AL RE

VITTORIO EMANUELE II

 

AST Grande Cancelleria  m. 277   n. 4049.

 

 

 [Torino, anter. 8 novembre 1850]

S[acra] R[eal] M[aestà],

 

Il Teologo Gaspare Saccarelli cappellano di V[ostra] M[aestà] ha l'onore di esporre alla M[aestà] V[ostra], che da alcune pie persone e dallo stesso esponente venne concepito il pensiero di provvedere all'istruzione cristiana delle povere fanciulle del Borgo detto di S. Donato fuori la porta Susina, assai distante dalla parrocchia di Borgo di Dora.

Che a tal uopo venne preso in affitto in detto Borgo un adatto locale, dove nei giorni festivi, con assenso dell'autorità ecclesiastica, fino dalla metà dell'ora scorso aprile si adunano le fanciulle povere di quei contorni, e[:] 

1° si fa loro adempiere il precetto della santificazione della festa sia con la celebrazione dei divini misteri, sia con l'insegnamento del catechismo, e con altre pratiche di religione proprie di questa età.

2° da diverse caritatevoli signore s'insegna loro a leggere, scrivere e le prime nozioni dell'aritmetica.

3° nel rimanente della giornata si trattengono in oneste ricreazioni.

Le persone enunciate in principio, provvidero del proprio alle opere di primo stabilimento, e provvedono a quelle di ordinaria manutenzione, non senza confidare, che qualche mano più larga verrebbe in seguito a loro soccorso: e tosto rivolsero la loro mente ai fondi, che dall'Economato Regio Apostolico vengono bilanciati annualmente a benefizio del culto divino, persuase siccome sono, che un'impresa, la quale ha per oggetto il promuovere in una porzione considerevole della popolazione torinese la pietà, l'istruzione, ed il buon costume, non sia straniera all'impiego, che da codesta amministrazione suole farsi delle proprie rendite. | f. 1v |

Sperando quindi le persone medesime che il modesto loro instituto, il quale appunto ha per iscopo d'inserire per tempo nel cuore di oltre duecento fanciulle povere, per la maggior parte abbandonate quasi dai loro genitori, i sentimenti della pietà e del buon costume, non che i primi rudimenti dell'istruzione letteraria, troverà facile accoglienza presso la M[aestà] V[ostra], e in argomento dell'autorevole suo suffragio vorrà degnarsi di assegnargli un sussidio sopra la cassa del preaccennato Economato Regio Apostolico.

 

[Teologo Gaspare Saccarelli]

 

 

 

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DON BOSCO AGLI AMMINISTRATORI

DELL’“OPERA DELLA MENDICITÀ ISTRUITA”

 

G. Bosco, Epistolario. Introduzione, testi critici e note a cura di F. Motto, I: (1835-1863)

 1 - 726, LAS, Roma 1991, pp. 96-97.

 

 

[Torino], 20 febbraio 1850

 

Ill.mi Signori,

 

Il sacerdote Gioanni Bosco nel desiderio di procurare ai giovani più abbandonati tutti quei vantaggi civili, religiosi e morali che per lui fosse possibile, nel corso dell’anno 1841 cominciò a radunarne un dato numero in un luogo aderente alla chiesa di S. Francesco d’Assisi. Le circostanze del sito limitava[no] il numero ai settanta od agli ottanta.

L’anno 1844 l’esponente per motivo d’impiego essendosi trasferito alla pia opera del Rifugio continuò ad accogliere detti giovani a cui si unirono parecchi altri fino a trecento. Sprovveduti di locale opportuno l’adunanza facevasi ora in un sito ora in un altro di questa città sempre coll’annuenza delle autorità civili ed ecclesiastiche.

L’anno 1846 si poté avere in affitto un luogo dove si aprì l’Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco. Quivi l’accorrenza dei giovani divenne maggiore, talvolta si numeravano da sei a settecento giovani dai dodici ai venti anni di cui gran parte usciva dalle carceri od era in pericolo di andarvi.

Benedicendo il Signore tale opera, e divenuto troppo ristretto l’Oratorio anzidetto, sul finir del 1847 ne fu aperto un altro a Porta Nuova sotto il titolo di S. Luigi.

Il bisogno dei tempi persuadendo vie più la necessità di educazione e di assistenza per li giovani abbandonati, nell’ottobre del 1849 fu in Vanchiglia riaperto quello dell’Angelo Custode principiato e già da un anno chiuso dal zelantissimo S. D. Cocchi Vicecurato della SS. Annunziata. Il totale dei giovani di tutti e tre gli Oratori giugne sovente al mille.

Col mezzo di piacevole ricreazione allettata da alcuni divertimenti, con catechismi, istruzioni e canto parecchi divennero morigerati, amanti del lavoro e della Religione. Ci sono anche le scuole del canto tutte le sere, e le scuole domenicali per quelli che possono intervenire, e si diedero già alcuni pubblici saggi e dimostraronsi pienamente soddisfatte le persone che intervennero.

Havvi pure un ospizio per ricevere da venti a trenta individui e questo per li casi particolari di estremo bisogno in cui spesso taluno si trova.

Finora ogni cosa progredì coll’ajuto di alcune caritatevoli persone ecclesiastiche e secolari. I sacerdoti, che sono a ciò in modo particolare dedicati sono il S. T. Borrelli, T. Carpano, T. Vola, D. Ponte, D. Grassino, T. Murialdo, D. Giacomelli, T. Prof. Marengo.

Il sottoscritto trovandosi alla direzione di questi tre oratori, stanti le spese del fitto che tra tutti tre i locali monta a duemila e quattrocento franchi annui: attese altresì le spese di manutenzione delle tre rispettive cappelle in cui si compiono tutte le funzioni per li giorni festivi e le spese eziandio che il grave bisogno di alcuni giovani rende indispensabili, teme di non poter forse più continuare, per la troppa frequenza di dover far ricorso alle persone che finora tali opere beneficarono.

Ora il sottoscritto scorgendo l’origine, lo scopo e il fine di detti Oratorio essere i medesimi che quelli dell’opera della Mendicità Istruita, umilmente invita gli Ill.mi Signori dell’amministrazione a voler prendere in benigna considerazione il sovraesposto e considerando questi Oratori come un’appendice della Mendicità Istruita concedere quei caritatevoli sussidi che alla saviezza e bontà delle SS. LL. sarà giudicato benviso, perché possa continuare un’opera che ha già procurato e si spera vie più procuri il benessere spirituale ed anche temporale a molti abbandonati individui dell’umana società.

Sperando il favore etc.

D. Bosco Gio.

esponente

 

 

  

12

CIRCOLARE PER RACCOLTA DI OFFERTE

A FAVORE DELL'ORATORIO DELLA SACRA FAMIGLIA

 

AST Grande Cancelleria  m. 287/2  n. 1142.

