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A.A.A. Motivazione cercasi!

da Quaderni Cannibali

del 05 settembre 2012  (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk'));  

 

           Le vacanze volgono al termine, un nuovo anno scolastico sta per iniziare e già tanti ragazzi e ragazze di tutte le età si fanno prendere dall’ansia e dal più nero sconforto alla sola idea di dover presto tornare sui banchi di scuola e ricominciare con quella monotona tiritera di interrogazioni, compiti in classe, verifiche e studio domestico che ogni anno stancamente si ripete, sempre uguale a se stessa, anzi per i più sempre più noiosa e frustrante.

Per la stragrande maggioranza degli adolescenti di oggi il rapporto con lo studio e con l’impegno scolastico è alquanto conflittuale.

          In molti casi, soprattutto per i ragazzi un po’ più grandi che frequentano le scuole superiori, questa profonda demotivazione nei confronti dello studio è dovuta ad una scelta sbagliata, non di rado effettuata con superficialità e scarsa consapevolezza, sulla scia di propensioni momentanee e senza un orientamento adeguato. Oppure imposta dai genitori che, pur animati dalle migliori intenzioni, finiscono molto spesso con il sovrapporre i propri desideri e le proprie aspettative a quelli dei figli, anziché aiutarli a decidere da soli e responsabilmente e a riconoscere, soppesare e gerarchizzare tutti gli elementi che concorrono ad una scelta matura e consapevole.

          Ma anche quando la scelta del percorso scolastico da intraprendere è vissuta con piena convinzione e senza ripensamenti, sono tanti i ragazzi che partono in quarta e poi alla prima difficoltà si arenano o, comunque, pur riuscendo tutto sommato a cavarsela e ad andare avanti con risultati più o meno accettabili o persino soddisfacenti, vedono progressivamente calare la propria curiosità e la propria motivazione.

          Certo, in tutto ciò, un peso non secondario va attribuito alla difficoltà stessa di essere adolescenti, con tutti i cambiamenti, le nuove scoperte e le piccole e grandi preoccupazioni che questo comporta: tutti fattori, questi, che fanno sì che, in un periodo così complicato e impegnativo della propria vita, la scuola passi decisamente in secondo piano rispetto ad altre esperienze e realtà avvertite come prioritarie e su cui vengono, di conseguenza, concentrate tutte le energie psicologiche e l’investimento affettivo di cui ciascun ragazzo è capace. Ma non è solo questo.

          Una responsabilità forse ancora maggiore va, infatti, imputata alla scuola stessa, alla demotivazione e alla mancanza di lungimiranza di tanti insegnanti, che limitandosi ad indottrinare i ragazzi con un tipo di insegnamento nozionistico e poco coinvolgente e pretendendo da loro niente più che un apprendimento meccanico e mnemonico, certo non incoraggiano in loro la curiosità di imparare, l’espressività e lo spirito critico, né tanto meno li aiutano a rinnovare l’investimento personale nei confronti dello studio e a riscoprire il valore educativo della scuola, al di là della logica quantitativa del voto e dei crediti formativi.

          L’esperienza scolastica risulterebbe, forse, meno noiosa e frustrante se i ragazzi trovassero nei propri insegnati prima di tutto degli educatori, capaci di motivarli nello studio, di valorizzare le loro capacità e di spronarli a dare sempre e comunque il meglio di sé.                              

 

Imparare stanca, ma non logora

          Tutto quello che comporta fatica, oggi più che mai, viene guardato con sospetto, tanto più se il risultato positivo non è scontato. Questa regola non scritta, ma largamente praticata, vale anche per lo studio e, più in genere, per qualsiasi esperienza di apprendimento.

          I vecchi un tempo dicevano ai ragazzi: “impara l’arte e mettila da parte”, sicuri che prima o poi la conoscenza torna utile nei diversi campi della vita. Intuivano che il sapere, qualsiasi sapere, serve a vivere ed è fra le poche cose davvero in grado di dare dignità e qualità all’esistenza umana.

          Peraltro, essi appartenevano ad un mondo dove l’ignoranza era condanna alla marginalità e lo studio la più importante opportunità che un giovane aveva per poter migliorare la propria condizione sociale. E se la scuola era quasi sempre la strada preferenziale per un apprendimento che desse sapore alla vita, gli anziani erano comunque coscienti che questa esperienza poteva realizzarsi attraverso molteplici strade.

          Gli attuali adulti spesso sono stati invece “condannati” alla coincidenza fra l’istruzione scolastica e il sapere; costretti a percorsi formali sempre più lontani dalla vita e, forse, dalle loro più autentiche esigenze di crescita; abituati a diplomi e lauree conquistati senza grandi motivazioni e sempre più difficilmente spendibili nel mercato del lavoro. L’obbligo scolastico, garanzia di un diritto che produce una parità di cittadinanza, è stato sempre più percepito – dal ’68 in poi –  come un percorso inevitabile ma non convincente, scarsamente utile e poco fruttuoso a livello sociale. I titoli di studio sembrano oggi a molti un pegno da pagare alla società; di fatto, quasi una perdita di tempo nel cammino che va dall’infanzia alla giovinezza, una sorta di rallentamento del cammino tortuoso verso l’adultità.

          Se questa è stata la storia recente delle generazioni, come si può attendere dalla famiglia un contributo positivo all’esperienza di studio dei bambini e dei ragazzi? E se certamente non mancano famiglie che promuovono presso i figli il senso del dovere verso la scuola, quante davvero sono anche pronte a trasmettere loro il piacere di imparare? E soprattutto: come realizzare oggi l’idea che la formazione di un giovane non si esaurisce soltanto nello spazio e nel tempo istituzionale dell’istruzione scolastica, ma è un impegno che dura tutta la vita e che deve essere tenuto attivo e possibilmente condiviso in tutti i contesti della quotidianità?

          Non c’è dubbio che imparare stanca: chiede un investimento di cuore, mente, sensi che ha bisogno di continuo esercizio e vigilanza, consapevolezza e resistenza. Ma se si vuole evitare che la stanchezza diventi logoramento, occorre che l’apprendimento nasca da una passione e produca a sua volta passioni. Le famiglie dovrebbero aiutare fattivamente le nuove generazioni a scoprire questa verità e a partecipare, insieme alla scuola, alla realizzazione di una comunità educante attenta e capace di offrire a tutti il grande bene della cultura.

 

Marianna Pacucci

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