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Papa Francesco: «Una Chiesa chiusa si ammala. Usciamo e testimoniamo Gesù con coraggio e pazienza»

«Gesù non si studia, si incontra attraverso persone. Lui ci aspetta, nonostante i limiti e questo cambia la vita». Papa Francesco risponde ai movimenti riuniti in piazza San Pietro.

 
 


 

Oltre 200 mila persone e almeno 150 diverse realtà ecclesiali con una esigenza in comune: «Dire all’uomo di oggi che non si può fare a meno di Cristo e di questo bisogna essere testimoni credibili». Lo ha evidenziato monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, prima delle testimonianze di John Waters e di Paul Bhatti. Al termine dei due interventi sono state poste quattro domande la Papa. Riportiamo alcune parti delle sue risposte.

 

1. Come ha trovato la sua certezza di Cristo. Come possiamo trovare la certezza della fede nonostante le nostre fragilità?

Sono cresciuto in una famiglia in cui si viveva la fede in modo semplice e concreto. È stata mia nonna, la mamma di mio padre, a segnare il mio cammino di fede, era lei che mi parlava di Gesù. Il venerdì santo ci portava alla processione delle candele e alla fine, quando arrivava il Cristo giacente, ci faceva inginocchiare. E ci diceva: “È morto ma domani resuscita”. Ecco, così ho ricevuto il primo annuncio cristiano. Da mia nonna, in famiglia. Questo mi fa pensare all’amore di tante mamme e nonne e alla loro importanza nella trasmissione della fede. Sono loro a farlo. Anche nei primi secoli era così. Dio ci mette sempre accanto delle persone che aiutano il nostro cammino di fede. È una persona che ci dice chi è Gesù, che ci dà il primo annuncio. Questa è stata la mia esperienza di fede. Ricordo il giorno più importante della mia vita: 21 settembre 1953. Era la festa dello studente e prima di andarci sono passato dalla mia parrocchia perché volevo confessarmi e ho trovato un prete che non conoscevo. Lì ho fatto l’esperienza dell’incontro, ho trovato qualcuno che mi aspettava. Non so perché quel prete, non so perché mi era venuta voglia di confessarmi. So solo che ho trovato qualcuno che mi aspettava. E in me qualcosa è cambiato: lì ho capito che volevo diventare sacerdote. Noi diciamo che dobbiamo cercare Dio, andare da Lui a chiedere perdono. Ma non ci rendiamo conto che Lui è lì che ci aspetta. È una grazia avere qualcuno che ci aspetta. Quando lo cerchiamo e lo troviamo ad aspettarci per accoglierci, rimaniamo stupiti, e così cresce la nostra fede. Non basta studiare Cristo nei libri, è necessario incontrarlo, perché è l’incontro che ti dà la fede. Per quanto riguarda i nostri limiti, le nostre fragilità. Non dobbiamo averne paura. Un bambino è fragile, ma con il papa e la mamma è sicuro. La fede cresce dalla mano del Signore. Quando abbiamo troppa fiducia in noi, siamo più fragili. Allora preghiamo, preghiamo la Madonna che ci porta dal Signore, chiediamo alla Madonna che ci faccia forti.

 

2. Qual è il linguaggio adeguato per comunicare la fede?

Alla seconda domanda rispondo con tre parole. La prima è Gesù. Chi è la cosa più importante? Gesù. Se andiamo avanti con l’organizzazione ma senza Gesù non va bene. Vi faccio un rimprovero: quando sono arrivato avete gridato il mio nome. Ma voi dovevate gridare Gesù. D’ora in poi niente Francesco, solo Gesù. La seconda parola è preghiera. Guardare il volto di Gesù ma sopratutto sentirsi guardati. Il Signore ci guarda per primi. Quando prego sento il conforto di Gesù che mi guarda e questo mi dà forza e mi aiuta a testimoniarlo. Sento che Dio mi tiene per mano. Occorre lasciarsi guidare da lui, questo è più importante dei calcoli. Siamo veri evangelizzatori se ci lasciamo guidare da lui. Lui è il nostro leader. La terza parola è testimonianza: solo così si comunica Gesù, testimoniando il Vangelo attraverso la vita di tutti i giorni. La Chiesa è portata avanti dai santi, cioè persone che hanno dato la loro testimonianza. Il mondo di oggi ha bisogno dei testimoni, non tanto di maestri, ma di testimoni. Non occorre parlare tanto, ma parlare con la vita, una vita che vive il cristianesimo come un incontro di Gesù.