 

 

INVITO

ALLE PERSONE BENEFICHE

a pro dell'Oratorio della Sacra Famiglia

aperto nel Borgo di San Donato fuori la Porta Susina

a benefizio

delle fanciulle povere ed abbandonate

 

 

Educare secondo le sante massime dell'Evangelio il figliuolo del povero, e indirizzarlo sur una via, in cui egli possa onoratamente con le sue fatiche o con la sua industria guadagnarsi il vitto e tornare a vantaggio vero della società, egli è questo il lodevole intento, a cui cospirano le idee, le sollecitudini e gli sforzi di tutti coloro, che sanno, come senza la religione e l'istruzione sia un'illusione sperare il pubblico bene e l'avanzamento sociale.

Ma, o sia per la popolazione ogni giorno crescente o sia per infinite e diverse individuali ragioni, non tutti i figliuoli del povero sono in condizione di poter giovarsi dei moltiplici stabilimenti diretti a quel santissimo scopo.

E perciò anche a malgrado di tante scuole, e diurne e serali aperte per cura del Consiglio Municipale e della benemerita opera della Mendicità istruita, non pochi ragazzi e fanciulle si veggono sbandeggiati lungo le vie, inchinevoli a qualunque disordine, e in una perfetta ignoranza delle cose di religione e di quelle elementari nozioni, che tanto sono proficue, se non indispensabili, in qualsiasi arte o mestiere, cui essi vengano ad applicarsi.

Una siffatta lacuna parve che in parte almeno sarebbesi ricolmata, raccogliendo nei giorni festivi in apposite Congregazioni, nelle quali e con gli esercizi di religione e con adatto insegnamento si fosse procurato di coltivare queste tenere e quasi selvaggie piante, che col tempo potrebbero divenire fruttuose. E per ciò che spetta ai maschi, già da alcuni anni con soddisfazione comune, zelanti sacerdoti apersero a tal fine tre Oratorii nei dintorni di questa Metropoli. | f. 1v |

Ma eguale, se non peggiore, era la condizione delle femmine, massime in quello fra i sobborghi, che è detto di san Donato, fuori la porta Susina, lontanissimo dalla Parrocchia di Borgo Dora.

Il sottoscritto pertanto, nell'intendimento di estendere anche alle femmine quel vantaggio che già arrecavasi ai maschi, col concorso di alcune benefiche e pie signore, prese in affitto nel mentovato sobborgo un competente locale, in cui con l'assenso dell'autorità Ecclesiastica, aperse un Oratorio con alcune camere attigue.

Quivi fino dalla metà dell'aprile scorso in tutti i giorni festivi si adunano le fanciulle povere sia della città, come di quei dintorni; ed esse vi compiono ai doveri di religione, assistendo ai divini Misteri ed alla istruzione religiosa; quindi fra l'una e l'altra funzione, ripartite in classi, e per cura di varie caritatevoli signore, apprendono a leggere e scrivere, non che l'aritmetica ed il canto, e quelle altre nozioni proprie della loro età e della loro condizione; finalmente impiegano il tempo, che avanza, in oneste ricreazioni.

La moltitudine delle accorrenti fanciulle dimostra con tutta evidenza quanto urgente fosse il bisogno di provvedervi, ma rende insieme ancor manifesta la necessità di un più ampio locale. Questo locale, con tutti gli elementi che si richieggono, onde possa servire di Oratorio e di Scuola, trattandosi massime di fanciulle, nel sobborgo non si trova; onde è inevitabile il fabbricarlo.

La spesa, sia per l'acquisto del terreno, sia per la costruzione del modesto edificio, dovrebbe sgomentare dall'intrapresa, se non si avesse fiducia nella Provvidenza la quale a' dì nostri ha fatti e fa continuamente miracoli. E perciò chi scrive coteste linee, confida che tutti coloro, che hanno a cuore l'educazione cristiana e civile delle figlie del povero, rendendo omaggio alla Provvidenza, non saranno ritrosi a concorrere alla stabile esistenza d'un istituto, che ha per oggetto di togliere dai pericoli e di incamminare sul buon sentiero forse trecento figliuole, inserendo per tempo nella loro anima e nel loro spirito quelle sane massime, quella istruzione, e quell'inclinazione al lavoro, mercé di cui possano divenire non più d'ingombro e di danno, ma di vantaggio a questa nostra carissima Patria.

Torino, 1° marzo 1851.

 

Teologo  Gaspare  Saccarelli

Cappellano di S. M.

 

La signora Contessa di Santarosa-Santorre si compiacque di accettare l'incarico di raccogliere le obblazioni [sic] che vorranno farsi a quest'oggetto. Si spera, quando si ottengano dalla Provvidenza bastanti mezzi, di poter aprire quivi annesso all'Oratorio un Albergo di Virtù a pro delle giovani povere ed abbandonate, il quale abbia per iscopo di somministrar loro per tutto quel tempo, in cui ne avranno più urgente bisogno, alloggio, vitto, vestito, cristiana educazione, e l'insegnamento di quell'arte, o lavoro, a cui secondo la loro capacità si vedranno maggiormente inclinate.

 

 

 

 

13

RELAZIONE DELL’ECONOMO GENERALE

A FAVORE DI DON COCCHI, DON BOSCO

E TEOL. SACCARELLI

 

AST Grande Cancelleria   m. 287/2   n. 1142.

 

 

Torino, il 24 settembre 1851

 

[Ill.mo Sig. Ministro],

 

Quattro sono le suppliche, sulle quali l'Economo Generale ha l'onore di spiegare il Sig. Ministro per gli affari ecclesiastici il suo sentimento a norma del favoritogli eccitamento.

Tre sono presentate da zelantissimi sacerdoti, che con istraordinaria carità si occupano del ricovero, dell'istruzione, e dell'educazione di povere fanciulle, e di poveri ragazzi, e giovanetti, che abbandonati per le vie, e per le piazze, alla dissipazione senza ritegno alcuno si gettano in ogni maniera di vizio, e di turpitudini: a sostenere un tanto zelo non bastano certamente | f. 1v | i sussidi, che può fornire la cassa dell'Economato; ma importa che il governo stesso se ne occupi, e lo assista, lo promuova coi mezzi, che più estesi gli stanno tra le mani, e di cui può disporre.

Si tratta di una generazione che cresce, e cresce nel vizio; d'una generazione, che già numerosa sorge, e si aggira sbandata ed insolente, facile ad ogni seduzione, pronta ad ogni prestigio, e ad ogni clamore il più malaugurato: s'imprigionano que’ poveri giovani... ma a che monta quella prigionia? A che giova? Lo scrivente, che per tanti anni s'aggirò nelle prigioni può saperne qualche cosa.

Due sacerdoti sorgevano a raccogliere dapprima que' ragazzi, che affatto abbandonati si trovavano dormienti sotto i portici, lungo le allee, o su qualche porta: alcuni erano ritrosi alla voce, che chiamavali ad aver ricovero e pane; altri seguitavano la mano, che benefica conducevali sotto un tetto: da qui cominciò la bella e veramente sacerdotale opera de' due sacerdoti Cocchis, e Bosco, che mi gode l'animo nel nominare, comunque parlino per essi i ricorsi favoriti in comunicazione.

