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Alda e il corpo di Dio

da Quaderni Cannibali

del 10 settembre 2012  (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk'));  

 

         Le donne hanno ricevuto in dono il privilegio di abitare il mondo e la propria storia attraverso il loro corpo.  Le loro narrazioni ospitano i corpi, partono dai corpi, si fanno corpi. E' questo il caso dei versi della poetessa Alda Merini, germinati entro il grembo di una vita vissuta anche a partire dal corpo. Una vita di passione (i tanti anni trascorsi tra le mura del manicomio milanese, anni di umiliazione, reificazione, violazione; anni di elettroshock, di figlie partorite e sottratte, di abbruttimento da farmaci, di ottundimento della propria capacità di amare e di pensare...) e di resurrezione (la poesia, gli amori, le cose piccole divenute segno di tenerezze infinite, le maternità e Dio, in Cristo, a farle visita, con cui danzare e gioire) che testimonia l'inscindibilità delle insondabili profondità del cuore e della fisicità del nostro esistere:   Se tutto un infinito ha potuto raccogliersi in un Corpo come da un corpo disprigionare non si può l'Immenso?          Merini celebra dunque il corpo quale spazio di generatività (quante metafore Alda utilizza, che ruotano attorno alla sfera del parto e della creatività del corpo femminile!), di memoria, di pensiero, di relazione; spazio abitato in compagnia di altri, accesso unico all'incontro (anche all'incontro con Dio), nostra unica possibilità di con-sistere nel mondo. Nella sua poesia il carnale diviene luogo teologico di rivelazione, spazio adatto a celebrare la carne che si fa spirito e lo spirito che si fa carne, canto dell'umano totalmente assunto e abitato dal divino nella persona di Gesù. Il Cristo meriniano è dunque un Cristo di carne, di tenerezza, di nostalgia, di passione per il mondo, per le donne e gli uomini che lo abitano. Capace di disperarsi, dall'alto della croce, per non poter più godere della bellezza di un'alba o della carezza alla madre-bambina:  Ed ecco che Dio dalla croce guarda la madre, ed è la prima volta che così crocifisso non la può stringere al cuore, perché Maria spesso si rifugiava in quelle braccia possenti, e lui la baciava sui capelli e la chiamava “giovane” e la considerava ragazza. Maria, figlia di Gesù (da Poema della croce)            ...mentre Maria (e Alda, che ne è spesso il contraltare poetico), la madre, ma anche la sposa del Signore, narra di un incontro fisico, corporeo con Dio, un rapporto in cui le metafore erotiche trascolorano nella mistica, dando luogo ad una narrazione capace di coinvolgere l'amante e l'amato in un abbandono totale di corpo e spirito, da cui nascono liriche intense che “riecheggiano sullo sfondo il Cantico dei Cantici, che restituisce nel sensuale incontro tra gli amanti la ricerca e l'incontro tra Dio e l'uomo” (M. Campedelli) e che si rivelano adatte a recuperare ai corpi quella dignità troppo a lungo negata.            E così Maria può parlare a Dio dicendo: Tu non sai cosa sono le tue mani sopra il mio corpo/ e la tua volontà divina... (da Magnificat), o, ancora: Io sono la donna di Dio,/ Colui che ha baciato le carni/ della mia stoltezza/ col fuoco del suo amore/ e le ha rese incandescenti./ Io sono l'amante di Dio,/ colei che lo ama/ e che in Lui trasmigra/ come una foglia. (da Magnificat).            Anche la bellezza del corpo assume nella poesia meriniana un valore ed un senso teologico, svelando il senso di una compiutezza profonda, abitata dall'anelito all'infinito, ove le tensioni appaiono ormai ricomposte e il progetto di Dio per l'umanità trova finalmente compimento. Maria è bella di una bellezza che  è gloria di Dio, irradiazione dal profondo: Maria era ferma nella sua adolescenza, era rimasta lì, impigliata nei capelli dell'angelo, e non era cresciuta più. Era una sposa bambina. L'abbagliante bellezza del mistero l'aveva fatta crepitare come una lacrima. Maria non sapeva comandare a nessuno, sapeva solo obbedire. Ma io mi presi cura di questa donna che di notte sognava così alto che i piedi le scivolavano a terra e rimaneva ignuda, come una foglia senza candore, e la copriva timoroso Giuseppe che tanto l'amava e stava a guardarla per delle ore. (da Poema della croce).          Il corpo, è, ancora, luogo di conoscenza,  attraverso cui ci è dato di coltivare un “sapere” che va oltre la ragione, ci è concesso di abitare il mondo e gli eventi in profondità (Maria parlando a Dio afferma: sapevo tutto di te, come ogni donna sa tutto dell'uomo che ama). All'annuncio della morte del Cristo, Maria alza il grido della sua fiducia, un grido che parte dalle viscere, figlio di un sapere ancestrale, di una smisurata fiducia nel “bello e buono” del mondo così come Dio lo ha voluto. Un grido che esprime una certezza, quella originata da un'esperienza così concreta di Dio da essere quasi fisica:  Egli è vivo,/ è vivo,/ lo grida la mia carne di madre/ (...)/ la mia carne brucia di dolore/ ma il mio corpo esulta:/ egli è risorto (da Magnificat). E' con il corpo che Alda Merini esplora il mondo: Dio ci ha dato i sensi perché possiamo vedere e odorare e toccare l'anima del mondo, ci dice ne L'anima innamorata, ricollegandosi così al brano della lettera di Giovanni a proposito di una traditio che origina pur sempre dall'esperienza sensibile (Quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto...).          Limite fisico, barriera, frontiera, il corpo riscrive la nostra geografia dell'anima. Esso può -certo- segnare il confine tra noi e l'esterno fino a  determinare il nostro isolamento, fino ad alzare un muro sulle nostre paure, ammantandosi di falsa sicurezza, ma è proprio la scoperta di questo limite che può divenire occasione di un nuovo ricominciamento, e le ferite trasformarsi in aperture verso l'oltre illimitato e profondo di innumerevoli resurrezioni. Come il manicomio fu per Merini lo spazio sacro della morte e della resurrezione, dove sguardi infiniti accolsero il suo smarrimento (lì dentro tutto è diverso: ci si può guardare negli occhi per un tempo infinito, senza dire una parola), così è a partire dal corpo che Merini – e noi con lei- grida la sua rinnovata primavera, la sua promessa di cielo: Il Paradiso non esiste se non comincia da questa povertà naturale che sono i nostri occhi, le nostre mani, il nostro sguardo, la nostra viltà (da L'anima innamorata).            Tutte le poesie sono tratte dalle seguenti raccolte di Alda Merini: Fiore di poesia (Einaudi); L'anima innamorata (Frassinelli); Magnificat, un incontro con Maria (Frassinelli); Corpo d'amore (Frassinelli); Poema della croce (Frassinelli).

Chiara Saletti

http://www.retesicomoro.it

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