 

3. Come dobbiamo testimoniare cristo? Come facciamo a fare entrare la fede nella sfera pubblica?

Prima di tutto vivendo il Vanglo. La Chiesa non è un movimento politico o una struttura bene organizzata. Noi non siamo una ong, e quando lo diventiamo perdiamo il sale della nostra vita. Siate furbi perché il diavolo ci inganna. Fate attenzione al pericolo dell’efficientismo. Una cosa è testimoniare, un’altra è essere efficaci. Oggi ciò che è in crisi è l’uomo, ed è una crisi profonda. Non possiamo preoccuparci di noi soli, non possiamo chiuderci, è pericoloso. Quando la Chiesa si chiude, si ammala. Pensate a una stanza chiusa per un anno: che odore. Noi dobbiamo incontrare gli altri, come faceva Gesù. Noi dobbiamo con la nostra fede abbracciare una cultura dell’incontro, dobbiamo parlare con persone che non la pensano come noi, che credono ad altro. Tenendo bene presente che anche loro sono figli di Dio, esattamente come noi. Se stiamo solo tra di noi ci impoveriamo. Oggi trovare un barbone morto non fa notizia. Le notizie oggi sono solo gli scandali. Non è notizia che i bambini non hanno da mangiare. Ma noi non possiamo diventare cristiani inamidati, troppo educati, che parlano di teologia mentre prendono il tè. Dobbiamo essere coraggiosi e cercare quelli che sono la carne di Cristo. Qunado andavo a confessare, chiedevo sempre al fedele se faceva l’elemosina. E poi gli chiedevo se quando la faceva guardava negli occhi la persona a cui stava dando dei soldi. E poi chiedevo se gli toccava la mano, o se gli lanciava la moneta. Perché noi dobbiamo toccare la carne di Cristo, dobbiamo prendere su di noi il dolore. La povertà non è una categoria sociologica o di classe. È la prima categoria teologale. Lo spirito mondano, la mondanità non ci fa bene, ci porta a vivere con sufficienza. Distrugge l’uomo, lo spoglia dell’etica. E se non c’è l’etica nella cosa pubblica, nella politica, si fa del male all’umanità intera.

 

4. Come dobbiamo porci di fronte a chi ha bisogno?

Per annunciare il Vangelo servono solo due virtù: coraggio e pazienza. Ci sono più martiri oggi che nella Chiesa dei primi secoli. I martiri portano la fede fino alla morte, ma il martirio non è mai una sconfitta. È il grado più alto della testimonianza. Ci sono tantissime persone che lo fanno. Un cristiano deve sempre avere questo atteggiamento di umiltà, affidandosi a Gesù. Non tutti i conflitti di oggi hanno origine religiosa, sono altre le cause. Ma un cristiano deve sempre rispondere al male con il bene. Pregate per questi fratelli, tutti i giorni. Dobbiamo promuovere la libertà religiosa per tutti. Ogni uomo deve essere libero nella sua confessione religiosa, anche se è diversa dalla nostra, perché tutti sono figli di Dio.

Credo di avere risposto alle domande. Grazie a tutti. Non dimenticate: la Chiesa non deve essere chiusa, bisogna uscire, bisogna andare alle periferie dell’esistenza. Che il Signore ci guidi.

(Teologo Borèl) Maggio 2013 - autore: Papa Francesco