Il sacerdote Cocchis si restrinse in una sfera più circoscritta, e la coltiva con tutto zelo, con tutta carità, e con lieto successo; epperò non dubita l'Economo Generale | f. 2r | di proporre a sfogo del memoriale da esso lui presentato la rinnovazione del sussidio di L. 800.

Il sacerdote Gioanni Bosco si slanciò in più vasto campo, e si pose alla testa di tre riunioni di giovanetti, collocandole sotto il vessillo della religione, chiamandole, come già S. Filippo Neri, Oratori; la principale di tali riunioni è quella, ch'egli sostiene nella regione di Valdocco presso questa capitale sotto il titolo di S. Francesco di Sales: non è a dire di quanta utilità riesca una tale riunione, che si rende in ogni domenica e giorno festivo sempre più numerosa ed esemplare, sino all'edificazione.

Sempre vi presiede il buon sacerdote Bosco assistito da alcuni suoi amici e confidenti sacerdoti, che con tutto l'impegno ne secondano lo zelo e la carità: tra la settimana ritiene egli presso di sé que’ giovani, che più si mostrano bisognosi d'istruzione religiosa, cominciando dai primi elementi del catechismo: ma a questa prima istruzione aggiunge altri elementi, come quelli della calligrafia, dell'aritmetica, etc. a intendimento di collocarli poi presso qualche artiere o bottegaio per apprendervi un mestiere.

Arriva la domenica, od il giorno festivo: allora que’ giovani, che egli collocò in una qualche bottega od officina tutti accorrono con brio ed impazienza all'Oratorio di S. Francesco di Sales, e là si stringono attorno all'amorevole D. | f. 2v | Bosco, verso cui si mostrano pieno l'animo di riconoscenza, e di affetto. Là dopo la religiosa istruzione, ed il cantico delle divine laudi, si passa al divertimento della ginnastica, delle boccie, della giostra (sebbene informe), ad un simulacro di militari evoluzioni, ed a ben altri trastulli, che trattengono l'ilarità, la buona armonia, ed il buon costume; perché mai non si ode parola villana o sconcia; mai un alterco; mai un insolente e sfacciato schiamazzo: tutto è regolato dalla presenza, dal rispetto, e dall'amore che ispira il benefico sacerdote, che nella sua propria ristrettezza, non esita a dare un pane a chi mostra d'averne bisogno, od anche un bicchiere di vino adacquato a chi tra l'agitazione dello trastullo prova la sete: tutto ciò scrive l'Economo Generale perché ne fu testimonio oculare, ed ammiratore, e presago del grandissimo bene, che debbe sorgere dall'instituzione di tali Oratori, quando siano dal governo sostenuti, incoraggiti e protetti.

Animato dal successo, che così lieto si mostra il sacerdote Bosco tutto è nel desiderio di formare nel locale destinato all'Oratorio di S. Francesco di Sales una chiesa, che sia capace di contenere un buon numero di giovani che vi accorrono: dicesi chiesa, perché il luogo dove ora si compiono le sacre funzioni non è una chiesa, ma una camera oblunga, dove tra l'alito e il calore mal si può durare e reggere. Il desiderio del Sig. D. Bosco fu secondato dalla buona ed efficace volontà di pie e benefiche | f. 3r | persone, e sino dal capo-mastro, a cui è affidata l'impresa della fabbricazione.

Il calcolo della spesa occorrente ascenderebbe a lire 25 m[ila], le fondamenta che ne sono gettate, e ne proseguono i lavori; se non che manca ora il danaro, e malgrado la buona volontà del capo-mastro impresario si troverebbe costretto di sospendere l'incominciata costruzione con grande rammarico dell'attivo, e nella sua carità impaziente D. Bosco.

Confida egli nella beneficenza di S[ua] M[aestà] per mezzo della cassa economale, ma non ignora le ristrettezze di questa cassa, ed i pesi molteplici, che la gravano, quindi non potrà a meno di starsene contento a quel sussidio, che sarà possibile.

Non dissimula lo scrivente, che gli sta così fitto in pensiero l'utilità di tale istituzione, che quando la cassa dell'Economato fosse in grado di sopportare tutta la spesa della divisata fabbricazione non esiterebbe a proporla alla beneficenza di S[ua] M[aestà]: mentre la generazione adulta vuol essere contenuta importa ai governi che la generazione che cresce sia istruita, educata alla religione ed alla moralità: il buono o tristo avvenire della società sta tutto nella sanzione, e nell'eseguimento pratico di questo principio: così la pensa chi scrive.

Sia dunque l'ottimo sacerdote D. Bosco sostenuto ed incoraggito nel religioso, ed eminentemente socievole suo divisamento, sperando che benefiche persone vorranno continuare ad assistere la | f. 3v | bella impresa, e sperando sopra ogni altra cosa che il governo penetrato anch'esso dall'importanza di sostenerne l'alto ed illuminato principio, l'Economo Generale proporrebbe il sussidio di lire dieci mila da erogarsi ripartitamente, cioè L. 3 m[ila] subito, e la rimanente somma negli anni successivi in quei mesi ed in quel tempo, che questa cassa potrà ripartitamente compiere al contratto impegno.

 

Sull'esempio dei sacerdoti Bosco e Cocchis il Sig. teol. Saccarelli cappellano di S[ua] M[aestà] si accinse alla riunione di povere fanciulle in una casa, che egli tolse col proprio danaro a pigione nel Borgo di S. Donato (possibile che non si pensi a fabbricare una chiesa parrocchiale in un Borgo, che contando una popolazione di oltre venti mila anime si trova affatto senza chiesa[?]), e che sin qui sostenne con oblazioni anche di pie persone, ma principalmente colla propria borsa.

Accrescendosi il numero delle fanciulle, che accorrono all'istruzione ed alla educazione, che viene loro aperta, divisò il benemerito teol. Saccarelli di far edificare una piccola chiesa, la quale non tanto serva all'adempimento dei religiosi doveri di dette fanciulle, quanto ad agevolare agli abitanti di quel borgo il mezzo di sentire una messa nei giorni festivi.

Dal tenore medesimo del dispaccio del Sig. Ministro degli affari ecclesiastici comprende lo scrivente come egli stesso | f. 4r | sia penetrato dell'importanza e dell'utilità d'un tale stabilimento quando arrivi realmente a costituirsi. Sarebbe stato opportuno che il Sig. teol. Saccarelli avesse accennato alla spesa che occorrerebbe per la divisata costruzione: comunque sia, egli è noto che già i lavori ne sono cominciati, e che non possono progredire per mancanza di mezzi.

A sostenere, ed incoraggire lo smarrito benefico institutore l'Economo Generale proporrebbe il sussidio di lire due mila cinquecento, sperando che il Sig. teol. potrà successivamente dare maggiori lumi, e che altre pie persone vorranno anche coadiuvarlo nella bella impresa.

