Adolescenti, tutta la vita è una domanda

del 06 aprile 2013

 

          L’amore come scoperta adolescenziale, quello che spacca il cuore e lo fa cantare. La scuola, amata e odiata, «lunghi minuti di intervallo tra la campana d’inizio e l’uscita» per qualcuno, per altri appassionante viaggio nel sapere, comunque palestra per tutti. L’amicizia, ancora il più saldo dei legami, quello che non tradisce. E poi il calcio, la musica, il motorino e tutto ciò che compone il poliedrico mondo della cosiddetta "minore età", quando si è tutti ancora un po’ crisalide che cerca di dispiegare le ali nel volo della vita. Ma dietro (o dentro) a tutto questo la presenza di un Dio come lo può conoscere un adolescente, un Dio negato («Dio non esiste, prof, tant’è che se scrivi Dio sul cellulare col T9 esce la parola Fin»), invocato come «nostalgia» di quando si era bambini, scoperto pienamente nell’ora del dolore. E infine perfino la morte... Tutto questo si trovava nel libro del giovane scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue, da giovedì sera nei cinema di tutta Italia in versione film. E allora andarlo a vedere con cinque coetanei dei protagonisti può essere la chiave per entrare non nel film in sé ma in uno spaccato giovanile non così scontato.            «Per noi ragazzi ha un senso perché aiuta a distinguere la passione dal vero amore», dice all’uscita dal cinema Carlo Simone, quinto anno al classico. Anche lui, come altri, sconta il fatto di aver prima letto (e amato) il libro, e nessun film potrà mai competere in un’ora e mezza con centinaia di pagine e di sfumature, ma nel complesso lo giudica «assolutamente da vedere». Amore e passione, dunque, sono ben definiti nei due diversi legami che il 16enne Leo intreccia con la rossa Beatrice e con la fidata compagna di classe Silvia («una donna per amico», direbbe Lucio Battisti). «La nostra è l’età in cui incontri l’amore – continua Simone – è la prima volta che una cosa simile ti passa dentro nella vita ed è facile confondersi. Leo di atti d’amore ne fa tanti, e non solo verso Beatrice, la ragazza dai capelli rossi per cui ha una passione intensa, ma nell’amore "cresce": dall’inizio del film alla fine è una persona nuova, e non mi riferisco solo al sentimento vero che scopre di provare per Silvia, ma alla donazione del suo midollo per una donna sconosciuta, o alla scoperta del piacere di studiare».            Per il prof D’Avenia i nomi non sono scelte casuali. Silvia (leopardiana) è l’amore solido, sereno, stabile. Beatrice (dantesca), che si ammala di leucemia (c’è del realismo anche crudo, che mette il film al riparo da ogni melassa retorica, grazie pure a una recitazione straordinaria e a una regia raffinata), accompagna Leo attraverso una specie di inferno in terra che è il dolore, e che sfocerà nel riveder le stelle. Beatrice – nell’accezione di beatificatrice, dunque – «gli insegna l’amore a tutto tondo, al punto che alla fine pur di guidare Leo al traguardo, gli racconta la bugia della sua guarigione, una bugia salvifica». Malattia e morte non sono temi frequenti nella letteratura adolescenziale, ma lo sono della vita vera. «Qui non c’è un lieto fine come ci si aspetterebbe – interviene Marco Sardo, liceo classico –, Bea muore davvero. Il rapporto col dolore è choccante, la scena in cui lei in ospedale è senza capelli è una doccia fredda, ma ci mette a contatto con qualcosa che la società di oggi tenta di risparmiarci: nessuno ci racconta la morte, ma questa esiste, e ha un senso che prima o poi va affrontato».            Così come quel Dio che Leo chiama «Fin» (come appunto appare se scriviamo il suo nome su un sms) all’inizio per negarlo, poi per avvicinarlo e infine per ringraziarlo alla sua maniera («Grazie, Fin!»), e anche questo preserva il film da ogni sbavatura artificiosa. «La graduale scoperta di Dio ti presenta la realtà scomoda che anche un ragazzo della mia età può essere posto di fronte a cose grandi, e quindi di conseguenza fare cose grandi – commenta Renzo Casati, V scientifico –. Leo, che sembra un ragazzo fragile, che non studia, che fa disperare i genitori, in realtà trova la forza di andare a casa della ragazza ammalata e così, attraverso lei, capisce che quel "Fin" forse esiste. Poi Beatrice, fingendo di partire, gli permette tutta una serie di passi avanti: con Silvia, con Dio, con la vita». Un ribaltamento totale, «perché in fondo il film parla tutto il tempo di una cosa che va male, di una morte che deve arrivare e poi arriva davvero, eppure non si esce dal cinema col sapore della sconfitta – nota di nuovo Carlo –, anzi, con un senso di aver tirato fuori il bello».            «Una critica però va alla parte dei genitori», secondo Enrico Della Fornace, liceo classico, perché «nel libro sono fondamentali, mentre qui ripetono il solito cliché del figlio che non viene capito e trova ascolto solo fuori della famiglia. Anche il prete qui è una figura senza ruolo, non sa che dire persino al funerale di Bea. C’è il rischio che un pubblico giovane si lasci più attrarre dalle azioni "titaniche" di Leo quando dona il midollo, o fa gol, che dallo strato più profondo di questa vicenda». «Interessante, però, è che Dio emerga sempre quando c’è un bisogno forte di aggrapparsi a qualcosa di vero e forte – incalza Ester Muggia, V classico –. Inoltre la metafora del midollo descrive un donare che è sempre valido: anche adesso c’è qualcuno che aspetta qualcosa da me. Direi che è un film diverso da tutti quelli dedicati agli adolescenti, fuori dagli stereotipi». È così vero che, una volta tanto, a dire «io ti salverò» è il protagonista maschile, non la donna. Un’idea che potrebbe far bene anche a più di un adulto. E chissà quanti da oggi scriveranno "Fin" per leggere "Dio", almeno sul cellulare. Esperimento interessante: premendo per la terza volta si supera "Dio" e si cade nell’"Ego". Provare per credere.

 

 

Lucia Bellaspiga

 

http://www.avvenire.it

 

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