Edith Stein al cinema

In occasione del 70esimo anniversario della morte di Edith Stein, uscirà nelle sale il prossimo anno, un film sulla sua vita. Una santa carmelitana, copatrona d'Europa, passata dall’ebraismo all’ateismo, alla riscoperta di Dio ad Auschwitz. Intervista al regista hollywoodiano Joshua Sinclair.

 

 

 

          Un film sulla vita di Edith Stein, che uscirà nelle sale il prossimo anno, in occasione del 70esimo anniversario della morte ad Auschwitz della santa copatrona d’Europa. Dopo quello del 1995 diretto da Márta Mészáros, La settima stanza.

          È il progetto a cui sta lavorando un hollywoodiano anomalo come Joshua Sinclair, nome d’arte di John Louis Loffredo. Nipote per parte di madre di Augusto De Angelis, giallista di fama negli anni ’30, e figlio di un presidente dell’Ansa nel dopoguerra, Sinclair è nato a New York nel 1956, dove la famiglia si era trasferita per lavoro, ma ha mantenuto un piede in Italia.

          Ed è passato negli anni ’80 per una svolta esistenziale, diventando medico impegnato in progetti umanitari, tornando pure a Roma, alla Gregoriana, per studiare teologia comparata, pur senza lasciare il mondo dell’arte. Per il suo romanzo storico "Shaka Zulu", tradotto in Italia da Mondadori, scritto dopo un soggiorno nel Sud Africa dell’apartheid, e la trilogia sul grande schermo che ne è seguita, è stato insignito di una benemerenza dall’allora prima ministro del governo Zulu e dal Senato americano. 

          Il suo curriculum la vede come comparsa ne «Il Giardino dei Finzi Contini» di Vittorio De Sica a 15 anni. Chi la introdusse a Cinecittà così presto?

          «La sorella di mia nonna materna era Giuditta Roux, proprietaria della più famosa sartoria teatrale di Roma, la Safas. È stata lei che mi ha portato sul set quando nelle vacanze estive tornavo in Italia da New York. Ho conosciuto De Sica, Visconti, Germi e ho iniziato a fare anch’io le prime cose molto giovane. A 20 anni sono stato il produttore del film "Just a Gigolo" e ho portato in scena per l’ultima volta Marlene Dietrich. Poi ho studiato medicina alla Johns Hopkins University e mi sono specializzato in medicina tropicale. Sono andato in India, a Mumbai, dove c’era uno dei più importanti centri di medicina tropicale. Lì ho visitato i lebbrosari, poi sono stato a Calcutta, dove ho conosciuto Madre Teresa e ho lavorato con lei e le sue suore. Avevo scelto medicina tropicale perché volevo diventare come Albert Schweitzer. Però mi mancava la forza per fare una scelta così radicale e fermarmi a vivere in posti così difficili. Ho continuato a viaggiare molto e a lavorare, tra gli altri, con Medici senza frontiere. L’anno scorso sono stato scorso a Gaza e ad Haiti».    

          Oltre a Marlene Dietrich lei è stato uno degli ultimi registi a dirigere Patrick Swayze, prima della sua morte, nel film «Jump!». Medico di frontiere, regista, sceneggiatore… un mix curioso.

          «Ho scelto di svolgere la professione medica senza fini di lucro. So che può suonare strano, ma penso non sia un rapporto leale quello fra medico e paziente quando il prima si fa pagare. Mi guadagno da vivere con il cinema e i libri».

Ci dica qualcosa su questo nuovo film.

          «Si chiamerà semplicemente Edith. Si tratta di una co-produzione importante tra Austria e Germania, le riprese sono previste tra maggio e luglio. Stiamo completando il cast, che sarà prevalentemente di attori europei. In America il film sarà distribuito probabilmente dalla Universal Picture, stiamo lavorando ai contratti. La musica sarà una grande sorpresa, ma non posso anticipare nulla».

Da dove nasce questo interesse per la figura della santa carmelitana?

          «L’ho scoperta due anni fa, per curiosità. Dopo averne sentito tanto parlare ho cominciato a leggere i suoi scritti, a partire da quelli di fenomenologia. E mi sono interrogato sull’esperienza di una donna che ha riconosciuto la grandezza di Gesù senza ripudiare le proprie origini. Un donna che è passata dall’ebraismo all’ateismo alla riscoperta di Dio attraverso l’ebreo Gesù. La sua, più che una conversione, si può definire una progressione fino a un compimento finale. Ed è stata tutto tranne che una fuga dai mali del suo tempo. Quando un ebreo diventava cattolico era ancora più odiato dai nazisti, che erano profondamente pagani. Fu Hitler a proibire l’insegnamento della religione nelle scuole e l’esibizione del crocifisso. E nella vita di Edith Stein c’è stato spazio anche per l’amore umano, quello con Hans Lipps. La vita di una donna a tutto tondo, insomma, e di una mistica, morta ad Auschwitz come martire sia del mondo ebraico che della Chiesa cattolica».

Lei si muove su una strada di dialogo. Non pensa che un film del genere possa comunque creare disagio o fastidio in certi ambienti ebraici?

          «Per quello che le ho detto prima penso di no. Le personalità del mondo ebraico con cui sono in contatto sanno della serietà con cui tratto il tema. E ho pensato che una storia così importante doveva diventare un film: un film con un appeal commerciale ma in grado di trasmettere la profondità di questa figura».

 

Si possono ancora fare opere così "impegnative" per il grande pubblico?

          «Certamente oggi c’è un grande vuoto spirituale nel cinema commerciale, se pensiamo ai successi di Frank Capra o a Miracolo a Milano di De Sica. Ci si tuffa sul bestseller del momento, come il Codice da Vinci, libro e poi film assurdi sul piano storico e teologico, senza preoccuparsi minimamente delle ripercussioni che può avere per milioni di persone. Mettere in dubbio il valore di una fede, di una Chiesa, mettere in ridicolo persone dovrebbero essere rispettate… Bisognerebbe che noi come registi avessimo più rispetto per queste cose. Conosco Ron Howard, ho parlato con lui di questo. Gli ho detto: "Tu sei un grande cineasta, non hai bisogno di un libro del genere per fare un film". Dobbiamo usare il cinema per portare più speranza e spiritualità al mondo – ne parlerò anche a marzo, a Vienna, in una conferenza».

 

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http://www.avvenire.it

(Attualità) Febbraio 2011 - autore: Andrea Galli