 

Viene per ultimo il memoriale presentato dal Sig. conte Ceppi nella sua qualità di presidente della commissione instituita dal Consiglio Delegato di cotesta città per promuovere li vari interessi degli abitanti del Borgo Stura.

[...]

Ha voluto l'Economo Generale riunire in una sola corrispondenza tutte queste proposizioni, perché tutte le domande riguardano ad oggetti, che interessano la popolazione di Torino, epperò tutte potevano esser oggetto dell'attenzione del governo, e delle di lui premure.

Sottopone l'Economo Generale all'avvedutezza del Sig. Ministro per gli affari ecclesiastici queste proposizioni, ed ha l'onore di restituire i relativi ricorsi.

L'Economo Generale

Ab[ate] Moreno

 

 

14

INSTITUTO BOSCO

 

Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna a cura di Goffredo Casalis, vol. XXI, Torino 1851, pp. 714-718.

 

 

            Fin dall'anno 1843 il sacerdote Giovanni Bosco di Castelnuovo d'Asti, ecclesiastico zelantissimo, vedendo come numerosi giovani si trovassero in questa capitale, o non ben diretti dai loro genitori, o lontani, o privi dei medesimi, i quali malamente consumavano nell'ozio, nel giuoco, e nel vizio i giorni di festa destinati al riposo, alla coltura dello spirito e del cuore, tentò un mezzo di giovare alla classe più povera del popolo in allora quasi affatto dimenticata, usufruttuando questo tempo. La base di ogni incivilimen­to, dovendo essere la pratica di quella morale compendiata nel piccolo cate­chismo della diocesi, e male gravissimo provenendo dall'ignoranza delle immu­tabili verità in esso contenute, il Bosco si propose di radunare nei giorni festivi un certo numero di giovanetti per istruirli nel doveri essenziali di religione. Riuscì egli pienamente nel suo intento, e da quattro ai cinque gio­vani che cominciò a radunare in ogni giorno festivo, pervenne a contarne in breve tempo sino a sessanta.

 

            Il primitivo luogo scelto per tali radunanze essendo divenuto angusto e soggetto a disturbi, il corpo decurionale della città di Torino non ebbe dif­ficoltà di cedere per tal uso la cappella di s. Martino presso i molini della stessa città. Ivi dopo aver catechizzati i giovani, D. Bosco loro procurava qualche onesta ricreazione, conducendoli per lo più al passeggio per remote strade, onde avessero campo a procacciarsi gli innocenti sollievi opportuni per la loro tenera età dagli otto ai quindici anni. Abbandonata poscia questa cappella si appigionò al medesimo scopo una più comoda casa, e quindi si formò in una casa appartenente alla marchesa Falletti di Barolo una cappelletta, la quale non servì che per breve tempo, a motivo della moltitudine di giovani che vi accorrevano, onde se ne dovette procurare una di maggior capacità. In occa­sione dell'apertura di questa cappella, dedicata a s. Francesco di Sales, si unì a cooperatore dell'ottima impresa di D. Bosco, il teologo Giovanni Borel­li, cappellano emerito di S. M., il quale aveva già grandemente cooperato all'apertura del primo oratorio in Valdocco.

 

            Ivi sin dal 1846 si radunarono nei giorni festivi dai trecento ai quat­trocento giovanetti, ma questo numero di ragazzi rendendo impossibile a quei due confondatori di tale utilissimo instituto lo attendere alle funzioni di chiesa, lo assistere i giovani nel tempo della ricreazione, ed il procurare lavoro a quelli che ne erano privi, essi invitarono il teologo Vola, il teolo­go Carpano, ed il sacerdote Trivero a servir loro di coadiutori nella santa impresa, e questi zelanti ecclesiastici accondiscesero volonterosi all'invito, dedicandosi con ogni possa al felice progresso di quest'opera. Questi per lo spazio di quattro mesi, di accordo col teologo Borelli, supplirono in tutto l'assente fondatore dell'instituto, e ne promossero l'ampia attuazione in mo­do, che ben presto si guadagnarono la stima ed affezione di tutti i giovani; stima ed affezione che dovettero procurarsi, come il fondatore, a prezzo di pazienza grandissima, e di innumerevoli sacrifizii, imperciocchè nei suoi pri­mordii questa instituzione era assai più povera di quel che lo sia al presen­te, ed avevano a fare con giovani scapestrati e privi di ogni educazione, mol­ti dei quali le tante volte non avevano un pezzo di pane per isfamarsi, ed all'estremo cenciosi e sucidi, ed oltre a ciò loro toccava, come addiviene a tutti coloro che vogliono fare il bene, di sopportare non poche, e non piccole contraddizioni.

 

            Al suo ritorno D. Bosco trovò maggior decoro nella cappella, e rivide uno stuolo di nuovi ragazzi che per la prima volta salutarono il loro benefat­tore. Le cose erano assai bene incamminate, ma i mezzi di sussistenza erano scarsi quanto mai; l'institutore era sprovvisto di impiego, epperciò in istato di impossibilità a far fronte alle spese che erano necessarie sia pel proprio mantenimento, che per la manutenzione dell'oratorio, onde scoraggiato stava già per desistere da quest'opera. Se non che il teologo Borelli animato da vi­va fiducia nell'assistenza di Dio, non poteva tollerare che la città di Torino perdesse un istituto, dalla continuazione del quale sarebbero tornati immensi vantaggi alla società: egli adunque unitosi ala sacerdote Cafassi di Castelnuo­vo di Asti, erede universale del cospicuo patrimonio del teologo Guala, e suo successore nella direzione del convitto ecclesiastico di s. Francesco d'Assi­si, si obbligarono entrambi a passare una notevole somma annuale a D. Bosco perché si occupasse esclusivamente di quest'opera.

 

            Questo utilissimo stabilimento adunque, senza far torto al suo iniziato­re, deve grandemente la sua sussistenza al zelantissimo teologo Borelli: fu egli che vi chiamò a cooperarvi i sovralodati sacerdoti, che tiene la contabi­lità delle spese, che nei giorni festivi passa sovente da un oratorio all'al­tro a predicarvi la parola di Dio con ardore, e con ammirabil efficacia. Il modo che si adopera per allettare i giovani a profittare di questo benefico istituto è semplicissimo: quei sacerdoti recansi nei luoghi ove ve n'è maggior numero ad oziare od a giuocare, e con maniere cortesi li invitano a venir se­co, promettendo ai più restii un qualche premio se si renderanno docili: tanta è la carità con cui essi adempiono a tale uffizio che ben di rado tornano vane le loro esortazioni.

 

La eccessiva distanza di quell'oratorio dal centro delle abitazioni, fa­ceva sì che non vi potesse intervenire una gran parte di giovani che ne aveva desiderio, onde si pensò ad aprire un altro oratorio a Porta Nuova, il che si fece addì 8 dicembre 1847, dedicandolo a s. Luigi Gonzaga. Un rilevantissimo numero di giovani vi accorse tosto di buon animo, e la direzione dei medesimi venne affidata al teol. Carpano e al sac. Trivero, i quali con affettuosa sol­lecitudine procurarono di provvedere ogni cosa necessaria al decoro della cap­pella, e di acquistarsi l'amore dei giovani, nelle quali cose riuscirono così bene che in breve tempo questo divenne emolo del primo oratorio. Ivi dopo le religiose funzioni si fa una scuola ai giovani, ove nel modo più semplice si insegna loro a leggere e scrivere, l'aritmetica, il canto gregoriano, e la mu­sica: evvi [sic] pure un annesso cortile ove si fanno loro eseguire esercizi milita­ri e ginnastici, e trovansi eziandio provveduti di tutti quei leciti giuochi che loro tornano maggiormente a grado.

            Nel 1849 il teol. Carpano fu costretto, con grande suo rincrescimento, ad abbandonare quest'opera ch'egli aveva veduto nascere, ed ampliarsi grandemente sotto la prima sua direzione. A lui succedette in quest'uffizio l'ottimo sa­cerdote Pietro Ponte di Pancalieri, che ancor di presente governa questo ora­torio, coadiuvato in ciò dall'abate Carlo Morozzo, dal sacerdote Ignazio De­monte, dall'avvocato Bellingeri, dal teologo Rossi e dall'avvocato D. Berardi. Non molto dopo venne riaperto in Vanchiglia l'oratorio sotto il titolo dell'Angelo custode, già eretto dal sacerdote Cocchi, e vennero destinati alla direzione del medesimo i teologi Carpano e Vola, a cui succedette il sacerdote Grassino che con tutto il zelo possibile ne promuove l'incremento.

 

            I vantaggi che ricavano i giovani che frequentano questi oratorii sono il dirozzamento dei costumi, e la coltura dell'intelletto, e del cuore, così che in poco tempo acquistano un trattare affettuoso e civile, e divengono af­fezionati al lavoro, buoni cristiani, ed ottimi cittadini. Questi frutti, che ricavansi copiosi, varrano al certo a muovere il governo a prendere in consi­derazione un'opera che riesce di giovamento grandissimo alla classe più povera del popolo, usufruttuando il zelo che anima i molti sacerdoti dedicatisi a questo genere di beneficenza, con cui si possono togliere dall'ozio, e rendere utili alla patria, ed alla società molti giovani, i quali senza le cure che lo­ro si prodigano farebbero senza dubbio la mala fine. Non vogliamo qui tacere che il benemerito teologo Carpano ha concepito l'idea di aprire uno stabili­mento per ricoverare coloro fra gli operai che, usciti di fresco da qualche ospedale, non trovano tosto lavoro, o sono ancora incapaci di esso per la non ancor ferma salute e non tarderà a porre in esecuzione il suo felice concepi­mento se non gli mancheranno quegli appoggi in cui fermamente confida.

 

            Qualcuno forse dirà esser noi troppo minuti nel parlare di questi insti­tuti, ma formerannosi ben altro giudizio coloro che sanno come la pubblica ri­conoscenza essendo l'unico premio che ricevano delle loro continue e gravi fa­tiche i benemeriti personaggi che spendono la loro vita a pro di questi giova­ni, sarebbe ingiusto il negar loro questo tributo di gratitudine a cui hanno un ben meritato diritto.

 

15

L'ORATORIO DI S. FRANCESCO DI SALES

 

G. B. Lemoyne, Biografia del giovane Mazzarello Giuseppe..., Torino 1870, pp. 78-91

 

 

            Prima che io racconti l'entrata del nostro Giuseppe nell'Oratorio di s. Francesco di Sales non sarà discaro al lettore che dia un piccolo cenno della storia di questa casa della quale forse avrà già udito a parlare.

 

            Fin dall'anno 1841 il Sacerdote Bosco Giovanni, vedendo come la gioventù specialmente operaia abbisognasse di essere avviata all'adempimento dei doveri del Cristiano ed allontanata dai peri­coli che suole incontrare nei giorni di festa, aveva concepito un vivissimo desiderio di consecrar tutta la sua vita al bene dei giovanetti, fondando oratorii festivi nei centri più popolati della città di Torino. L'esempio di s. Filippo Neri in Roma lo incoraggiava e spronava alla grande impresa. Senza alcun mezzo umano, fidando solamente nella Divina Provvidenza, e per consi­glio del celebre D. Cafasso si accinse all'opera. Il mattino di una domenica uscì per la città ed incontrati alcuni giovanetti che giuocavano li invitò a seguirlo, ed allettatili coi regalucci e colle belle maniere fece promettere loro che la domenica se­guente sarebbero venuti a trovarlo in casa. Prometteva un piccolo premio a chi di loro avesse condotto altri compagni. Raccoltone così un certo numero, pensò al locale per istruirli e ricrearli. Ma sul bel principio incominciarono le difficoltà. Ricoveratisi al Rifugio, in via Cottolengo, una stanza serviva di cappella e la strada pubblica di luogo di ricreazione. Ma essendo sconve­niente quel posto, fissò il luogo di ricreazione dei giovani presso i molini della città. Di qui cacciati, tentò radunarli nella chiesuola di s. Pietro in vincoli, ma alcuni vicini non vo­lendo sopportare i clamori dei giovani, dopo alcune settimane ob­bligarono D. Bosco a ritirarsi di là. Il paziente sacerdote non si perdette d'animo e pensando che “Domini est terra et plenitudo eius” prese a pigione un prato in Valdocco, dove oggidì appunto avvi una fonderia di ghisa presso la casa detta l'Oratorio di s. Francesco di Sales. Qui all'aria aperta si radunavano circa 500 giovanetti, qui si ricreavano con ogni sorta di giuochi, qui si confessavano al direttore, il quale li ascoltava seduto sopra una riva nell'angolo del prato, qui recitavano una parte delle loro preghiere, qui si faceva loro la spiegazione del catechismo, e simili. Ad una cert'ora poi il suono d'una tromba li radunava e quindi si incamminavano ordinatamente verso la chiesa indicata. Per via un dei più grandicelli incominciava la preghiera del ro­sario a cui tutti gli altri rispondevano. Era meta di questo pio pellegrinaggio ora il monte dei Cappuccini, ora la Madonna di Campagna, Stupinigi, Sassi, Soperga ed altri luoghi circonvicini. Ascoltata la santa Messa, fatta da alcuni la santa Comunione, do­po un breve sermone si distribuiva a tutti pane e frutta per co­lazione, e quindi ognuno se n'andava pe' fatti suoi. Il dopo pranzo si radunavano di bel nuovo nel parto di Valdocco e la ri­creazione terminava col cader della notte. Ma neanche in questo prato D. Bosco fu lasciato tranquillo.

 

            Una domenica il padrone venne a congedarlo pel futile motivo che i gio­vani calpestando il terreno toglievano perfino le radici dell'erba, risoluto a perdere il fitto purché andasse via. Dove andare? che fare? Mentre il sacerdo­te Bosco stava in un angolo tutto pensoso, una persona avvicinatasi a lui gli domandò se desiderasse prendere in affitto una casa per aprire un Oratorio... D. Bosco meravigliato acconsentì e subito andò a visitarlo. Trovò un miserabi­le abituro composto di due camerette ed una tettoia assai lunga per uso di ri­messa. Il contratto fu subito accettato ed ebbe stabile dimora l'Oratorio di s. Francesco di Sales ove trovasi oggidì. Era l'anno 1845. La rimessa fu subi­to accomodata ad uso di cappella. Fu d'uopo abbassare il pavimento di due gra­dini affinché un uomo entrando non urtasse nel soffitto. In questo sito si fa­cevano le funzioni religiose. In un angolo di essa era la cattedra sopra cui però non tutti potevano stare per predicare. Era per altro molto adattata all'infaticabile Teologo Giovanni Borelli, che, essendo di assai bassa statura vi si accomodava a maraviglia, e faceva ogni sera dei giorni festivi una pre­dica con molto zelo e con molta soddisfazione dei giovanetti, che numerosi in­tervenivano ad ascoltarlo. In quell'anno Monsignor Franzoni Arcivescovo di To­rino, amantissimo protettore di quest'Oratorio, e che lo riguardava come luogo di benedizione, venne ad amministrare il sacramento della Cresima in questa chiesuola. La funzione era incominciata: quando il vescovo salì sull'altare, e dovendo secondo il rito mettersi la mitra, ne fu impedito perché urtava nella volta della chiesa.

 

            Le due stanzette alle quali salivasi per una scala così stretta che bi­sognava andar quasi di fianco, furono destinate per abitazione di D. Bosco e della pia sua madre Margherita, la quale appena seppe le angustie e i lavori del figlio corse per aiutarlo nella sant'opera.

 

            I giovani che santificavano la domenica all'Oratorio erano circa 600, e D. Bosco procurava ogni allettamento perché si innamorassero del servizio di Dio. Quindi moltissime volte dopo il mezzodì li conduceva a far belle passeg­giate fuori di Torino, prendendo seco due o tre somarelli carichi di varie specie di commestibili. Seguiva la musica istrumentale, che allora consisteva in un violino, in una chitarra, in una tromba con un tamburino. I giovani non erano schierati, ma raccolti intorno al Direttore, che li ricreava raccontando qualche interessante storiella. Quando esso era stanco di parlare, ripigliava la musica ora vocale ora istrumentale. Giunti al paese od al santuario fissa­to, una stupenda merenda li ristorava dalla fatica del viaggio, e dopo breve riposo andavano in chiesa, dove prendevano parte ai vespri, alla predica ed alla benedizione. All'avvicinarsi della notte si raccoglievano tutti intorno a D. Bosco e qui cominciava il solito canto e suono per tutto il cammino fino a Torino. Alcune volte la comitiva si fermava, e preso il buon prete, che voleva pur dire non facessero, lo sollevava in alto, e a volere o non volere lo por­tavano in trionfo, come gli antichi Romani portavano sugli scudi i loro impe­ratori. Entrando poi in città si faceva silenzio e ognuno si metteva schiera­to, e di mano in mano che giungea al sito più vicino al proprio domicilio, ciascuno si separava dalle file, e si recava a casa sua. In quella guisa quan­do D. Bosco arrivava all'Oratorio, avea appena seco alcuni giovani che gli fa­cevano compagnia. A gloria di queste camminate si vuol notare che con tanti giovanetti non legati da alcuna disciplina non avveniva il minimo disordine. Non una rissa, non un lamento, non il furto di un frutto, quantunque il numero fosse stragrande.

 

            Ma non è da farsene stupore. Questi giovani amavan D. Bosco con quell'a­more col quale i giovani si affezionano a chi loro vuol bene. Allorché nei giorni feriali usciva per le vie della città, si vedea ad ogni passo sulle porte delle officine giovanetti i quali correvano intorno a lui per dargli il buon giorno. Guai a chi avesse fatto il minimo segno di disprezzo al loro pre­te; guai a chi si fosse permesso di parlare meno bene di lui. Se qualche gio­vane dell'Oratorio fosse invitato al male, bastava il pensiero del disgusto che ne avrebbe provato D. Bosco per ritrarlo dal cattivo passo. Sembra incre­dibile, ma pure è così. Un suo desiderio era per essi un comando.

 

            Questi fatti ebbero luogo fino all'anno 1847. In quell'anno crescendo il numero dei giovani e così divenuta ristretta la cappella, si aprì in altro luogo della città, viale dei Platani a Porta Nuova un secondo Oratorio sotto il titolo di s. Luigi Gonzaga col medesimo scopo dell'antecedente. Divenuti insufficienti questi due locali l'anno 1849 se ne aprì un terzo sotto il tito­lo dell'Angelo custode in Vanchiglia, altro quartiere di questa città. Il Su­periore ecclesiastico con tratto di grande bontà di moto proprio approvò il regolamento di questi Oratorii e ne costituì Direttore capo D. Bosco, conce­dendogli tutte quelle facoltà che potessero tornare necessarie ed opportune a questo scopo. Intanto non pochi giovani già alquanto avanzati in età non pote­vano essere istruiti perché di giorno dovevano trovarsi nei laboratori, furono quindi aperte scuole serali; e in Piemonte fu D. Bosco fra i primi a dare principio ad una così utile istituzione.

 

            Ma un nuovo bisogno si faceva sentire. Molti giovani totalmente poveri, od orfani mancavano d'alloggio e di vitto, D. Bosco pensò di ritirarli nella casa di Valdocco  e fatta accomodare l'unica soffitta diede principio al col­legio. Durante il giorno i giovani andavano alle officine, e alla sera avevano una refezione, e dormivano nell'Oratorio. In poco tempo crebbe a circa 60 il numero dei ricoverati, e coll'aiuto di persone caritatevoli s'incominciò a fabbricare. A poco a poco manifestandosi in alcuni di essi germi di speciale bontà ed ingegno, si pensò di incamminarli nella carriera degli studi. D. Bo­sco era solo, non aveva collaboratori, ma non si sgomentò. Esso faceva tutto; il direttore, professore, maestro di musica, predicatore, assistente, cuoco. Che giorni felici eran quelli, mi diceva uno degli antichi giovani della casa. Alla sera tornando noi studenti dalle scuole di D. Picco, e di Bonzanino, e gli artigiani dalle officine, ci portavamo in cucina colla nostra scodella in mano aspettando che D. Bosco, col suo grembiale e col mestolo in mano ci ver­sasse la minestra. Avutala, siccome non vi era refettorio, andavamo a sederci sui muricci e sulle zolle del prato e mangiavamo col miglior appetito del mon­do. Quindi ci radunavamo intorno al buon padre, il quale mentre cenava c'inse­gnava il canto, e riuscimmo a musicare. nelle feste principali cantavamo le messe ed i vespri nella nostra cappella, e molte volte anche nelle chiese di Torino. Erano per noi giorni di trionfo, perché fummo i primi fanciulli che cantassero sulle orchestre; cosa che per l'avanti non si era veduta.

 

            Nulla mancava a noi figliuoli della Provvidenza. La signora Gastaldi, madre del Rev.mo Vescovo di Saluzzo, ci usava ogni più tenera cura. Al sabato sera poneva sul letto di ciascheduno di noi la camicia ed i fazzoletti, ed ogni mese le lenzuola, che essa stessa aveva fatto lavare, ed alla domenica veniva a verificare se avessimo deposte le vesti sudicie. Quindi passava in rivista le nostre mani per vedere se ci eravamo lavati, e visitava ad uno per turno tutti i letti; se non erano fatti bene, o se i nostri vestiti erano tra­scurati, una sgridatina non mancava. Torna va poi alla sua abitazione, facen­dosi portare dietro la roba sdruscita e vecchia per farla cucire o sostituire con della nuova.

 

            Intanto la casa che prima era solo in affitto potè essere comprata col­l'aiuto di persone benefattrici, e poscia si incominciò a fabbricare; le scuo­le e i laboratori furono costrutti, ed i giovani non dovettero più andare fuo­ri di casa per imparare il mestiere. Altri preti e chierici la maggior parte educati nella casa si associarono a D. Bosco nella caritatevole missione, e così anche le classi ginnasiali poterono compiersi nell'oratorio. Ma i giovani ricoverati essendo già circa 500, l'antica cappella non poteva più servire, e perciò l'anno 1851 fu posta la pietra fondamentale di una chiesuola capace di circa mille persone. Ma crescendo sempre i fabbricati e il numero dei giovani essendo già di 800, anche la nuova chiesa non era più sufficiente e si doveva­no escludere dalle funzioni quasi tutti gli esteri per mancanza di posto. Per questo motivo, e perché nel popolatissimo borgo di Valdocco vi era mancanza di chiesa, D. Bosco progettò di fabbricarne una annessa al suo oratorio dedican­dola a Maria sotto il titolo di Ausiliatrice. Magnifico tempio in forma di croce latina, sopra una superficie di 1200 metri quadrati, sormontata di una cupola di 27 metri di diametro. Fu messa la prima pietra nell'anno 1865 ed ul­timata la fabbrica nel 1868. Maria stessa pose la mano ad edificarla. Si può dire con verità che “aedificavit sibi domum Maria” Così che l'Oratorio di s. Francesco di Sales fu quel granellino di senapa mutato in un gran albero. I giovani oggidì sono sempre divisi in due grandi categorie: di studenti e di artigiani. Per gli studenti avvi un gran locale apposito per le scuole, ed un gran salone per lo studio della sera. Da qualche anno aumentando ognora più il numero degli studenti, si dovettero aprire altre case succursali, una in Mira­bello Monferrato, l'altra in Lanzo Torinese, una terza nella città di Cherar­sco, ed una quarta ad Alassio nella Liguria. Oltre all'istruzione classica so­no anche obbligati ad applicarsi alla musica vocale ed al canto fermo. Per gli artigiani sonvi vasti fabbricati e ciaschedun'arte ha il suo laboratorio. Sono divisi in sarti, calzolai, fabbri-ferrai, falegnami, legatori, fonditori di caratteri, tipografi, cappellai, panattieri, musici, pittori. In generale poi son tutti studenti, perché devono tutti frequentare la scuola serale; ma colo­ro che manifestano maggior ingegno e miglior condotta sogliono da D. Bosco es­sere applicati esclusivamente allo studio.

 

            E questo basti per avere una qualche idea dell'oratorio di s. Francesco di Sales, e del suo scopo.

 

 

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DON BOSCO E I BIRICHINI

 

Dal profilo  biografico del sacerdote Domenico Ruffino (1840-1865), in Memorie biografiche di salesiani defunti raccolte e pubblicate dal sac. G. B. Francesia, S. Benigno Canavese, Tipografia Salesiana 1904, pp. 114-118.

 

 

Negli anni che corsero  dal cinquantacinque quasi fino al 1860, l’Oratorio era proprio infestato da una irruzione non di locuste, ma di monelli grandi e piccoli, che non venivano in chiesa ed impedivano che altri venissero. Noi vedevamo D. Bosco tutte le feste, mentre in cappella si facevano i catechismi, o si cantavano i vespri, uscire e con quella carità ed industria che lo rendevano caro anche ai mondani, dava la caccia agli oziosi. A noi aveva l’aria del buon Pastore, che lasciate le pecorelle al sicuro, correva in cerca delle smarrite. Meglio ancora lo somigliavamo al Seminatore del Vangelo, perché usciva e dopo rientrava tenendo per mano tre o quattro guadagnati e poi tornava ad uscire...

Ma sovente non ritornava così presto. E che faceva allora? Succedeva che incontrando difficoltà, non ritornava se non quando l’avesse tolta o superata. Colà dove adesso nell’interno dell’Oratorio ci sono i depositi del magazzino, a quei tempi c’era una specie di piazzale, donde si entrava poi in casa Defilippi, ora dell’Oratorio e dove c’è lo studio, e dove ci sono gli uffizi attualmente del Bollettino, un vasto stallaggio. Tutti gli uomini addetti sovente si fermavano appunto lì per far gente e poi ballare. Era un dire ai giovani: non pensate più all’Oratorio.

E D. Bosco, che vedeva questo grave inconveniente, non lo poteva tollerare.

Egli vi si portava colà con bella maniera, e cominciava ad invitare i giovani ad allontanarsi. Alcuni ubbidivano, altri scappavano, ed altri si ribellavano anche.

- D. Bosco li lasci, son biricchini [sic].

- Appunto perché son biricchini che desidero vengano all’Oratorio.

È inutile, ne farà niente!

E D. Bosco allora quasi non vedesse dove ed in mezzo a chi si trovava senza alcuna esitazione a dire: “Miei cari, avete pure una grande responsabilità. Che cosa saranno questi poveri figli? Lasciate che vengano con me in chiesa”. E quella gente rozza, maleducata, senza fede, dopo un poco di contrasto, cessava dal ballo, e si ritirava in casa o con D. Bosco veniva alla benedizione.

Quando capitava che si mostrassero ostinati a ballare, D. Bosco non cessava dall’opporvisi anche in altra maniera, che ben dimostra il gran desiderio ch’egli aveva pel bene. Come se si fosse trattato di una cosa di famiglia, sicuro dell’assistenza del Signore, egli si cacciava in mezzo, e diceva ad alta voce: “Ora non si deve più ballare!”. E noi vedevamo con animo commosso D. Bosco là in mezzo al furore della danza, senza temere né sgarbi né disprezzi. Allora, come per incanto cessava il suono dell’organetto, si fermavano gli altri, ed ora borbottando, ed ora ridendo, ma tutti, si direbbe, sotto l’impressione di una forza misteriosa, dicevano: “Sì, andiamo in chiesa, e dopo ci vendicheremo!”.

Ma i piccoletti e quelli di mezza età mettevano alla prova le gambe, la carità e la pazienza di D. Bosco. Più d’una volta si ribellavano, gli sfuggivano, dopo aver finto di andare con lui, e di lontano non lasciavano di gettargli pietre. Una sera noi dicevamo tutti mesti: Sai? Oggi quei della cocca gettarono a terra D. Bosco!

- Ma come?

- Mentre correva dietro a uno e cercava di condurlo in chiesa, un altro corse in suo aiuto per venirlo a prendere. Ci fu un po’ di lotta, e D. Bosco fu gettato a terra.

- Ah! perché non ci eravamo noi a difenderlo?

- D. Bosco si levò di là, e volto al più riottoso, lo ferma. E sapete come tiene stretto D. Bosco, e gli disse: E perché non vuoi venire all’Oratorio?

- Perché devo andare a lavorare!

- Ma adesso non ci vai, è festa. Vieni.

- Si ci verrò: ma non so stassera dove andar a dormire.

- Davvero? Ebbene, vieni con me. Ti darò un bel letto, avrai quanto è necessario pel vitto, imparerai una professione...

- Dice sul serio?

- Certamente! Dipende da te ad accettare. In questo momento si erano attruppati d’attorno dieci o dodici... Stavano ascoltando D. Bosco, che ancor impolverato per la caduta, si vendicava così paternamente. Allora fu un gridare da tutte le parti: Prenda anche me, prenda anche me! E D. Bosco non aveva che da ripetere: Sì, prendo anche te. Ma ad un patto. - E quale? - Che d’ora in avanti non mi faccia più correre tanto per condurti in chiesa... E così quindici o sedici che infestavano le vicinanze del nostro Oratorio, ora sono qui. Non li hai veduti in refettorio? - Quelli la? - Appunto! - Che aria! - Che figuraccie [sic]!

Questi o simili altri erano i discorsi fra noi in quella sera; ma si deve confessare che con tale sistema fu sciolta la così detta cocca che desolava l’Oratorio.

D. Bosco raccolse, ed incaricò subito chi dovesse usare una cura speciale verso questi poveri giovanetti, che ci fecero ricordare i primi che finirono per fuggire portando via lenzuoli e coperte. Ci siamo diviso il lavoro, ed il ch. Ruffino, mi par di vederlo ancora, con quale carità si pose a coltivare l’ingrato terreno. Alcuni di costoro uscirono subito, ma già di molto ammansati e cambiati in ben altri. Alcuni si fermarono due o tre mesi, altri anche di più; e tutti partirono con un cuore proprio convertito.

Sovente il ch. Ruffino accorreva da D. Bosco per chiamare consiglio. “Come ho da fare? Bestemmiano, che è un orrore”.

- Avvisali in bel modo, che non dicano più queste parole. Poverini! Sono da compatire. Son vissuti lontano da ogni idea religiosa, e quindi non sanno che profanare il santo nome di Dio.

E la sua anima mite e divota si occupava ben volentieri di quei poveri figli abbandonati. I quali usciti poi dall’Oratorio non finivano di benedire D. Bosco che li aveva trattati con tanta carità.

 

 

 

Guida allo studio

 

 

Obiettivi

 

1. Mettere in luce le condizioni, i fatti, la mentalità e gli intenti che hanno determinato il nascere dell’Oratorio, attraverso l’esame di alcune testimonianze coeve.

2. Cercare di capire quanto il modello pastorale in cui fu formato Don Bosco, unitamente alle condizioni sociali e religiose delle masse giovanili nella Torino degli anni ‘40-‘50, abbiano influito sulla sua scelta di dedicarsi totalmente all’educazione cristiana e civile dei giovani poveri e abbandonati, e su alcune caratteristiche del suo agire educativo e pastorale.

3. Verificare come il metodo educativo e pastorale del santo vada formandosi in questi primi anni, in sintonia con analoghe esperienze di alcuni suoi confratelli e di altri.

4. Cogliere preoccupazioni e sensibilità, diffuse nell’ambiente torinese del tempo, che attirarono attenzioni e simpatie sull’opera di Don Bosco e dei suoi confratelli impegnati negli oratori.

 

 

 

Come procedere

 

1. Leggi i primi 14 documenti con la preoccupazione di evidenziare i seguenti elementi:

 

1.1. La situazione sociale e le condizioni di vita dei ragazzi poveri e abbandonati (lessico e descrizione generale).

 

1.2. Gli obiettivi che si prefiggono Don Bosco e gli altri preti degli oratori.

 

1.3. Le attività che caratterizzano il loro intervento in queste prime fasi dell’Oratorio.

 

1.4. Gli esiti constatati.

 

1.5. Le motivazioni profonde, gli aspetti della personalità e del metodo educativo di Don Bosco, gli atteggiamenti suoi che vengono evidenziati come elementi qualificanti ed efficaci.

 

2. Quale mentalità rivela l’anonimo autore dell’articolo I monelli di Torino? Come definiresti le soluzioni da lui proposte? Quali sintonie e diversità trovi tra quest’articolo, le lettere di Don Bosco e le due relazioni dell’abate Moreno?

 

3. Da quali diverse angolature di osservazione si collocano, rispettivamente, i due articoli dell’Armonia e quelli del Gastaldi, del prof. Danna (pp. 14-15) e del Casalis?

 

4.  Elenca i tratti che caratterizzano i programmi dell’Oratorio dell’Angelo Custode e di quello della Sacra Famiglia ed evidenzia le sintonie con il metodo di Don Bosco.

 

5. Riflettendo sulle relazioni dell’abate Moreno e sull’articolo del Casalis (pp. 25-27), cerca di identificare gli aspetti di rilevanza sociale che rendono significativa l’opera di Don Bosco, ma anche il concetto di utilità sociale che si ha della religione e della formazione cristiana e morale dei ceti popolari.

 

6. Il Lemoyne accentua determinati elementi e ne ignora altri: quali sono? puoi ipotizzarne il motivo?

 

7. Secondo il ricordo di Don Francesia, quali fatti e atteggiamenti permettono a Don Bosco e ai suoi collaboratori di conquistare e trasformare i birichini più restii ai suoi inviti?

 



[1]Autore dell'articolo è il canonico Lorenzo Gastaldi (1815-1883), che sarà vescovo di Saluzzo dal 1867 al 1871 ed arcivescovo di Torino dal 1871 al 1883. Su di lui si veda G. Tuninetti, Lorenzo Gastaldi (1815-1883), Piemme, Casale Monferrato 1983-1988, 2 voll.

 

[2] La presente lettera dell’Economo Generale accompagna la precedente petizione di Don Bosco.

(Spiritualità Giovanile Salesiana) Don Bosco, scritti vari - autore: A cura di Don Aldo Giraudo